Ugo Ronfani, Memoriale delle caverne

13/06/2006

13/06/2006 - Il Gazzettino veneto
Ronfani e il cavernicolo che viveva nel futuro, di Rolando Damiani

A una brillante carriera giornalistica, durante la quale è stato anche corrispondente da Parigi per “Il Gazzettino”, Ugo Ronfani ha congiunto un’attività di saggista e narratore, ispirata in parte dal suo ruolo di cronista e interprete della realtà contemporanea. Nel suo sesto romanzo (Memoriale delle caverne, Manni, 15 euro), racconta una vicenda visionaria, un po’ alla maniera di Orwell in 1984, per dare il senso di un minaccioso futuro, dominato dalla tecnica e prigioniero di un eterno presente immemore, dove la stessa morte diventa (come dice) “un viaggio verso una virtuale eternità”, un procedimento quasi telematico. La trama si snoda lungo il doppio filo dei ricordi affidati dal protagonista a un diario e del commento che li situa in un contesto storico. L’ambientazione è nell’alta valle Cannobina, dove in passato approdarono mercenari scozzesi, poi trasformati in contrabbandieri di tabacco sul crinale del confine svizzero. Pietro Forster, figlio di uno di loro, vede da bambino arrivare un giorno la guerra nella locanda della nonna, dove vive insieme a una cugina coetanea. Con lei, quando i repubblichini incendiano l’edificio, si rifugia nelle vicine caverne del Limadario, serbando in cuore gli insegnamenti della nonna, morta nel rogo. Lì, fuori del mondo, retrocede giorno dopo giorno a un’esistenza preistorica, interrotta dopo molti anni dalla fine tragica della cugina. Uscito dal nascondiglio, viene catturato e condotto come un oggetto di studio nell’accademia della Baronata di Locarno, già sede di un falansterio anarchico nell’800. La Svizzera è nel frattempo divenuta il centro di una civiltà cibernetica globale e l’ex-cavernicolo presto vi si adatta con successo, finché i misfatti di un terzo conflitto mondiale, analoghi a quelli patiti nell’infanzia, lo spingono di nuovo al suo rifugio sotterraneo.

04/08/2006 - Il mattino
L'uomo delle caverne che visse la terza guerra mondiale, di Fabrizio Coscia

La parola “apocalisse”, riferita nell’uso corrente alla “fine del mondo”, nel suo significato etimologico (dal greco “apokalupsis”), rimanda in realtà al concetto di “rivelazione” (letteralmente, “l’alzarsi di un velo”). Ed è in questa doppia accezione (di profezia escatologica e di svelamento) che va letto il nuovo romanzo di Ugo Ronfani, Memoriale delle caverne (Manni, pagg. 148, euro 15).
Ronfani -per molti anni corrispondente da Parigi de “Il Mattino”- giornalista, scrittore, poeta e critico teatrale, ha dato forma nel suo libro a una composita riflessione sulla memoria e il tempo (passato, presente e futuribile), che toglie il velo, appunto, alle “magnifiche sorti e progressive” della nostra civiltà tecnologica, mostrandone tutto il potenziale (auto)distruttivo. Attraverso un doppio registro narrativo -la voce narrante e il diario lasciato dal protagonista- il romanzo racconta la storia di Pietro Forster, che da piccolo, nel 1944, insieme con la cugina Neda, trova rifugio dalle bombe e dai rastrellamenti nazifascisti nelle grotte del Limidario, tra la Val Cannobina e la Svizzera.
Nella caverna, isolati dal mondo e lontani da tutto, i due ragazzini regrediscono a una condizione preistorica, ignorando nella loro vita “underground” l’evolversi del conflitto e, più in generale, della Storia. Quando la morte di Neda lo spinge a uscire dal suo rifugio, Pietro, l’“adulto selvaggio”, il Calibano postmoderno, viene ritrovato e restituito, nel Terzo millennio, a un Occidente cyber-globale, che ne farà oggetto di studio della “new anthropology”, costringendolo a una nuova reclusione nella villa Baronata di Locarno, già falansterio anarchico di Bakunin e Cafiero.
Rieducato alla nuova civiltà, fino a diventare membro benemerito della Accademia della Baronata, eppure irriducibilmente “prigioniero della memoria”, Pietro sopravvivrà anche a una terza guerra mondiale, che so conclude con il dominio di un “pacifismo della rassegnazione” e di una rimozione collettiva del Dolore (di cui è metafora eloquente l’oblio calato sul «Grido» di Munch, rubato dal museo di Oslo “fra la seconda e terza guerra mondiale” e totalmente dimenticato dalla nuova civiltà). E l’ormai vecchio protagonista farà ancora in tempo a capire, prima dell’epilogo, che la post-storia della “caverna cibernetica” in cui è stato di nuovo rinchiuso per la sua “riconversione”, non era poi così diversa dalla preistoria vissuta nelle caverne del Limidario, e che fuggire dal mondo, spinto da un’ostinata e cieca voglia di vivere, è il suo inevitabile destino.
“Scaramanticamente apocalittico”, come lo definisce lo stesso autore, Memoriale delle caverne -tra i vincitori del Premio Bari di narrativa- è un romanzo colto che si alimenta di diverse suggestioni letterarie (dal Saggio sulla lucidità di Saramago al 1984 di Orwell, dal Diavolo a Pontelungo di Bacchelli a La morte di Marx di Vassalli), ma anche di inquietudini e cupi scenari fantapolitici, di indignazione civile, di nostalgie umanistiche e caute speranze, per rivelarci, appunto, la possibile fine di un mondo in perenne cambiamento e, di contro, la natura immutabile dell’uomo.

05/08/2006 - Ultim'ora
Il corso della storia, di Giovanni Amodio

La storia che procede e arretra, il tempo che si dilata e si restringe, la civiltà che regredisce e si trasforma, l’uomo che stagna e quello che accede alla futuribile dimensione altamente tecnologica, la “postoria” prossima ventura che reinventa il senso metafisico, surreale, metaforico, il mito della caverna di Platone, il supremo Ordinatore che rinnova l’apologo Orwelliano del Grande Fratello, tutto questo diviene magmatica materia di elevato spessore di scrittura, nell’ultima fatica letteraria di Ugo Ronfani. “Memoriale delle caverne” questo il titolo molto esplicito eppure così emblematico della strepitosa opera di Ugo Ronfani, uomo di lettere e di teatro, di giornalismo e di narrativa, di saggistica e di critica, il quale intreccia una vicenda esemplare nella quale trasferire, trasfigurare, sovrapporre le tematiche enunciate.
La struttura parallela della narrazione, tra una voce narrante e documento diaristico che spiega lo snodarsi dei fatti, per infiltrarsi con ardita sperimentazione di scrittura e di concettualità, dentro e ai margini, a fianco e in fusione simbiotica, con la storia, confronta la regressione nella preistoria “virtuale” dei due fanciulli con la nonna, costretti durante la seconda Guerra Mondiale a elevare domicilio in caverna, fino a riemergere dalla stasi della storia, alla nuova realtà che propugna una terza Guerra Mondiale e una civiltà cibernetica, tanto più disumanizzante rispetto alla coercizione cavernicola.
Ugo Ronfani, studioso di Orwell, deplora la “caverna cibernetica” nella quale il suo protagonista viene a contatto suo malgrado e approda all’anno 2030, evitando con perizia di frequentare la scrittura “fanta” poiché il suo intento risulta, non come premonizione da racconto, ma come analisi critica da uomo del nostro tempo, capace di guardare al passato, per analizzare il futuro, di attraversare magistralmente i corsi della storia, oltre “il pensiero debole” spingendo le utopie verso la loro elevata valenza di possibilità infinite, quali lo stesso Roberto Musil, contrapponeva all’unicità e al disfarsi della realtà, nel suo celebre “L’uomo senza qualità”.
Opera-mondo definirei il romanzo di Ronfani, sulla scorta di quanto codificato da Umberto Eco, per il lavori “aperti” all’opera universale in cui il lettore potrà identificarsi e riconoscersi costantemente.

26/08/2006 - Giornale di Brescia
In un mondo cibernetico ambiguo e senza memoria, di Graziella Pizzorno

Due registri di scrittura, un diario e la narrazione dell’autore stringono insieme passato e “futuro presente” nel “Memoriale delle caverne” di Ugo Ronfani, che così chiama il nostro oggi in cui il futuro, già dentro al presente, crea un mondo ambiguo e contraddittorio. Una premeditata metafora –la dualità del protagonista Pietro Forster, cavernicolo scampato insieme alla cugina Neda agli incendi nazisti del suo paese nel secondo conflitto mondiale e in seguito accademico indifferente ad un terzo conflitto– si concretizza come accusa, corredata di una precisa e affollata documentazione “contro” l’uomo dell’era cibernetica, che subisce passivo, incapace di uno sguardo lungo che porti soluzione. Nel diario Pietro scrive dalla fuga dell’infanzia nelle grotte fino alla vecchiaia rieducata, “pagine che non hanno altro scopo se non quello di fare il bilancio della vita di un uomo”, e qui Ronfani ironizza con un’ulteriore metafora puntando l’indice sul cyber uomo per fare del suo fanta-romanzo un pamphlet contro ogni incoerenza.
Gli opposti –l’esperienza coatta di Pietro e Neda alle caverne dei monti del Limidario, così come la preistoria della civiltà d’oggi– si fondono in un unico segno, in una unica accezione, in un identico spiazzamento. Come il tempo della memoria che “langue perché è stanco” e il tempo reale del linguaggio informatico che è un non-tempo, che precede il presente. E ancora, fantasma di un romanzo rovente, la terza guerra mondiale che non c’è stata perché è tuttora in atto senza che l’uomo se ne accorga e la “guerra della pace perpetua”, del tutto insieme, in apparenza uguali, dentro alla “caverna della pace” promessa dalla cyber società, che partorisce greggi di nuovi schiavi.
Il Grande Ordinatore tecnologico della demo-cyber-plutocrazia sostituisce indifferenza al dolore e organizza, secondo Ronfani, la cieca armonia del mondo cyber, impedendo ai sudditi dell’economia globale di cogliere “gli scricchiolii” del mondo, di avvertirli almeno prima dell’implosione. Poi l’autore, ironico, ipotizza identici rumori anche nel silenzio delle caverne.
“Ognuno ha le sue caverne” dice la generalessa Volpius, incaricata militare del nuovo assetto per la pace perpetua, costretta riluttante a condurre la “società condensa” verso l’omologazione planetaria. Ma anche lei, Cristiane, si chiede Ronfani, non aveva mai avvertito gli scricchiolii del mondo nel silenzio delle montagne dove era nata, nel paesino germanico di Frauenfeld? Quei rumori, dice l’autore, vengono dalla parte buia del mondo, dai tartari del romanzo di Buzzati, insediati nel gangli vitali del sistema, che si sono impadroniti delle più recenti tecnologie informatiche. Opposta pure lei, allora, la generalessa dagli occhi duri, che sogna i vestiti a fiori di quando era ragazza e annacqua lo sguardo nel passato, ma condanna e scioglie il gruppo di utopisti della Quiete Celeste, gli eremiti che sognano di cambiare il mondo e che cantano “L’inno alla Gioia” di Beethoven. Opposta anche perché, secondo Pietro, così simile nel languore di donna vera alla cugina Neda prima che l’urlo della sua morte portasse ancora più silenzio nella caverna, simile ma forse infelice indossando di nuovo la divisa, fuggendo da Frauenfeld, lasciando a terra l’abito a fiori, che non metterà più. Ed è qui che l’emozione si intrufola, quasi violenta, in un romanzo condotto con raziocinio, è qui che si comprende lo sforzo di chi scrive di distanziarsi dal cuore di Pietro.
Un Pietro novello Calibano, ripescato nelle caverne dalla società e “rieducato” alla Nuova Baronata, residenza eletta per intellettuali illustri, anarchici e libertari, tra i quali Bakunin e Cafiero, nella libera Elvezia, lì organizzati e raccolti dal programma del cyber Grande Ordinatore per farli smettere di pensare a cambiare il mondo e guardarlo solo come un immenso e quieto lago svizzero. Anche se pure alla Baronata gli scricchiolii della parte buia del mondo, la “coalizione scalza”, si affacciavano premonitori di una nuova “civiltà” che tiene in vita i fantasmi del passato per neutralizzarli e farne suoi lampi.
Il vecchio Pietro Forster rifiuta una umanità senza memoria, ascolta l’urlo del Limidario che ingigantisce dentro di lui e riabbandona una civiltà distratta che non saprà più nulla di questo ingenuo “consulente della preistoria”.
13/09/2006 - La Gazzetta del Mezzogiorno
Una storia metafisica, di Mariacristina Metrangolo
 
Certo che tornare nel mondo attuale, essere catapultati nella società globalizzata d’oggi dev’essere stato un bel colpo. E a questa come ad altre emozioni ci introduce il recente volume di Ugo Ronfani, dal titolo Memoriale delle caverne (Manni, 152 pagine, 15 euro).
Nei sei capitoli, nei quali è diviso questo speciale diario, emerge tutta la professionalità dell’autore, giornalista e scrittore, inviato in Italia e all’estero, oltre che vicedirettore del quotidiano milanese Il Giorno. All’esperienza, derivante dalla carta stampata, Ronfani aggiunge il gusto narrativo, maturato in varie trasmissioni televisive e radiofoniche. Sembra, infatti, di gustare una fiction, leggendo le pagine del romanzo ambientato ai confini d’Italia con la Svizzera. La storia inizia con il ritorno di Pietro Forster (sangue scozzese) al termine della «terza guerra» mondiale, che rivisita i luoghi e le montagne che lo videro, con la cugina Neda, scappare e sopravvivere al rastrellamento dei nazi-fascisti. Fuori dal tempo avevano vissuto (fino alla morte di Neda) in condizioni preistoriche, nascosti ma liberi. L’autore immerge il lettore in una storia metafisica, eppur metafora del vivere civile e sociale; tentativo di anticipare il futuro che è dietro l’angolo, conservando la forza d’istinto del narratore.

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