Alberto Bertoni, Ho visto perdere Varenne

01/06/2006

Un poeta corporeo, di Cesare Cavalleri

Non è prosa lirica quella che Alberto Bertoni (Modena, 1955) ha premesso al suo quinto libro di poesia, Ho visto perdere Varenne (Manni, San Cesario di Lecce 1006, pp. 104, Euro 10): niente del montaliano Dov’era il tennis della Bufera, bensì la spiegazione diaristica, in linguaggio quasi giornalistico, della mania per le scommesse sulle corse dei cavalli che il poeta ha contratto fin da bambino. Una passione che non ha nulla di aristocratico o di araldico, ma che entra con fisicità nell’universo del poeta che non può escludere questo risvolto importante di sé al momento di raccontarsi.
Eppure: quando Varenne fu battuto nel Premio Nazionale a San Siro del luglio ’98, «era nato un campione e perciò un vero poeta, con il ritmo implacabile e incalzante fino all’ossessione del suo trotto (cioè della forma profonda del suo andare e del suo “dire”)”. Non è prosa lirica (e si può anche dire «per fortuna»), ma abbiamo qui l’esatta cifra critica della poesia di Bertoni, «forma profonda del suo andare e del suo dire». È una poesia, come giustamente scrive Niva Lorenzini nell’Introduzione, «tutta corporea, stagionale, topografica, metereologica», una poesia che mette leggermente a disagio per la sua fisicità, con la disinvolta naturalezza della fisiologia infantile.
Niva Lorenzini (che però scrive «perimetrarla» e «perimetrato» a distanza ravvicinata) cita un po’ a caso Caproni, Sereni, Montale, Mandel’stam, ma vede giusto con il Baudelaire «dall’apparenza normalizzata dei Petits poèmes en prose – magari miscidati con le sanguinetiane Postkarten». Una poesia, dunque, di rara spontaneità, che tuttavia non esaurisce –par di capire– tutto il mondo di Bertoni in cui trova posto anche altro, e non solo i cavalli.
Il libro si articola in sei sezioni. Dopo la prosa eponima, viene Il figlio di un asciugamano povero (splendido titolo che resta enigmatico), sulle radici familiari e cartografiche. La terza sezione, Brès (Braci) è in dialetto modenese, e non mi riguarda. Segue Un amico lontano, che contiene anche le più belle poesie d’amore (amore distante, amore cercato). Di là è una sezione di traduzioni-imitazioni di poeti americani (Kees, O’Hara, Levine, Wright), inglesi (Harrison) e irlandesi (Durcan), interessantissima e consentanea, che si apprezzerebbe ancor di più se fosse dato il testo a fronte. Infine Diario di Alzheimer è la dolente, struggente sezione dedicata alla malattia del padre.
Bertoni, che è poeta colto, sembra sfiduciare la cultura a favore di un vitalismo che lascia rimpianti e consente accensioni liriche durevolmente intatte: «La visione di un volto / il tuo o un altro non è chiaro / nella telefonata al limite del pianto / quando l’aria è canto».

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