Tilde Pomes, Amore scarno

20/06/2013

Cronaca di famiglia nell’Italia degli anni Settanta, di Alberto Pezzini

 
Ostuni è famosa in tutto il mondo per la spiaggia. Bianca come neve, magnifica. Una specie di donna eburnea del mare. Sarà per questo che il primo romanzo di Tilde Pomes (Amore scarno, Manni editore, pp. 191, euro 16,00) è stato ambientato in una terra così singolare. La storia è cattiva. Sara è una ragazza con un rapporto problematico con il padre, l’esempio dell’uomo in puro stile anni Sessanta: violento, donnaiolo, con un concetto della famiglia che si avvicina al gineceo musulmano, dove la donna è una cosa che non ha diritto di voto. L’unica sua libertà è il silenzio, dove può immaginare di essere libera e con un presente meno truce. La scaletta è quella che tante famiglie italiane hanno conosciuto, ancora nei Settanta, sempre velata da una patina di perbenismo. Davanti è una famiglia del Mulino Bianco, dietro covano passioni malate, vere risse domestiche, interessi che fanno saltare gli equilibri, inghippi amorosi con le domestiche.
Su tutto campeggia un palazzo nobiliare,preda di appetiti ereditari che si fa fatica a controllare. Una moglie egoista e soddisfatta dalla roba lascia andare a puttane gli equilibri familiari, facendo finta di non vedere certi amori del marito che se la fa con la ragazza assunta in casa. La Puglia di quegli anni, a cavallo di cantanti come Domenico Modugno e presentatori che facevano neri i bar di gente come Mike Bongiorno, fa da sfondo. Come un mare di notte. La senti in tutto, anche se non la vedi, ma ne percepisci un profumo violento, che stordisce come la risacca contro gli scogli. Tilde Pomes si occupa di problematiche legate alla scuola ed alla famiglia, che conosce bene. Tant’è che il libro è un vero e proprio affresco di cosa possa accadere dentro i meccanismi familiari, quando esplodono. Il suo è però un libro che sa far venire fuori dagli schemi l’Italia degli anni Settanta, quella in cui il marito era ancora un autentico padrone.Se si può pensare ad una specie di luogo comune per cui ciò accadeva soltanto in Meridione, dove il sole ed il caldo fanno divampare le passioni, sappiate che siete sulla strada sbagliata. Tilde Pomes ha letto Freud e la Fallaci e quindi la sua visione – per quanto legata al territorio che meglio conosce perché le scorre nelle vene e nei polsi – è molto più universale, legata all’italiano medio. Il suo è un romanzo psicologico, dove le passioni sono elencate nel loro divenire ma sono quelle tipiche della famiglia italiana. Già Piero Chiara ne aveva fatto fortuna, ma prima ancora era stato Francois Mauriac il vero sdoganatore di un genere così, in cui la famiglia è il vero problema dell’uomo contemporaneo. E il nucleo raccontato dalla Pomes non è né la Famiglia Benvenuti né quello della fiction Raccontami... Pensate che la Pomes è forse una delle poche donne con il coraggio di squarciare il velo. Se Gide aveva urlato in faccia alle famiglie quel terribile grido “Famiglie, Vi odio!” che ancora oggi fa rabbrividire, alla Pomes va il merito di avere svelato – senza troppi psicologismi – una realtà familiare che anche certe donne hanno contribuito a non intaccare. Quella del perbenismo a tutti costi. I personaggi del suo romanzo sono maschere universali, tanto più vere perché ci toccano tutti da vicino.
 

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