Alda Merini, Canto Milano

16/05/2007
Cercando con Alda Merini il cuore poetico di Milano, di Nicola Vacca
 
Ci sono occasioni che ti donano la visione dell’assoluto. Incontrare Alda Merini, e la sua poesia, significa entrare con dolcezza e con follia nei luoghi segreti di un altrove mistico in cui è custodito il segreto della vita.
Alda abita sui navigli milanesi. Questo luogo è per lei un luogo dell’anima, in cui ricevere gli amici per parlare di poesia. Per conoscerla la poesia devi aver vissuto nel dolore, aver toccato con mano l’inferno della follia. Alda Merini è una grande visionaria che entra in contatto con la parola estrema. Con il verso spiega a tutti la ragione religiosa della vita. «E allora il poeta deve parlare. Deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni e farne oro colato. Ora la poesia dovrebbe essere un fenomeno un po’ più extraconiugale, diciamo un fenomeno collettivo. Per carità, non tutti hanno voglia, quando tornano dal lavoro, di leggersi i poeti, che Dio ce ne guardi. Però la poesia educa il cuore, la poesia fa la vita, riempie magari certe brutte lacune, alle volte anche la fame e la sete, il sonno. Magari anche la ferita di un grande amore, un amore che è finito, oppure un amore che potrebbe nascere». Amiamo Alda perché ci ha insegnato che la poesia o educa il cuore oppure possiamo definirla non poesia.
Lei è sempre stata attenta alle ragioni del cuore che la ragione non conosce, quando dal suo rifugio interiore dei Navigli alza la cornetta del telefono e chiama i suoi amici, incominciando a dettare i versi che le vengono ispirati dalle sue numerose inquiete voci di dentro. Dall’altra parte del filo l’amico di turno inizia a scrivere, mentre Alda, in preda al delirio dell’anima, si confida assorta nella religiosità della parola poetica, che la possiede senza mezze misure.
Nasce così la poesia del cuore di Alda Merini: dalla consapevolezza chiara di dover convivere con il dolore, entrare in contatto con l’esperienza estrema del proprio mondo interiore, quasi per compiacere una consumazione autodistruttiva. Alla fine la scrittura della «pazza della porta accanto» sfocia nella lucidità, dove la poesia vera finisce per annientare il luogo del nulla.
Dalla sua casa aperta a tutti, nel cuore dei Navigli, la grande poetessa licenzia il nuovo libro in cui racconta il rapporto amore-odio che la lega alla sua città. In Canto Milano Alda racconta il passato glorioso e il presente decadente di una metropoli che ha smarrito la sua geografia dell’anima.
Ricorda in una lunga prosa, e in meravigliosi versi scritti per questo libro, la Milano della giovinezza e dell’infanzia, quella dei quartieri popolari, delle osterie, dei borboni, degli artisti, e del prete esorcista di Ratanat.
La Merini parla di una città profondamente cambiata che non riconosce: «Milano è diventata una belva / non è più la nostra città, / adesso è una grossa signora / piena di inutili capelli».
Di quella Milano diversa, ricca di artisti e intellettuali, la poetessa ha una grande nostalgia. Oggi la sua città galleggia sull’acqua, per questo ogni tanto trema. Ora gli amministratori pensano che il Naviglio possa essere una risorsa per la città e tentano di sfruttarlo diversamente.
La poetessa ascolta l’intimità della propria solitudine, recupera la grande umanità dell’esistenza vissuta nella dimensione dei rapporti umani che si costruiscono nella dimensione della misura d’uomo: «Il sogno è ciò che depura veramente l’uomo, che gli evita la follia. La gente oggi non sogna più. Arriva la mattina al lavoro e si trasforma in una macchina di produzione. Abbiamo perso l’umanità. Continuando a costruire e affollare case su case, l’uomo non sogna, non fa più il poeta. Qualcuno scappa, evade dalle città, va in campagna. Ma non ricerca la felicità. Fugge dal rumore e basta. Io, per il rumore, sono quasi impazzita».
Con il batticuore oltraggioso del poeta, la Merini osserva la storia confusa della sua città che si è persa nel caos del nuovo ordine globale. Si aggira nelle sue strade nevrotiche, guarda gli uomini mangiarsi l’un l’altro. La poetessa dei Navigli è convinta che la sua Milano, città perfetta, abbia bisogno di un fiore che lungamente sorrida. Per questo intinge la penna nella verità della poesia e così scrive: «Il Poeta raccoglie dolori e sorrisi / e mette insieme tutti i suoi giorni / in una mano tesa per donare, / in una mano che assolve / perché vede il cuore di Dio. / Ma la città è triste / perché nessuno pensa / che i fiori del Poeta / sbocciano per vivere molto a lungo / per le vie anguste della grazia».
La poesia, per Alda, è un incontro con la vita. Proprio per questo, la sua intera opera si legge come una riflessione estemporanea sulla follia, sul dolore e sull’amore. Così rinuncia alla grazia del messaggio poetico nemmeno quando scrive della sua Milano, città perduta. Nel «rovescio della parola del poeta» c’è il segno di una grande ricchezza interiore in cui «tanti baciano la mano / del proprio carnefice / e questo significa che il cielo / è di ogni cuore, / come di tutti è il paradiso». Milano è salva, nonostante la sua decadenza, nelle alchimie della poesia.
Alda Merini, rifugiata nei suoi Navigli irriconoscibili, continua a inventare al telefono poesie per gli amici. La sua poesia, come scrive Maria Corti, è una macchina d’amore che prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi.

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