Andrea Di Consoli, Marisdea

07/09/2009

Adesso, letteratura, di Gianfranco Franchi

Maratea, anni Novanta. Questa terra raccontata da Pavese (“Fuoco grande”) e nominata da Calvino e Vittorini; visitata da un turista equivoco come Bevilacqua, equivocata da Montanelli, omaggiata da qualche politico locale, trova finalmente il suo poeta. Uno che vuole essere classificato, dai posteri, come “graffitista minore” della preistoria moderna, in area mediterranea (p. 24). L’unico scrittore italiano che conosce il significato del suo nome: che ne condivide l’essenza: di questo “sogno riuscito tra la siesta di Sapri e il risveglio di Praja” (p. 22).

“Maratèa, Marisdea, Dea del Mare – o, come diceva la gente del mio paese: Maratìa” è la protagonista assoluta di questo breve memoir di Andrea Di Consoli, letterato lucano classe 1976. L’artista restituisce frammenti e colori della sua esperienza adolescenziale, lasciandosi andare a un’ondata di ricordi che arriva come “sensazione di blocco e di estasi, un piccolo ictus del tempo” (p. 7). Partiva da Castelluccio, in cerca di lavoro. S’era ritrovato a fare il cameriere: fumando come un turco, lavorando come un pazzo, amando la prima donna della sua vita. Ancora respirava bene, respirava forte – ripete. Guadagnava poco, un milione e centomila lire al mese, più le mance; quasi tutto finiva in svago, in oblio del lavoro – come sempre accade quando ci si dedica a un lavoro manuale, fisico, sfiancante. Una pizza fuori, due pacchetti di sigarette al giorno, tante cose da bere e qualche volta via a ballare, senza dormire mai, sempre mezzi morti di sonno. S’era ritrovato a servire politici come Emilio Colombo, Angelo Sanza, Clemente Mastella. Il suo ricordo dei politici è questo: circondati da decine di persone, mangiavano il gelato nel porto e davano buone mance. E intanto, ADC medita su cosa è diventato, adesso:

“Ero e sono rimasto un paesano; uno che si toglie il cappello davanti ai signori (ma è davvero ancora così?). Davanti a certe signore facevo maestrie da cameriere, come un giocoliere. Non mi sono mai più tolto di dosso la povertà, il fatto che tutto quello che ho – una recensione, un contratto, un po’ di libri – sento di non meritarlo, di averlo sottratto alla clemente borghesia. Ma piano piano sto guarendo da questo delirio, non posso nasconderlo” (p. 11).

E così, tra memorie di vecchi maestri – camerieri e albergatori – e vecchi compagni di vita, per flash di tragedie che segnarono quella terra, un piccolo terremoto e un incendio, Andrea Di Consoli si congeda raccontando cosa sia rimasto di tutto questo: “Il Cristo illuminato – scrive – i sassi neri, le terrazze fiorite dell’Hotel Santavenere, le fumate a Fiumicello, una barca capovolta a Cersuta, Villa Nitti, la spiaggia del Sombrero, il tictac dei miei tacchi da cameriere, la luna che imbianca il mare certe notti che si è giovani, e prendere una donna è ancora un gesto assoluto” (p. 25).

E qualche pagina di prosa lirica, di vita condivisa, di esperienza trasfigurata e cristallizzata: adesso, finalmente, letteratura. Perfetto.

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