Alessandro Fo, Vecchi filmati

07/06/2006

Paralleli e meridiani, di Giovanni Orelli

Già ho avuto l’occasione, e il piacere, di dire in “Azione” un paio di cosucce, insieme con l’ammirazione per Alessandro Fo (che, «letterariamente» vale più dello zio, il Nobel Dario Fo). L’ho fatto per poesie sue (ricordo Piccole poesie per banconote, delizioso libretto della Polistampa di Firenze, 2001, per Corpuscolo, Einaudi, 2004, per Virgilio, e per la splendida traduzione delle Metamorfosi o L’asino d’oro) di Apuleio, secondo secolo dopo Cristo, supermodello per il romanzo, molto caro, «et pour cause» a un Moravia…
Dalla parete di quinto o sesto grado del latino, scendiamo alla poesia con lingua d’oggi. L’editore Manni di Lecce pubblica, di Alessandro Fo, nato a Legnano nel 1955, docente di latino all’Università di Siena, Vecchi filmati, con Prefazione di Romano Luperini, Lecce, 2006, 15 euro. Il Luperini, che è tra i più «concreti» critici che operano in Italia, fa, per aiutare il lettore, il nome di Guido Gozzano. Dal quinto o sesto grado si passerebbe alla un po’ umbratile colloquialità fraterna. Ora non è che si voglia gareggiare (scherziamo?) con Luperini, ma farei altro nome, come uno dei tanti possibili cartelli indicatori per aiutare (lo si aiuta? lo si distrae?) il lettore verso un porto adeguato. Il nome (potrà parere scelta balorda) di Pietro Metastasio. Per la grazia (sintassi, rime ritmi ecc.) che veste la durissima realtà del vivere quotidiano. Grazia non solo nei girasoli, nel loro eliotropismo:
 
Non sono i fiori a somigliare
 al sole:
è il sole che ricopia il girasole,
e, se la terra gira intorno al sole,
gira a sua volta il sole intorno
                         al fiore.
 
Romano Luperini ha ragione al 100% quando dice che «il poeta è un guardiano del nulla». Capovolgere l’orrore in splendore, il nulla in bellezza, il vuoto in decoro.
Non va il nome del Metastasio? Provate con Mahler, la sua estenuante bellezza. Si prenda, tra tanto, MetropolitanaTiburtina») con il drammatico ritratto di una «autorifiutata», una «bella forastica addetta alle lordure, agli escrementi / di viaggiatori, barboni e mendicanti (…) specchiata in rotocalchi / sfogliati sul suo banco / tenendo basso, una volta in più lo sguardo. // E una volta, passando, / nell’ora meridiana / lei era lì gettata sopra il banco, / come autorifiutata, assopita / braccia conserte su uno straccio bianco, / sfatto cuscino a una pausa in quella vita».
Si diceva Metastasio. Per un d’après, alla Picasso. Del tipo: «Ovunque il guardo giro / immenso Dio ti vedo…» che si fa: «Ovunque il guardo giro, autorifiuti vedo… Vi riconosco in me».
Lungo, per la riproduzione, qui, non lungo per la poesia, il ritratto delle tre giapponesi, un momento di grazia nella vita, tradotto in ritmo, in rima.
Alessandro Fo ha vittoriosamente optato per la soluzione Dante: il non rifiutarsi niente della sua enciclopedica vita. All’obiezione dura di Virgilio (Inferno XXX, ultimo verso) «ché voler ciò udire è bassa voglia», Dante, nei fatti, e vittoriosamente, non si adegua.
Alessandro Fo è prezioso anche nelle note. si veda quella di p. 150 sulla nozione di natura che rimanda al significato di sesso, alla parola brutalmente scritta su muri, luoghi pubblici, discorsi giovanili: sesso femminile: luogo di piacere quando invece è soprattutto (vedi anche Lucrezio, al primo verso del suo gigantesco poema) di generazione. Giustamente Romano Amerio, p. 123 dei suoi Colloqui con Francesco Chiesa tornava sull’«equivoco comunissimo che prende Venere come divinità del piacere, mentre è della generazione».
Sull’usatissimo impegno del termine crudo per il sesso femminile, lo si legge su infiniti muri, lo si sente quasi ad ogni cantone, mi permetto di richiamare un fatto raccontatomi da quel gentile e bravissimo insegnante di disegno al Liceo Cattaneo, Pio Cassina. L’ho riportato in alcune pagine, cap. 2 di Gli occhiali di Gionata Lerolieff, Roma, Donzelli, 2000.

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