Alda Merini, Antenate bestie da manicomio

03/11/2008

Sogni, ricordi, timori, di Rossano Astremo

Antenate bestie da manicomio, nuovo libro di Alda Merini, edito da Manni, è una piccola biografia intellettuale, all’interno della quale sono presenti poesie ed aforismi composti dalla stessa negli ultimi anni. Una profonda meditazione sulla vecchiaia e sulla morte sembra essere il filo conduttore delle pagine (“io la morte l’ho conosciuta. Io ho pianto affianco ogni giorno con la morte. Ed è bellissima. È una cosa che ogni giorno si batte per il trono come la pelle morta”).
A questa si accostano altri motivi ricorrenti: alcune riflessioni sulle città nelle quali la Merini ha trascorso la sua esistenza, Milano e Taranto su tutte (“Ho amato tanto, in modo spasmodico, in questa Milano infernale e grande pace avevo trovato a Taranto tra le braccia di un vecchio che era orgoglioso come una pianta giovane, e severissimo”); ricordi sugli amici perduti, tra cui Maria Corti e Vanni Scheiwiller («Quando Maria mi disse al telefono che stava male le mandai un fascio di rose bianche. Mi telefonò e mi disse: “Grazie, sono i figli che la vita non mi ha dato”»); l’ossessivo riferimento all’esperienza del manicomio (“Io sono stata messa in manicomio perché ero colpevole di adulterio: amavo l’arte più della mia famiglia, ma non potevo dire che ero un’adultera sacrificale”).
Antenate bestie da manicomio è un ulteriore tassello dell’immensa produzione dell’autrice di La Terra Santa e Delirio amoroso, un vero e proprio corpo a corpo con le ferite della vita, con il continuo fiorire di dolori che piegano e sfiancano.

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