Le due città. I giorni di Benedetto Petrone

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Articolo:
Le due città. I giorni di Benedetto Petrone
Nuova edizione a cura di Nico Lorusso e Ignazio Minerva

Il 28 novembre 1977 la mia generazione ebbe il suo battesimo di sangue e dovette rapidamente farsi adulta: cercando di non perdere l’adolescenza della passione e la maturità della politica. Rifiutando la violenza e coltivando la memoria. Raccontando ai ragazzi di oggi la vita e la morte di un ragazzo di allora: e il suo stare al mondo con rabbia e con allegria, con vitalità e con generosità. Oggi che la memoria è prigioniera nell’isola dei famosi e l’impegno è asfissiato dall’antropologia del grande fratello, quelli che non accettano le leggi del mondo-market e della guerra permanente possono fermarsi qui a Bari, in quella grande piazza borghese, a sentire un frammento di storia e a coltivare collettivamente un sogno che vogliamo continuare a sognare.

 
Nichi Vendola

 
Leggere questo libro serve non solo a tener vivo il ricordo di Benedetto, ma a riflettere sul vuoto e sulle incoerenze che dominano la città, con un pensiero ad altre vittime innocenti della storia recente: Michele Fazio e Gaetano Marchitelli, ragazzi di periferia morti innocenti sotto il fuoco dei regolamenti di conti mafiosi.
Nico Lorusso e Ignazio Minerva

 
Il libro-inchiesta Le due città fu pensato e scritto in poco più di due mesi, dal settembre al novembre del 1978, e fu pubblicato alla vigilia del primo anniversario del delitto Petrone.
Non c’è notizia, a nostra memoria, di quante copie furono stampate e quante vendute. Certo è che il libro si può considerare un successo per il suo “valore d’uso”: è rimasto l’unica ricostruzione sufficientemente ampia dei fatti.
Pasquale Martino e Nicola Signorile
 
info-copertina
Le due città.  I giorni di Benedetto Petrone
no
anno: 
2007
pagine: 
112
isbn: 
978-88-8176-995-7
Presentazione di Nichi Vendola

PRESENTAZIONE

Chiudo gli occhi e mi rivedo lì, adolescente, smarrito, ferito: non solo io come persona, ma io come comunità politica ed io come generazione. A quel tempo, erano i mitici anni Settanta, non si usava quel pronome personale, dire “io” appariva quasi un vizio. “Noi” fummo risucchiati nel gorgo di quella morte “nostra”: di uno di noi, ragazzo come noi, comunista come noi. Benedetto Petrone, un ribelle cresciuto nel recinto degradato di Bari Vecchia, una passione politica spesa tra antifascismo militante e lotte per il risanamento del suo quartiere. Fu ucciso dalla lama di una banda di fascisti. Era il tempo in cui Pino Rauti girava l’Italia predicando lo “scontro fisico”, era giunto anche nel capoluogo pugliese a seminare il veleno dell’odio. Chiusi gli occhi quando mi chiamarono i compagni della Federazione provinciale per dirmi che avevano ucciso Benedetto. Chiusi gli occhi la mattina seguente, in una piazza Prefettura gremita di gioventù, accanto ai compagni che posavano fiori e piangevano, nell’angolo in cui si era compiuta la tragedia. Chiusi gli occhi quando la polizia cominciò a lanciare lacrimogeni su di noi, quando cominciò una carica assurda contro chi vedeva violato persino lo spazio del dolore. Ho sempre avuto l’istinto di chiudere gli occhi, un vero automatismo fisico, dinanzi alle cose insopportabili: quasi l’impossibilità di guardarle, di metterle a fuoco, di doverne sondare la gravità. Io sono diventato comunista per amore sfrenato della vita, la morte come strumento di lotta politica è un pensiero che neppure riesco a contenere nel mio cervello. Rivedo Franco Giordano sul palco, anche lui ventenne, che esorta ad una reazione intelligente e politica, che ragiona e urla e piange. Non tutta la città indossò il lutto per quella morte violenta. Il neofascismo barese godeva di ampie alleanze e simpatie e, sia pure dentro quella cifra di teppismo squadrista, serviva alla stregua di un randello “d’ordine” nelle mani di un pezzo di establishment locale. Dopo l’omicidio Petrone, quella classe dirigente che non ebbe lacrime per un figlio del popolo ammazzato come un cane, ebbe invece progetti e procedure per aggredire il popolo della città vecchia, per deportarne porzioni crescenti nelle immonde periferie che crescevano a ridosso dei nuovi insediamenti industriali. Su Benedetto si giocò con le piccole insinuazioni e con le diffamazioni allusive: forse la droga, forse la marginalità, forse la sua radice sociale lo avevano portato a morire. Poi calò l’oblio. Il 28 novembre 1977 la mia generazione ebbe il suo battesimo di sangue e dovette rapidamente farsi adulta: cercando di non perdere l’adolescenza della passione e la maturità della politica. Rifiutando la violenza e coltivando la memoria. Raccontando ai ragazzi di oggi la vita e la morte di un ragazzo di allora: e il suo stare al mondo con rabbia e con allegria, con vitalità e con generosità. Oggi che la memoria è prigioniera nell’isola dei famosi e l’impegno è asfissiato dall’antropologia del grande fratello, quelli che non accettano le leggi del mondo-market e della guerra permanente possono fermarsi qui a Bari, in quella grande piazza borghese, a sentire un frammento di storia e a coltivare collettivamente un sogno che vogliamo continuare a sognare.   
                                                                                                                 Nichi Vendola

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Quando la morte prese uno di noi, di Nichi Vendola

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Benny vive", la storia in un graffito, di Mario Desiati
 
Ci sono scritte sui muri che ci accompagnano nella vita come un solco anonimo sullo sfondo. Un paesaggio con parole a cui non sappiamo dare il significato. Per molti di coloro che oggi hanno venti o trent´anni certe scritte come quella che fino a 10 anni fa era ben visibile dietro il Fermi di Carrassi "Benny vive!", sono un graffito e basta.

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