Alessandro Fo, Vecchi filmati

01/09/2006

Il primo degli assenti è chi ha scritto, di Anna De Simone

Impossibile esaurire in poche righe la densità di temi, atmosfere, memorie contenuti nell’ultima raccolta di poesie di Alessandro Fo, poesie del vedere e del ricordare, centrate sulla forza delle immagini e, come scrive Luperini, sul “pathos della distanza". Il titolo originario era L’assente, perché “di molte assenze si trama… questo libro, che comprende liriche scritte tra il 1985 e il 2005; ma il primo degli assenti è chi lo ha scritto. Dagli spicchi di tempo che ha via via cercato di fermare, ora è distante”. Eppure, nonostante la distanza, Fo ha saputo ricomporre pazientemente, con quella tenerezza e quella pietas che i suoi lettore ben conoscono, i fili dell’ordito a cui annodare volti di sconosciuti, voci familiari, echi di conversazioni con amici mai concluse (“Ma quante cose dovevo ancora dirti, / ed ascoltarti dire, / da dietro un velo di occhiali dorati / simili ai tuoi”). E li ha disposti amorosamente, quei fili, in una tessitura di versi perfetti, sfiorati dalla nostalgia di quello che è stato e non sarà mai più. Trascorrono sotto i nostri occhi “vecchi filmati” ben custoditi negli archivi del cuore: “Molto bella / passa per tre secondi / nei fotogrammi, svanita, la mamma”. Più defilate rispetto a questa immagine radiante (“La vita che rimane ora è segnata / da questa assenza di lei senza fine”), nella sezione “Donne in corriera” scorrono figure femminili incrociate dal poesia nei “vari anni di pendolarismo in autobus fra Roma… e… Siena”: segmenti di esistenze in bilico, squallore di stazioni rotto da improvvise accensioni di colore (“Il 6 luglio del ’99, / 20.40 verso Roma, in finestra / sulla corriera in Autosole. / Prodigio sulla destra, / dove tramonta il sole. / Un intero campo a girasole…”). Sono tante le sequenze di questo viaggio fatto “in un’alba che è sera / su tangenziale, stazione, caffè, / nel precario equilibrio / fra nausea ed esistenza”. Scende a Piramide una gozzaniana sconosciuta compagna di viaggio: “Ora la perderò per sempre, signorina, / perla all’orecchio su calzoni grigi / con risvolto, e le scarpe dozzinali / anni Settanta. Era bella…”. Abita invece nel “Museo di Venere” quel sogno regale della giovinezza che ha nome Audrey Hepburn (“Ut vidi ut perii”). Mentre fra gli interstizi dei “Minimi omaggi”, così congeniali a questo raffinatissimo maestro dell’understatement, sapiente e lieve, si affaccia il gatto Pellico, “messo in salvo nel primo scatolone / disponibile, le cui ‘mura’ altissime / furon clinica, casa e ‘sue prigioni’”. Forse chi scrive versi adempie davvero, come dice Fo, “alla funzione / di guardiano del nulla”. Ma anche se “fugaces labuntur anni”, il poeta non rinuncia al tentativo di sottrarre a quella fuga la “piccola musica notturna” della vita. Il cui senso traspare a volte da cose che parlano, come il gesto tenero con cui, nella lirica che sigilla il volume, “quel primo giorno… / […] prese una bimba le mani / mie di neonato minime… // Stringeva / e poi, un poco stranita, / chiese a mia madre appena intimidita / ‘Quando sarà che diventa più grande?’”.

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