L’ultimo dandy

€5,00
Articolo:
Antonio Debenedetti
L’ultimo dandy
Dalle lettere e dal diario del signor M.

Davanti a quell’insolito passante,
si poteva venir colti da un inspiegabile bisogno
di strappare gli ormeggi del buon senso e della ragione.
 

Debenedetti racconta l’esistenza del signor M., dandy degli anni Trenta.
Giramondo instancabile, a bordo esclusivamente dei propri piedi, usa la delusione come fosse il suo cane da guardia, privilegia comunque il paradosso e getta via i sentimenti come zavorra dalla navicella della vita.
Indossa il dandismo come un abito troppo chiaro in un salotto chic.

Progetto grafico di Roberto Gorla e Michela Barbiero

info-copertina
L’ultimo dandy
Libro novità
anno: 
2009
pagine: 
32
isbn: 
978-88-6266-111-9
Antonio Debenedetti è nato a Torino nel 1937.
Suo ultimo libro è la raccolta di racconti In due, Rizzoli 2008.


INCIPIT


Alla metà degli anni trenta un uomo di carnagione e capelli rossi, che si chiamava Max ma si firmava semplicemente M. perché aveva in capricciosa antipatia molte cose compreso il suo stesso nome, si compiaceva di essere senza casa, senza religione e senza certezze. Quell’uomo, vivendo come viveva cioè con l’eccentricità d’un poeta pur non avendo mai scritto poesie, aveva cancellato ogni notizia utile a risalire alla sua origine, alla sua classe sociale. Era come non avesse madre e non avesse padre. Fatto sta che gli sarebbe piaciuto essere o quantomeno sentirsi figlio della luna e del caso.
Anziché frequentare i caffè letterari, come sarebbe apparso naturale conoscendo i suoi interessi e la sua disordinata ma vastissima cultura, il signor M. girava a piedi tutta l’Italia. Amava infatti le verdi pianure e le dolci valli del Belpaese che, civettando con se stesso (non aveva altri con cui farlo), definiva femminili e riconduceva appunto a una sua idea del femminile dedotta da una lontana e mai del tutto ridimensionata lettura dell’opera di Weininger. Così le cime dolomitiche, scolpite dal vento o avvolte nell’ovatta delle nebbie mattutine, venivano da M. scherzosamente associate a un capitolo della sua autobiografia mentale intitolato “volontà di potenza”. Più semplice, perché da ricondursi alle esperienze d’uno spaesamento vissuto cercando sulle pietre arse dal sole le impronte semicancellate d’una civiltà aureolata dal mito, il rapporto con le città posate in riva alle marine silenziose della Magna Grecia. Si aggiunga a tutto ciò che M. considerava insostituibile l’Italia anche perché, caso unico e irripetibile sulla scena della storia moderna, sapeva essere “con clamorosa teatralità fascista e cattolica”. Piazza Venezia e San Pietro apparivano difatti ai suoi occhi “teatro puro, scenografia del più fascinoso e cialtronesco spettacolo del ventesimo secolo”!
Nel suo girovagare senza meta, il signor M. faceva tappa nelle locande affacciate sul buio dei vicoli scavati nell’ombra delle città d’arte. Sapeva apprezzare, con il silenzio, i cibi genuini e il rustico profumo delle lenzuola lavate con la cenere. Sostava a volte, per più e più giorni, in questo o quel borgo dove il silenzio gli pareva fermasse come una cupola invisibile anche il vento. Comunque la prima cosa che faceva, arrivando dove lo portavano i suoi piedi calzati di indistruttibili scarpe acquistate regolarmente a Londra o in una calzoleria di Firenze, era assaggiare il pane. Appena un boccone a stomaco vuoto e stop. Se quel pane gli piaceva, si guardava intorno con espressione complice e diceva “perfetto” tornando poi a chiudersi nella sua enigmatica, un po’ scostante inaccessibilità.
Il signor M., che aveva la pelle cotta dal sole come un albergatore d’alta montagna e però le spalle curve d’un violinista ambulante, indossava sempre giacca e pantaloni di buon tweed. Vestiva maglioni molto belli e mai nuovi ma anzi un po’ slabbrati. In particolari occasioni ricorreva al tepore e alla praticità dei knikerbockers. Nessuno sarebbe stato in grado di dire dove e quando poteva aver acquistato quegli indumenti. Tanto meno M. sembrava disposto a rivelare se (o eventualmente in quale misura) il loro gusto risentisse della guida, del consiglio d’una donna perché anche quello era uno dei suoi tanti, gelosi e inutili segreti. Che più? L’uomo di pelo rosso detestava in particolare, fra tutti i capi di abbigliamento, il cappotto che chiamava “la corazza della rinuncia”. Non portava cravatta e faceva mostra d’un pomo di Adamo piuttosto sporgente, vistoso, che collaborava a dare al suo aspetto un non so che di resoluto e di spavaldo.
Poteva però accadere che il signor M. fosse colto all’improvviso da un oscuro bisogno, nato dal desiderio di sperdimento, di tuffarsi nel grembo d’una grigia e palpitante promiscuità. Ubbidendo a quel distruttivo istinto raggiungeva prontamente Roma o si trasferiva a Milano o anche a Parigi. Da diversi anni, per qualcosa che gli era accaduto, evitava però Londra quantunque conoscesse perfettamente l’inglese come d’altronde il francese e il tedesco.
Pià tardi, andando per le vie d’una di quelle capitali, il signor M. sentiva l’urgenza di trincerarsi nella propria inconfondibile diversità. Fatto sta che sfiorato dai tentacoli dell’indifferenza e dell’anonimo, si richiudeva tenacemente nella propria estraneità. E si ripeteva, come ci si ripete il refrain di una canzone, di sentirsi nell’andirivieni della folla più straniero di uno straniero. Per contro, a chi disponeva d’una più accesa sensibilità poteva accadere di venir colto, notando quel così insolito passante, da un inspiegabile bisogno di strappare gli ormeggi del buon senso e della ragione. Non era raro poi che i meno giovani fossero presi dalla curiosità di sapere quale ricetta avesse seguito quel tipo per diventare com’era. Per diventare, cioè, un uomo fatto di lontananza, un uomo in cui pareva esservi qualcosa che sarebbe sfuggito a chiunque, morte compresa, si fosse trovato a toccarlo.
Del signor M., in ogni caso, si sa molto ma molto poco. Appena quanto è possibile ricostruire, non senza l’aiuto di qualche illazione, azzardata dal ritrovamento di taluni frammenti d’un diario e di alcune lettere indirizzate a una donna di nome Flossie. Una di quelle eterne signorine britanniche, si sarebbe indotti a ritenere, che vestono l’eccentricità come un’etichetta cucita al risvolto della giubba. Una bevitrice di tè, che continuava a starsene ancorata con dispettosa e polemica cocciutaggine all’Europa continentale quantunque dominata ormai da quelle dittature del cattivo gusto e dell’intolleranza di cui doveva peraltro sentirsi irriducibile, inviperita nemica.

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