Alberto Bertoni, Ho visto perdere Varenne

18/04/2006

Bertoni, in corsa nei frammenti della memoria, di Nicola Vacca


La nuova poesia di Alberto Bertoni racconta in un giornale di viaggio esistenziale il quotidiano mentre muta in tutte le sue sfumature. In Ho visto perdere Varenne il poeta modenese ci mette di fronte alla sua autobiografia sommaria, nella quale l’esperienza della poesia e quella dell’ippica coincidono in una “percezione amplificata del mondo, delle parole, dei ritmi, dei suoni necessari per articolare un pensiero”.
Parte dal suo grande amore per le corse il racconto del poeta che non trascura nei suoi versi di immortalare in una scrittura lirica intensa tutte le occasioni del quotidiano che egli stesso confessa di aver vissuto intensamente come testimone in balìa degli eventi. Nelle sei sezioni della raccolta, Bertoni corre sul filo di una schietta emotività per raccontarsi nel cuore delle cose della sua vita (i versi dedicati al padre scomparso rappresentano il vertice di questa personale ricerca). È sufficiente leggere le pagine introduttive che il poeta scrive prima di consegnare al proprio lettore le voci della sua memoria. «Non è facile raccontare una manìa. Prima delle altre dominanti, la poesia e le donne, il borgogna e l’inter, per esempio, è sbocciata in me bimbo piccolissimo quella delle corse dei cavalli, senza che nessuno dei miei familiari (in particolare mio nonno e mio padre, i responsabili della mia educazione sportiva) abbia fatto qualcosa per trasmettermela».
Bertoni mette insieme, senza intenzione di ricostruirli, i frammenti dispersi della sua esistenza. Si appella alla memoria per scrivere il resoconto ironico e sarcastico del suo romanzo di formazione. Scrivere, per il nostro poeta, significa una cosa sola: spalancare le porte della mente per consentire al cuore di attingere nella memoria dove sono riposti quei frammenti che compongono la mappa provvisoria della condizione umana: «Ombre, rimasugli della mente / filamenti senza più corrente / rose di ruggine, pietre / Vanno le sfumature del marrone / con vene intonate di colore / i cachi, gli aranci, le carote-vanno / nell’inverno che viene / gli incendi alle banlieues / molto più delle mode / Scheletriche scene / di volti alla parete / le schegge come parole / fuochi di niente».
La poesia di Alberto Bertoni è un meraviglioso resoconto del vero autobiografico. Un’esperienza che finirà per ammaliare il lettore. Perché è talmente intensa la sincerità che non si cela dietro gli indizi, le tracce e le istantanee che il poeta gli dona generosamente della sua esistenza.
Siamo di fronte ad un poeta che si racconta a cuore aperto con la parola che non mente delle proprie vicissitudini esistenziali, che in queste poesie diventano le cose colloquiali da confidare a quel qualcuno di cui abbiamo bisogno per sentirci vivi. Per Bertoni l’interlocutore preferito è il suo lettore. A lui sente il bisogno fraterno di raccontare l’inventario privato della propria vita: «La nostra libertà di stare / ancora insieme di là dalle marcite / oltre perfino il gigantesco silos / che non sai se acquedotto o granaio / alba o tramonto dove / oggi divampa l’Emilia e ricomincia».
Alberto Bertoni sa essere poeta fino in fondo perché sa raccontare, con trasporto emotivo, la natura delle cose di cui è fatta la vita.

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