Come mettere un punto e a capo

€18,00
Articolo:
Dario Stefàno
Come mettere un punto e a capo
Diario di bordo
Questo libro è un diario di bordo: un navigare appassionato attraverso interventi che riguardano la politica e la società del Sud.
Il titolo indica la svolta.
L’imprenditore, l’impegnato rappresentante della Confindustria si trasforma, a quaranta anni, in politico di mestiere, catapultato nel mondo dei partiti e della burocrazia regionale.
Rimane l’atteggiamento critico, si rafforza l’impegno sociale, la convinzione che si può e si deve lavorare per cambiare il territorio.
 
info-copertina
Come mettere un punto e a capo
Libro novità
anno: 
2008
pagine: 
160
isbn: 
978-88-6266-144-7
Dario Stefàno è dal 2005 consigliere della Regione Puglia e Presidente della Commissione Sviluppo economico.
È rientrato nel Salento dopo l’esperienza lavorativa nel Marketing strategico di Industrie Pirelli iniziata in coincidenza della laurea in Economia.
Componente di giunta di Confindustria Puglia, dove ha anche presieduto la Commissione Ambiente, ha svolto il suo impegno nell’Associazione degli Industriali di Lecce, di cui è stato giovanissimo vicepresidente per due mandati consecutivi. È stato anche componente della Commissione Sviluppo sostenibile di Confindustria nei due mandati a cavallo delle presidenze Fossa e Montezemolo.
Docente della Scuola di specializzazione in Discipline legali dell’Università del Salento, è autore di numerose pubblicazioni di carattere scientifico.

Introduzione

Chissà se è proprio vero che capita a tutti, prima o poi, di avvertire il desiderio di un impegno civico più esplicito. Quel bisogno di fare qualcosa in più, di non accontentarsi di ciò che si è stati o si è fatto sino a quel momento, di non volersene stare a guardare, continuando solo ad indicare criticamente ciò che andrebbe o non andrebbe fatto. Quella voglia, insomma, di tirarsi su le maniche e provare a “farlo”. A me è successo.
In questi casi, le alternative credo siano, per tutti, solo due: fare finta di niente e continuare la vita di sempre (cercando forse un compromesso con il rimpianto?), oppure assecondare quello slancio emotivo ed interpretare, in una nuova dimensione, il senso più marcatamente civico dell’impegno, che può coincidere (anche) con l’impegno in politica.
Che è poi quello che ho fatto io, accettando l’invito a candidarmi in occasione delle elezioni regionali in Puglia del 2005. A soli venti giorni dall’appuntamento elettorale, volli sfidare quel desiderio.
Ancora oggi continuo a chiedermi cosa mi avrebbe consigliato di fare mio padre, se ci fosse ancora stato. Lui, che è sempre stato il mio punto di riferimento nelle scelte più importanti. È una domanda che mi gironzola spesso nella testa, ed alla quale non sono mai riuscito a dare una risposta certa. Posso supporre, questo sì, che mi avrebbe sconsigliato di misurarmi con un mondo considerato poco incline ai cambiamenti e, per questo, poco adatto alla mia visione delle cose. Ma al tempo stesso posso immaginare che, in cuor suo, si sarebbe augurato che, anche in quella circostanza, non seguissi alla lettera il suo consiglio per fare ancora una volta di testa mia, per poi dimostrarsi orgoglioso della mia caparbietà. D’altro canto, la voglia di abbracciare con quella caparbietà e grande entusiasmo anche le sfide più impegnative, che andassero anche al di là dell’orbita a volte miope della sola dimensione professionale, è sempre stata la mia maniera di guardare alla vita. Che devo proprio a lui. Al suo esempio quotidiano, con cui mi ha contagiato il virus vitale della fatica, del lavoro cioè, ma anche della solidarietà, insegnandomi a non indietreggiare mai davanti alle cose meno facili. Questo è stato, di sicuro, uno dei più grandi insegnamenti di mio padre. Che non era un industriale, né un manager, né un dirigente di Confindustria, ma “semplicemente” un piccolo imprenditore, infaticabile tessitore di rapporti umani e di energie positive.

Il 2005, dunque. A quarant’anni guardavo indietro e vedevo alle mie spalle un percorso di affermazione personale indubbiamente gratificante. Ero un manager affermato, un dirigente di Confindustria ed avevo accumulato un bel po’ di esperienze sia lontano, che qui nella mia terra. Sapevo bene che accettare di assecondare quella voglia di impegnarmi “diversamente”, di aprire cioè la prospettiva di una nuova sfida con me stesso, sarebbe stato un punto di non ritorno. Un po’ come mettere un “punto e a capo”. A quarant’anni si può fare, è vero. Ma non è così facile.
Perché l’ho fatto? Perché in quel momento era forte in me il desiderio di misurarmi con un nuovo impegno, con una nuova sfida, appunto, vincendo anche il pur legittimo timore di registrare una brusca battuta d’arresto di quello che era stato il mio percorso professionale sino ad allora. Ero consapevole che per me si sarebbe trattato di intraprendere quasi “un’altra vita”. Ma l’ho fatto con l’approccio più semplice. Quello di un uomo con le sue fragilità ed i suoi dubbi. Di un uomo che non avrebbe avuto remore, nel caso, ad ammettere di aver sbagliato.
Con questo stesso spirito, mi ha intrigato l’idea di fissare alcune delle tappe più significative di questo mio primo impegno nella politica e nelle istituzioni: ecco perché queste pagine. Quasi a voler fare una fotografia di una esperienza vissuta. Una fotografia che, forse, vedrà sbiadire col tempo i suoi colori, ma che resterà tale.
Una sorta di diario di bordo, se vogliamo. Appunti di un viaggio all’interno della macchina politica e amministrativa pugliese, che ho iniziato come consigliere regionale con un risultato già ai miei occhi strabiliante: il più suffragato nelle liste de La Margherita di tutta la Puglia. Bel successo, per uno che era alla sua prima candidatura e che non aveva mai militato in nessun partito. Un risultato raggiunto grazie alla motivazione di tanti, tantissimi vecchi e nuovi amici, che hanno caricato di entusiasmo quella mia scelta, che hanno creduto almeno quanto me nella possibilità non solo di vincere, ma di essere interpreti di un cambiamento, di contribuire a rimescolare gli schemi.
La sensazione che ancora oggi mi accompagna è di aver vissuto da protagonista un momento storico della vita della mia terra, una pagina inedita della storia istituzionale e politica pugliese.
Perché da manager/imprenditore e dirigente di Confindustria, accettai l’invito a candidarmi con un candidato presidente “comunista”?
Francamente, ancora oggi fatico a rispondere di getto. Ricordo con chiarezza, però, la sensazione, la consapevolezza, non solo mia personale, che si stava per vivere un momento di cambiamento forte, straordinario, uno di quei momenti che scrivono la storia di una comunità. Avvertivo nell’aria l’odore intenso e stimolante di una nuova ambizione che si andava propagando diffusamente, quella di prendere in mano le redini del destino della propria terra. L’ambizione di contribuire personalmente, da parte di molti, tanti, intorno a me, al tentativo nuovo di disegnare, provare ad abbozzare, tratteggiare almeno, un progetto di crescita alternativo e più convincente, che sapesse dare finalmente risposte allo stesso modo nuove e più efficaci alle tante aspettative di sviluppo. Ed io accettai l’invito ad essere tra i protagonisti di quella partita.
Proporsi come alternativa di governo, con l’idea di “incrociare lo sguardo di molti”, mi sembrò un approccio certamente più faticoso, ma capace di sintetizzare ciò che da tempo avvertivo dentro. La sintesi tra differenti sensibilità, infatti, ho sempre creduto fosse il modo migliore per una inversione di tendenza vigorosa all’andazzo quasi ipertrofico, sempre più spesso autocelebrativo, che mi sembrava avesse assunto la vita politica ed istituzionale (anche) pugliese.
In veste di manager, di rappresentante istituzionale di Confindustria, lavorando braccio a braccio con tanti nostri imprenditori, avevo avuto modo di confrontarmi da vicino, sebbene da una postazione diversa, con la macchina politica e burocratica regionale, dove da tempo speravo si potesse avverare una di quelle leggi matematiche del “caos”. Quelle leggi capaci, cioè, di sconvolgere, capovolgere o semplicemente imprimere una accelerata improvvisa ai processi della natura.
Ecco, per me la candidatura di Nichi Vendola rappresentava l’occasione per una “legge del caos” applicata alla politica, capace di dare una accelerata violenta ai processi di quel cambiamento, o almeno al desiderio di esso, che si avvertiva da tempo.

Mi piacque molto l’approccio coraggioso con cui, finalmente, si inaugurava anche un codice linguistico ed espressivo che rompeva col passato: mi colpì moltissimo la grande speranza che Vendola seppe generare, non solo nei ceti più deboli ma anche nel sistema imprenditoriale, la motivazione che seppe accendere intorno ad “una nuova maniera di ragionare e di parlare”, l’aver immaginato “lo spiazzamento come stile di governo”, “il ribaltamento dei codici della politica non più tattica militare”, “la passione come strumento per amministrare le risorse”, “la centralizzazione del flusso di emozioni popolari”…
Era, poi, l’occasione per sovvertire, anche qui da noi, il più classico degli assiomi, che voleva in odor di sacrilegio una possibile collaborazione, una candidatura, un impegno in prima persona, di un esponente del mondo imprenditoriale e confindustriale all’interno di una coalizione di centrosinistra, per di più guidata da un leader comunista.
Io ho creduto fortemente, invece, che la mia scelta avrebbe potuto aiutare l’obiettivo di “aggregare” il sistema d’impresa ed il mondo delle professioni a quel progetto politico, accompagnando la coalizione ad andare anche al di là dei “cancelli delle fabbriche”. Ero profondamente convinto che a quel disegno programmatico di Vendola e di tutta la coalizione di centrosinistra, in quel particolare momento storico, avrei potuto fornire la mia esperienza, la competenza maturata in anni di professione manageriale, di guida di diverse imprese, di attività e rappresentanza confindustriale. A mio avviso, tutto questo avrebbe potuto fornire alla causa una chiave di lettura dei problemi delle imprese sicuramente più di dettaglio, ma mai di parte, più accurata, più vicina alle problematiche interne, ma non impermeabile. E, dunque, avrebbe potuto contribuire a proporre soluzioni articolate, con una maggiore prospettiva di successo, ai problemi delle imprese, al sistema economico regionale, producendo di conseguenza riverberi positivi all’intero tessuto sociale della mia regione.
Questo è stato per me il 2005. Un anno straordinariamente ricco di slanci emotivi, di cariche motivazionali, di pulsioni positive. Uno di quegli anni che rimangono impressi nel proprio “patrimonio” personale, come tutte le esperienze di vita capaci, in un modo o nell’altro, di segnarti. Per sempre.
Fu un anno incredibilmente ricco di esperienze. Anche se, poi, non tutto è stato “rose e fiori”. Al traguardo, dopo l’intensità del rush finale, dopo l’avvincente ultimo miglio di una competizione elettorale per me brevissima ma intensa, all’indomani della vittoria, scoprii un mondo che non immaginavo così poco inclusivo. Un mondo che non riuscivo a leggere nelle sue pieghe più evidenti, che non riuscivo a decifrare, verso il quale mi sentivo estraneo ed impotente. Era il mondo della politica nei partiti e della militanza.
Un mondo che tutti dicono di voler cambiare, ma in realtà forse solo nei momenti in cui soffrono sulla propria pelle le distorsioni più note, solo quando avvertono sulle proprie spalle il peso insopportabile di scelte, che in qualsiasi altro contesto verrebbero considerate illogiche. Quelle scelte che quasi sempre mortificano la competenza in ragione di una presunta patente di fedeltà a “Qualcuno”. Quelle scelte fondate sul presupposto ormai logoro che l’anzianità di militanza possa tornare più utile della conoscenza, possa rispondere meglio agli interessi di una comunità.
Era l’altra faccia della medaglia. Quella che non si vorrebbe mai conoscere e, che nel mio caso, solo nel 2007 sono riuscito almeno in parte, e solo per qualche tempo, a buttarmi alle spalle.

Il 2007. Fu, quello, un anno che grazie all’esperienza delle Primarie riuscì a farmi rivivere quasi le stesse emozioni di due anni prima.
Almeno per me, quindi, anche il 2007 merita di essere fissato in questo mio personale diario politico-istituzionale. Per tutto ciò che significò quello straordinario esperimento di partecipazione democratica, con cui si dava avvio alla costituzione di un partito. Una data importante, per il carico di aspettative che quel processo è riuscito a motivare, per la prospettiva che sembrava dovesse aprire verso un percorso di rinnovamento autentico della politica e che, per quel che mi riguarda, riaccese i motori dell’entusiasmo, della voglia di spendersi, della convinzione che una nuova prospettiva e nuove logiche fossero davvero possibili.
Anche il mio Salento ha vissuto con generosità di energie e di entusiasmi quel momento storico della vita politica, sociale e culturale del Paese, con le Primarie del 14 ottobre 2007. E, dunque, anche a Lecce ci si è spesi senza risparmio per far nascere il Partito Democratico, il nuovo soggetto politico. Nuovo non nel senso di ennesimo, come più volte mi è piaciuto sottolineare, ma portatore di novità: non solo nei linguaggi, ma soprattutto nelle ambizioni, nei propositi, nelle modalità con cui regolare la vita stessa del partito. Questo mi appassionava del progetto del Pd, e mi appassiona tuttora quando immagino un modello innovativo di partito, convinto come sono che quella del Partito Democratico sia ancora una sfida tutta da giocare. Una sfida che richiede ancora un notevole dispiego di energie (motivazionali, di impegno, di rinunce personali) per provare a costruire un soggetto politico che riesca a mostrarsi convinto e al tempo stesso convincente verso chi ancora aspetta di toccare con mano segnali inequivocabili di cambiamento.
Per me il 2007 rimane una data comunque importante, nonostante quelle resistenze che, già dopo i primi mesi da quello straordinario processo che furono le Primarie, hanno iniziato ad appalesarsi, e che rischiano seriamente di comprometterne gli obiettivi e di tradire entusiasmi e passioni, mai così diffuse prima.
Due date, dunque, il 2005 ed il 2007. Due date che hanno segnato la storia politica e sociale del nostro territorio, ma anche questo mio primo brano di esperienza.
In un modo o nell’altro, sono consapevole di essere stato tra i protagonisti degli eventi che porteranno per sempre, fissate dall’inchiostro indelebile della storia, queste due date.
Due date fatte di anni, mesi, giorni. Durante i quali sono stati numerosi i momenti di grande fermento, di lavoro, di confronto, di studio, di rappresentanza, di ricerca, in cui ho avuto l’onere e l’onore di rappresentare questo impegno istituzionale e politico.
Ne ho voluto fissare alcuni, in questo mio personale diario di bordo, scegliendo quelli che ai miei occhi si sono presentati come tappe oggettivamente più significative di un cammino, del quale ho la certezza dell’inizio ma anche l’incognita del domani, non sapendo ancora dove potrebbe condurmi.

Queste pagine certamente non sono, non vogliono essere, un bilancio consuntivo di questi anni (tre, mentre scrivo). Di quelli che solitamente si fanno per capire se si è imbroccata la strada giusta o se è giunto il tempo di cambiare, di correggere la rotta, o di tornare totalmente indietro.
Non credo, infatti, ai bilanci fatti prima della scadenza naturale degli impegni intrapresi, poiché qualunque ciclo deve poter maturare il suo naturale svolgimento.
Ciò in cui credo fortemente, invece, è la pratica dell’analisi, quella costante, quotidiana, che si nutre dell’osservazione dei fatti e del senso critico verso ciò che succede. Perché sono convinto che le sfide si vincono e si perdono solo alla fine del percorso. E per saperlo – se si è vinto o perso – occorre necessariamente il bilancio finale.
Sono già consapevole, però, questo sì, che forse si poteva osare di più, che si sarebbe potuto caratterizzare con maggiore intensità il segnale di cambiamento che si è voluto interpretare. Come pure, sento già che alcune battaglie sono da considerare perse, non da me personalmente, ma dal progetto di innovazione politica in sé.
Ogni qual volta, ad esempio, che ho dovuto toccare con mano le resistenze al cambiamento reale, anche da parte di chi a quel cambiamento diceva di voler ispirare ogni proposito.
Ogni volta che ho dovuto ingoiare la amara delusione nell’aver constatato che, purtroppo, la competenza non è sempre la chiave per aprire le “cancellate” sui ruoli nelle istituzioni e per migliorare quei meccanismi che il tempo – e anche le esperienze stratificate – hanno dimostrato non essere funzionali ai bisogni del nostro territorio.
Ogni volta che ho faticato a far condividere elementi di novità determinanti, che erano leggibili nelle aspettative della comunità, mentre osservavo da una prospettiva per me nuova gli ingranaggi, spesso arrugginiti, di sicuro pachidermici, della macchina burocratica regionale.
Ogni volta che ho incontrato i muri alti delle alleanze e delle correnti che nei partiti ancora faticano ad essere smantellati. Un sistema arcaico che si nutre di rapporti personali ma anche di dinamiche più o meno “machiavelliche” che, sono sempre più convinto, dovrebbero definitivamente lasciare maggiore spazio alla preparazione, alla professionalità, alla competenza, al risultato, alla abnegazione. In una parola al merito.
 
Non mi omologo a chi si arrende pensando che tutto ciò sia una utopia, anzi. Preferisco immaginare che occorra ancora tempo, poiché si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale. E, dunque, prima di giungere al successo, bisogna forse inanellare lungo il percorso una sconfitta dopo l’altra. Ma, nel contempo, serve tenere alta l’attenzione con determinazione e caparbietà. La determinazione e la caparbietà di chi crede con convinzione nel merito, nella preparazione, nella competenza. E anche nel confronto. Non quello fine a se stesso, non quello dove si sa già prima quale sarà la posizione prevalente, ma quello autentico, utile, anzi fondamentale per lo scambio delle conoscenze e la crescita reciproca.
È vero, le cose importanti non cambiano mai di colpo. Nessuno ha la bacchetta magica e, soprattutto, nessuno può credere – o far credere – di averla. Occorre, però, continuare a credere con fermezza nel rinnovamento della classe dirigente. Un rinnovamento graduale, certo, ma che sappia piano piano mandare in soffitta i vecchi metodi della politica che, proprio qui nella nostra Puglia, terra di laboratori e sperimentazioni politiche anche ardite, resistono e continuano ad opporre resistenze enormi al cambiamento vero.
E che allontanano sempre più nuove energie e grandi motivazioni da un mondo, quello della politica, che ancora molti (non sempre a torto) continuano a guardare con diffidenza, continuano a giudicare ancora troppo poco inclusivo.

 

Dario Stefàno, Come mettere un punto e a capo

22/04/2009

Un diario sui primi passi in politica, di Vincenzo Rutigliano

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