Alberto Bertoni, Ho visto perdere Varenne

12/06/2006
Poesia emiliana, di Gianfranco Fabbri

L’ultimo libro di Alberto Bertoni, Ho visto perdere Varenne, pone sul piatto l’eterno conflitto tra il tempo del presente e quello, ben più evocativo, del passato. Questo progetto non parrebbe però il solito lavoro incentrato sul concetto “si stava meglio quando si stava peggio”, quanto invece la valutazione problematica della stagione che non c’è più. Il titolo del libro mi dà un’impressione vagamente simile a quello del film di Pietrangeli, Io la conoscevo bene. L’analogia atmosferica di queste due titolazioni è tutta nell’ “essere stati testimoni di un evento  vissuto”. Ho visto perdere Varenne significa anche dire: “i miei documenti non sono le carte che cantano, ma gli occhi; i miei occhi che hanno visto in diretta la Storia e la mia piccola storia”. In questo lavoro, ho letto un felicissimo Bertoni alle prese con le proprie problematiche, più che con le sue felicità. Un Alberto sorprendente che si è lasciato dietro ogni laccio con la grande cultura accademica per approdare, anima e corpo, alla sua umanità, alla sua sapienza del cuore. Una pagina via l’altra, ecco l’autore rendersi ora dolce, ora ironico, ora invece pessimista e doloroso. Ne esce fuori un quadro netto, eppure sontuoso: non un viaggio a ritroso nel tempo, bensì un tempo del passato che investe il presente e lo camuffa da tempo andato. Si vive in diretta, ricordando l’azione potente di “differimento”. Bertoni è alle prese con l’arco di vita soggettiva e con il corpo, che quasi tratta da “corpo estraneo” a sé stesso. Basti questo incipit bellissimo, per capire: “Il corpaccione respira, lavora / ha un principio di diabete / prova attrazione, ne riceve / quasi mai riposa …/”, quasi fosse, la quintalata di mole, un animale che lui ha reso domestica quanto può esserlo la gatta di casa, chiamata “Musetta”. In tale arco di vita vi compaiono, protagoniste e ancelle, le due città più amate: Modena e Bologna, tra le quali l’autore si sposta e vive gran parte del suo presente. In questa bella raccolta di versi si scende nel piccolo infernetto dei fatti minimali: che so; un cellulare che suona, il relativo discorso con una lei che accorda o non accorda felicità. C’è l’impatto con il traffico cittadino, uguale ed angoscioso come sempre. Vi sono abboccamenti con una carnalità passionale di primo piano, come ad esempio nel seguente scampolo, tratto da “Frammento del ‘77”: “E’ un brivido indicibile, supremo / sfiorarti il seno / stringere il tuo vero / corpo invece dell’unghiolo…”. Il lettore poi incappa in fotogrammi degni di un grande cinema europeo, come quelli di pagina 39, là dove Bertoni dice: “La visione dei miei / in bagno all’alba / mia madre accovacciata, mio padre / in piedi mentre piscia / e io nel corridoio / la luce cruda, la vescica che scoppia …”. (Visitors, pag. 39). Da una stagione all’altra, la passione per i cavalli e le corse relative, ereditate dagli uomini di casa, farciscono questa esistenza di formazione, facendo dell’ippica (e del beniamino Varenne) il lei motiv nascosto, eppure vivido ed efficace, di tutto il romanzo in versi.
Dal corpo giovane di Alberto agli amori in divenire, ai fatti minimali del comune vivere di tutti noi, si giunge infine ad un altro corpo fisiologico: quello del padre che, a causa dell’alzheimer, declina verso una rovina totale delle sinapsi. Figlio e papà si riuniscono allora in una nuova vita di relazione, fatta di dolcezze, di fatiche, di consapevolezze amare e di scazzi repentini, quanto evanescenti. La morte del senior sarà la perdita di parecchi attrezzi del magazzino mnemonico del figlio: il vecchio si porterà via un poco la Modena delle passate stagioni, gli occhi delle ragazze amate da Alberto, le incazzature della gioventù, nonché i controsensi del vivere quotidiano.
Poesia “emiliana” quanto mai, quella del nostro ospite. Il suo è un dettato ove l’io poetico, le locations e l’intendere l’uso terragno dell’esistenza, rasentano, in ogni momento, la concretezza dell’agire, tipica di quelle terre. La costruzione dei testi, però, pare avvertitissima, nel suo evidenziare le rime, le rimalmezzo e altri elementi messi a disposizione dall’arte del verso. Vi è spesso evidente, all'occhio di chi legge, l’accumulo di oggetti veri e anche di oggetti mentali; di frasi attorcigliate che regalano al lettore qualche difficoltà che però vengono superate dal piacere di scoprire gli orizzonti alle tematiche e gli spazi di quella specie di West che è la pianura padana. Si pone sempre, in ultima analisi, il dilemma: quali sono i padri di questo bravo poeta? Direi, il Novecento tutto; e, in particolare, il Novecento padano, sul confine tra la Bassa lombarda e l’Emilia. Istintivamente rivedo in lui un poeta di Mantova, suo grande amico, che risponde al nome di Giancarlo Sissa. Azzardato il dirlo? Secondo me, no. I due autori hanno in comune un lessico concreto, ma pure concesso a minuscole visionarietà: disincanto reale e fede laica parrebbero essere le cifre che li uniscono.
“C’ero anch’io”, ci dice in chiusura Bertoni; “c’ero anch’io quando Varenne perse la sua corsa”. Una testimonianza che è anche radice e memoria, oltre che impatto emotivo personale.
 

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