Andrea Tarabbia, La buona morte

01/04/2015

Nei corridoi dell'infermità, di Caterina Morgantini

“Il diritto alla vita (ma non alla vita biologica: a quella biografica) è la fonte di tutti i diritti, e deve per questo includere anche il diritto di morire”. Un gran vociare si fa, a ogni lieto evento, e un gran silenzio si dovrebbe invece fare intorno a ogni morte, per permettere di raccogliere pensieri, ricordi, future memorie da tramandare. La buona morte. Viaggio nell’eutanasia in Italia è un interessante, profondo e commovente reportage letterario attraverso gli scuri corridoi dell’infermità e delle dolorose scelte compiute per sfuggire alle trappole che inchiodano l’esistenza a un eterno attimo di sofferenza: un percorso tra le testimonianze di chi ha visto amici e parenti liberarsi da un’atroce condizione, o di chi è intenzionato a farlo andando contro le direttive di uno stato cieco e sordo alle autentiche esigenze dei cittadini.

“Io ho trent’anni e ho paura della morte”: così scriveva nel 2008 l’autore Andrea Tarabbia, quando il dibattito sorto intorno al caso Englaro spinse un gruppo di intellettuali a redigere il proprio testamento biologico. Molte cose sono cambiate da allora, per Tarabbia e per l’Italia, ma non abbastanza: il tema dell’eutanasia, della “buona morte”, è ancora tabù, lettera muta in parlamento, e molti malati incurabili continuano ancora a essere doppiamente prigionieri, del proprio corpo e della legge. Muovendosi con attenzione tra temi di grande attualità e importanza (il ruolo e il potere della religione, l’autodeterminazione dell’essere umano, il rapporto tra natura e tecnica, i progressi della medicina, il ruolo dei legislatori), Tarabbia raccoglie con estrema cura e rigore i racconti di chi in prima persona si batte per dare a tutti il diritto a una dignitosa fine (il presidente dell’associazione Exit, che aiuta gli italiani nella richiesta di morte volontaria assistita in Svizzera), di chi ha vissuto al fianco di un malato senza possibilità di miglioramento (Mina Welby, che con l’Associazione Luca Coscioni porta avanti la battaglia intrapresa dal marito Piergiorgio Welby), e di chi, pur appartenendo al clero, è favorevole alla possibilità che si dia a ciascuno il diritto di decidere sulla propria fine. Sono molte e complesse le domande che l’autore pone a se stesso e ai lettori: dove finisca la vera vita, e che cosa si possa definire tale nella quotidianità di un malato incurabile racchiuso in un labirinto di tubi, macchinari e medicine; e dove inizi quella “non-vita” da cui ci si vorrebbe separare per l’eternità. Appare evidente, raccogliendo testimonianze ed esperienze, l’evolversi della sensibilità della società civile attorno a un argomento tanto spinoso: medici, famigliari, malati, impegnati tutti i giorni in una faticosa guerra dalla sconfitta certa, si sentono quanto mai distanti e incompresi dalla legge granitica che decide e condanna senza prima aver vissuto, sperimentato, che non si accorge di non essere più al passo con il popolo che pretende di governare, per tacere dell’ostinazione del credo religioso, impegnato a esercitare rigidi precetti su corpi che non gli appartengono. Eppure, per quanto alcune malattie facciano ancora tanta paura da non essere neppure nominate (la Sla, il cancro), le questioni sul fine-vita e sulla “liberazione” da forme di accanimento terapeutico dovrebbero essere portate alla ribalta, discusse, dibattute, per fare educazione e chiarezza, non lasciando più pericolose e vergognose zone d’ombra in cui dottori e pazienti si muovono nell’illegalità.
 

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