Alberto Bertoni, Ho visto perdere Varenne

21/06/2006

Poesia contemporanea, istruzioni per non perdersi, di Antonio Prete

Chi volesse seguire le pubblicazioni di libri in versi, sia in lingua italiana sia in uno dei nostri dialetti, non riuscirebbe a star dietro alla frequenza delle uscite. E anche rivolgendo l’attenzione soltanto alle scritture dignitosamente ascrivibili a quel linguaggio che chiamiamo poesia, avrebbe di che penare per stare al passo con l’informazione e, soprattutto, con la lettura. Se, come accade a chi scrive, si aggiunge l’interesse per i classici non solo italiani e per i versi di importanti poeti di altre lingue e culture, si fa davvero aspra la difficoltà.
Come orientarsi tra i tanti libri poetici della nostra lingua, freschi di stampa, che si affollano sui tavoli? La brevità dei singoli componimenti che compongono un volume viene in soccorso. Così si può sostare solo su alcuni testi, come guidati da un silenzioso suggeritore, o da un fiuto che si spera sia stato affinato dall’abitudine. Si può insomma entrare in dialogo soltanto con alcuni versi, e dunque sentirsi esentati dal compito di una lettura integrale. Ma, ogni volta, è la qualità della scrittura poetica che può intrattenere il lettore e persuaderlo a proseguire fino in fondo. Cosa che al sottoscritto accade, in verità, con molti poeti. Si aggiunga l’abitudine a seguire l’intero percorso di alcuni poeti italiani, le scansioni delle loro pubbliche presenze editoriali: e spesso si tratta di poeti nel frattempo divenuti amici e interlocutori assidui. Ogni nuovo libro di un poeta amico è un’occasione di dialogo, e di meditazione, e di scrittura al margine. Un colloquio con la poesia, che proprio passando attraverso l’amicizia, trova ogni volta modi di ripresa, balzi, curiosità.
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Ho visto perdere Varenne, di Alberto Bertoni (edizioni Manni) si apre con un’introduzione scritta da una delle conoscitrici più sicure, e più fini esegeticamente, della poesia italiana contemporanea, Niva Lorenzini. Che subito, ad apertura, tocca il punto: la scrittura poetica di Bertoni è “tutta corporea, stagionale, topografica, metereologica», ma anche, allo stesso tempo, «tutta straniata, ingannevole, doppia», e questo dietro l’apparenza della cronaca quotidiana, dell’occasione, dell’incontro. Il titolo del libro è lo stesso della prosa che apre la sequenza dei versi: il racconto d’una passione duratura e totale, la passione per le corse dei cavalli, con le immagini –di memoria, di umore e ironica affezione– che salgono dall’ippodromo modenese del Foro Boario e da quello, successivo, della Ghirlandina. Seguono i versi, in lingua italiana e in dialetto modenese, e una sequenza di imitazioni –esemplari per nitore e timbro– da poeti di lingua inglese. Un libro, dunque, ricco di registri e di variazioni, curvo con sapiente autoironia sul romanzesco della vita quotidiana, tessuto di particolari minimi e sfuggenti, ai quali il poeta conferisce, ogni volta, un senso allo stesso tempo effimero e prezioso. E proprio questo atteggiamento che diviene sicura tonalità, riappare, limpidissimo, nei versi in dialetto, dove c’è una esatta combinazione di ironia e malinconia, di bizzarria popolaresca e acutezza amara dello sguardo.
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