Casa Bàrnaba al Premio Strega

data: 
07/07/2005

Intervista a Rosalba Conserva in lizza per il prestigioso Premio nato in casa Bellonci nel 1947.

Il mondo è un figlio unico 


“Afferrala bene, una mano qua e l’altra qua” bravo. E adesso vai a portare la pentola alla nonna. Preso dalla gioia di avere tra le mani una pentola vera, il bambino cadeva nell’inganno: si dimenticava che non sapeva camminare e si metteva a camminare svelto svelto. È un piccolo assaggio di Casa Bàrnaba della pugliese Rosalba Conserva, tra gli undici candidati –annunciati giovedì scorso a Genova– al Premio Strega 2005 promosso dalla “Fondazione Maria e Goffredo Bellonci”.
Prossime tappe del Premio, il 3 giugno a Benevento e poi Roma, a Casa Bellonci, dove giovedì 23 verrà effettuato lo spoglio dei voti dei 400 “Amici della Domenica” per designare la cinquina nella quale sarà designato il vincitore nella tradizionale cerimonia al Ninfeo di Villa Giulia il prossimo 7 luglio. La Conserva, originaria di Monopoli, vive ed insegna dal 1980 nelle scuole superiori a Roma collaborando con il Cidi. Ha dedicato molti anni allo studio del pensiero di Gregory Bateson (1904-1980, tra i fondatori della cibernetica, epistemologo nel “Gruppo di Palo Alto” degli anni ’50). A Bateson la Conserva dedicò la sua prima biografia: La stupidità non è necessaria. Gregory Bateson, la natura e l’educazione (La Nuova Italia, 1996), fondando a Roma il “Centro Bateson”. E nel comune interesse per Bateson incontra Renato Minore che con Giovanni Russo l’ha presentata allo “Strega”.
Quella descritta in Casa Bàrnaba è una storia corale negli anni Cinquanta sullo sfondo di antiche vicende di famiglie contadine del Sud, ricordi di luoghi e d’infanzia sospesi tra le speranze di un futuro che si stemperavano nelle avvisaglie della speculazione edilizia degli anni Sessanta. Un romanzo di formazione di cui sono testimoni i bambini, il bambino di Franzina che porta la pentola alla nonna ed impara a camminare.
“La versione del romanzo che poi è stata pubblicata è quella che riprende lo spirito della bozza originaria su cui ho lavorato per vent’anni”.
Quando ha deciso di mandarlo alle stampe?
“Quando avevo superato la fase in cui si perde quell’orgoglio delle proprie radici e di aver avuto qualche storia personale di cui vantarsi, come se luoghi e personaggi mi sollecitassero a recuperare lo stupore ed il lungo addestramento alla scrittura del romanzo”.
Lei ha anche insegnato italiano in Somalia, all’Università di Mogadiscio. Ci sono delle tracce di quest’esperienza in Casa Bàrnaba, ambientato nel Mezzogiorno d’Italia?
“Quelle di una socialità che credo ricordi a tutti qualcosa che appartiene alla nostra storia di umani”.
Una socialità che è del bambino di Franzina, il piccolo testimone del suo romanzo?
“Lui non esisteva nella versione originaria: è nato nel romanzo molti anni dopo. Mi sono accorta che utilizzavo la presenza di questo bambino come segnatempo. Una mia amica gli addirittura dedicato un sito web”.
C’è qualcos’altro nel cassetto oltre alle sue prossime pubblicazioni batesoniane?
“Un libro che è stato il primo romanzo che avrei voluto pubblicare quando venni a Roma: la ricostruzione della storia della persona che aveva abitato nella casa che avevo preso in affitto e che non aveva potuto amare suo figlio perché unico:come il dio dell’universo che non ha potuto amare il mondo che ha creato perché non ha potuto confrontarlo con nulla. Potrebbe essere il prossimo”.


Maria Paola Porcelli, “La Gazzetta del Mezzogiorno” , 29/05/2005

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Formato: 2020-11-27
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