Alessio Arena, L'infanzia delle cose

03/08/2009

Un estratto, a cura di Gianni Biondillo

Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi.
È domenica pomeriggio, e il mercato finisce sempre qua dove è iniziato alle prime ore della mattina.
I gitani sono così: tengono i capelli lunghi.
I gitani tengono le catene d’oro con la Virgen del Rocío o altri santi che non si capiscono.
I gitani si vestono sempre poco: le femmine stanno con la canottiera pure se è il mese di gennaio.
I gitani alluccano fuori ai balconi e in mezzo alla strada: i maschi tengono i capelli lunghi e i peli sopra al petto.
I gitani tengono tutti quanti un naso importante: le femmine sputano a terra quando passano fuori alla salumeria di Manoli, e solo quando il freddo è davvero troppo freddo si mettono delle pellicce che sembrano i cani morti.
I gitani fanno le feste fino alle quattro di notte dentro al circolo gitano che sta in un palazzo sulla Calle del Ave María.
I gitani si sono accoltellati l’altro ieri con un gruppo di gitani della periferia che sono venuti a vendere la droga a dei ragazzi gitani che stavano in una Seat Marbella parcheggiata fuori al teatro della Latina.
I gitani cantano sempre, urlano come i pazzi e si mettono a suonare la chitarra fuori alla chiesa di San Cayetano per la messa del Rocío.
I gitani fanno la musica con le mani, e i bambini pure, quelle mani nere che si lavano dentro alla fontana di Tirso dove mia madre ha detto che, solo se si avvicina, uno si può prendere la tibbiccì.
I gitani sbattono continuamente le mani anche se ti stanno dando il resto della spesa.
I gitani sono i padroni del mercato.
I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés.
I gitani sono i padroni di Lavapiés.
Mezz’ora fa in mezzo ai giardinetti di Curtidores e dentro al vicolo di Santa Ana ci stavano fiumi di gitani con le bancarelle, le sedie, i tavolini, le coperte: si vendono tutto quello che uno può immaginare, tutto quello che tengono nella casa, e secondo me, se uno va vedendo, si vendono pure a loro.
Il mercato attraversa tutta la zona alta di Lavapiés, si arrampica sulle salite e sulle discese di quella parte del quartiere dove i balconi delle case sembrano le cappelle dei santi e dei morti che stanno a Napoli, piene di cose appese che sembrano d’oro, e di fiori spennati.
I generi della merce cambiano a seconda dei posti di vendita lungo il cammino verso la porta di Toledo, dove sta la sede della Polizia Locale, e il mercato vecchio, quello ufficiale, con il tetto a spiovente, che puzza di baccalà e di altre cose pure a cento metri di distanza.
Più stanno sotto sotto alla Polizia più i gitani diventano doci ’e sale, nel senso che se ne stanno più tranquilli, si nascondono gli orologi d’oro, le collane, vendono solo bambole mezze scassate, cose per la casa che non servono a niente, e fiori, soprattutto gerani e piante di basilico.
Sul marciapiede di Cascorro si sono messi a vendere i meloni rossi e il cane stava giocando con un melone, ha provato ad azzannarlo e io gli ho dato due calci ma non potevo fare niente.
«El perro! Es tuyo?»
«Sì, sì, è mio.»
«Coje al perro, joder!»
Io allora ho dato cento e uno strilli, e il cane ha girato finalmente la testa, mi ha guardato come se mi stava dicendo che devo fare sempre l’esagerato, e di scatto si è messo a correre solo lui, mi ha fatto cadere il guinzaglio da tutte e due le mani.
Se n’è andato per la chiesa di San Cayetano, ha girato all’angolo del Mesón de Paredes quando una macchina saliva dalla piazza e per poco non gli schiattava la testa.
Io questa strada la odio perché ci stanno i cinesi e quando passi devi fare lo slalom in mezzo alle sputazze dei cinesi che si mettono seduti fuori ai negozi presi in gestione dai gitani.
Non so perché i cinesi sputano sempre, ma la cosa brutta è che se stai correndo per acchiappare al cane può darsi pure che non fai in tempo a scansarti.
Ho fatto una corsa quasi con gli occhi chiusi fino alla Calle del Olmo, dove ci stava il figlio più grande di Manoli che era appena uscito dal barbiere, e puzzava di dopobarba quando ha alzato il braccio per dirmi dove era andato quell’animale esaurito.
Mi ha fatto girare per la Piazza di Agustín Lara dove sta quella chiesa bombardata che adesso ci devono fare una biblioteca, e sulla discesa del parcheggio sotterraneo il cane stava con le zampe alzate sopra al cofano della ipsilon dieci di Birra Peroni.
«Questo cane di merda!»
«È una femmina Antonio, la devi capire.»
«Ciao zio.»
Birra Peroni mi ha dato due baci che hanno fatto un sacco di rumore.
«Te la fai scappare sempre» ha detto.
«È uscita pazza questa cagna maledetta, te lo giuro, secondo me si è ricordata che stavi arrivando.»
«Eh sì, sì, quella che non si è ricordata è mia sorella, che non mi ha fatto trovare neanche due foglie di insalata.»
Però l’ha detto col sorriso sulla bocca.
«Quella mamma sta tutta esaurita, lo sai» gli ho detto, e allora lui mi ha fatto una carezza, ha aperto lo sportello, è sceso dalla macchina.
È più di un mese che non lo vedo.
È ingrassato, ha cominciato a prendere chili sopra al petto e sulle gambe, è successo dopo l’incendio del Golfo che lui stava chiuso dentro a discutere con Castravelli e altri suoi colleghi del magazzino.
Il fuoco lo ha abboffato come un Super Santos, un pallone con tutti quei puntini sopra alla pelle che forse gli fanno pure male ma nessuno lo sa.
Birra Peroni si è messo in viaggio l’altro ieri, si è fatto tutto lo stivale, e poi è passato per la Francia, ha dormito quelle poche ore di notte in qualche autogrill, e poi ha ripreso a fare il viaggio di Gulliver: strada facendo si è preso al ragazzo che deve venire a lavorare nel Golfo di Napoli, quel cugino di Castravelli che stava facendo gli orologi a Barcellona.
«Ma stai solo tu?»
«Sì, a Sandokan l’ho già accompagnato dentro al ristorante.»
«E tu perché stai vestito così elegante?»
«Quanti cazzi vuoi sapere» ha detto. «Prenditi questa mille pesetas, e vai a comprare qualche cosa di buono nel negozio di quella di fronte.»
È bello Birra Peroni, perché somiglia a mia madre.
Tiene gli occhi piccoli come lei, con la coda degli occhi che sembra disegnata con il trucco, e poi tutte quelle lentiggini in faccia, sopra alle guance e sopra al naso che è la cosa più piccola che tiene.
Perché Birra Peroni è enorme, c’ha la faccia di un bambino, però è alto, è tutto un pezzo, e tiene sempre le stesse braccia della foto di quando ha fatto il militare a Reggio Calabria.
Però adesso c’ha la giacca con la camicia a righe la cravatta e tutto.
«Gesù» penso io. «Ma sei sicuro che stai venendo da Napoli?»
«Sì, ’o scè, però alla frontiera do meno nell’occhio se sto più sistemato, e non sembro uno gitano.»
«E dove l’hai preso questo vestito?»
«Eh, è bello eh?»
«No, sembra di carta.»
«Overo? Si vede proprio assai?» mi ha chiesto preoccupato, mentre si puliva i segni che gli ha fatto June Christy sopra al pantalone, quando gli è saltata addosso per salutarlo.
«È un pacco del magazzino di Calimero» ha detto.
«Sì? Quelli che devi vendere tu?»
«Non proprio, questo è uno dei pacchi, poi ci sta altra roba.»
«Allora lo fai pure tu il magliaro, eh?»
Birra Peroni mi ha fatto un’altra carezza: forse ha capito che me la vedo un poco brutta a stare solo io a casa con quelle due vipere.
Io lo so che Birra Peroni mi vuole più bene da quando non tengo più a mio padre.
«Vieni pure tu a lavorare, ti guadagni qualche cosa in più e ti apri una libretta.»
Io ho cambiato discorso: «A te ti piacciono i lupini?»
Sono andato nel negozio di Manoli perché mi volevo prendere un chilo di lupini.
Manoli è la madre della famiglia dei gitani che vivono di fronte a noi, al terzo piano.
Sono una famiglia grandissima, e soprattutto la domenica a casa loro ci sta la gente fino a fuori al palazzo.
Il figlio più grande è quello più antipatico: tiene una ciglia sola, bella chiatta come la coda di una zoccola.
Io l’ho sentito un sacco di volte parlare con Erika da fuori al balcone, e allora sono andato pure io e ho visto che lui stava affacciato mezzo nudo, solo con un paio di mutandine bianche.
Il figlio di Manoli è una specie di scimpanzé che la collana con la Madonna non si vede in mezzo ai peli del petto. Tiene il collo sempre rigido con qualche vena ben in vista, le spalle larghe, e quel poco di pancia che basta a fare schifo.
Sta sempre fuori al balcone a fumare mezzo nudo, ma a volte si mette seduto su una sdraio e si appoggia un piatto sopra alla pancia, un piatto pieno di lupini che lui prende a quattro cinque alla volta, e poi sputa le scorze giù.
Io vado pazzo per i lupini, ci stanno poche cose che mi piacciono così, forse perché i lupini non sanno quasi di niente però tengono una consistenza importante sotto ai denti, e poi questo fatto che devi sputare la scorza ti fa passare un po’ di tempo.
Insomma sì, la verità è che mi piacciono proprio assai e starei pure ore a mangiarmeli, solo che mia madre non li ha trovati da nessuna parte, e non sa come si chiamano.
L’altro giorno allora mi sono fatto coraggio a chiedere al figlio di Manoli che stava lì, spaparanzato sopra alla sdraio come sempre, con la bocca piena, i peli lucidi di sudore sopra alle braccia.
«Come si chiama?» ho detto.
Lui ha fatto finta di non sentirmi, ma poi ha visto che lo stavo guardando, e che non me ne andavo.
«David.»
«No tu, i lupini… lupinos?»
Ha fatto una faccia scema, drammatica, quando ha detto «Italiani… piccolini… piccolini».
Mi stava sfottendo, però non sembrava divertito.
«Vafammocca» ho detto.
E lui allora si è messo in piedi, si è grattato con una mano un punto della sua schiena pelosa che sembrava che stava facendo una capriola all’indietro per arrivarci.
E si è ricordato.
«Chocho, chocho» ha detto. «Como tu hermana, Erika… chocho grande.»
Se parlava di mia sorella ero sicuro che mi aveva detto una cosa sporca, però mi sono stato zitto, gli ho riso in faccia, e gli ho fatto capire che Erika teneva la febbre a quaranta e stava morendo.
«Si sono messi a ridere tutti i gitani di sfaccimma dentro al negozio.»
«E perché?»
«Perché i lupini sono una parola sporca.»
«Ah sì?» mi ha detto Erika dentro al letto, con la voce in mezzo ai denti. «Lo so che significa… quello che non ti piace a te.»
«Statti zitta, devi morire.»

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