Antonella Fiore, Due fiumi

25/07/2015

Un tassello di quella immensa narrazione della grande guerra

Il lungo anniversario della grande guerra (1914-1918) è stato accompagnato, sin dal suo primo anno (il 2014), da una fioritura incredibile di pubblicazioni: studi, saggi, inchieste, romanzi, fumetti, graphic novel, film, documentari, lettere e cartoline dal fronte, ecc., riaccendendo dibattiti, confronti, polemiche, interpretazioni, ecc., mai sopite, e dando vita pure a sorprendenti (quanto ardite) attualizzazioni, sulla così detta “prepotenza” tedesca (di ieri e di oggi), come causa, allora, della guerra, ora, dei tanti conflitti socio-economici diffusi nei paesi dell’Unione Europea. Fenomeno multimediale e multicodale che sta caratterizzando, a livello mondiale, le celebrazioni di questo (lungo) centenario del primo conflitto mondiale, a testimonianza, evidentemente, sia di quanto il dibattito storico e critico intorno alla guerra che, di fatto e tragicamente, aprì il così detto secolo breve, non sia per nulla esaurito, anzi; sia, anche, come segno tangibile di quanto, ancora oggi, quella “inutile strage” trovi posto nelle coscienze contemporanee, fino a suscitare ancora emozioni, stati d’animo, prese di posizione. Ebbene, in questo vivido filone editoriale, si colloca il (bel) romanzo di Antonella Fiore, i Due fiumi.

Un piccolo libro, un piccolo editore (ancorché di qualità), un piccolo autore (Antonella Fiore è infatti appena alla sua seconda prova narrativa), una piccola vicenda, per una grande storia, però: quella di Biagio Fiore, partito a soli 19 anni da Foggia, nel 1915, per raggiungere il fronte di guerra, e, quindi, per distinguersi con atti di eroismo e di attaccamento alla Patria, fino ad ottenere, sul campo di battaglia, il grado di ufficiale, e per morire, con tanti altri, il 16 giugno 1918 (durante la così detta battaglia del solstizio).

Nelle narrazioni storiche, riuscire a catturare l’attenzione del lettore, incollarlo sulla pagina e tenerlo quasi appeso allo sviluppo della trama romanzesca è compito molto arduo per un autore (chiunque sia quell’autore), proprio perché il tracciato delle vicende storiche è già noto (a chi legge); nel nostro caso, per esempio, il lettore del romanzo di Fiore sa già che la prima fase della grande guerra, quella sotto il comando supremo del generale Cadorna, per l’Italia, fu un totale disastro (con centinaia di migliaia di morti, mandati allo sbaraglio, in improbabili assalti); sa già che Cadorna, per nostra fortuna, fu sostituito da Diaz; sa già che gli austriaci sfondarono a Caporetto, e che dilagarono nella pianura padana; ecc. Non c’è nulla, o quasi, di quelle (tragiche) vicende, che il lettore non conosca; l’autore, quindi, in storie simili, deve far ricorso a ben altri strumenti, che non siano la trama e l’intreccio narrativo, per catturare l’attenzione e l’interesse del lettore. Deve, cioè, far ricorso agli strumenti retorico-linguistici, con la speranza, attraverso la scrittura, di rendere unica quella sua narrazione. I tanti romanzi, italiani e stranieri, che narrano l’esperienza di questa guerra (come pure i saggi, le poesie, i diari, ecc., che la riguardano) sono tutti esempi di racconti dolenti; di narrazioni di denuncia; di testimonianze dure sul degrado della condizione umana, sull’inutilità di quella guerra, sull’impreparazione militare ed economica dell’Italia nell’affrontarla; sugli errori strategici commessi dagli alti comandi dell’esercito italiano; sulle infinite privazioni; e così via. Ebbene, cos’altro aggiungere, verrebbe da chiedersi, all’interno di questo filone narrativo già abbondantemente frequentato, e, in alcuni casi, anche con esiti artistico-espressivi di altissimo livello? Cosa dire, cosa raccontare che non sia stato già detto e raccontato? Una sfida, come si può ben immaginare, quella intrapresa da Antonella Fiore, di non facile soluzione, e che, comunque, ella ha saputo affrontare (e gestire) sul terreno proprio delle risorse retorico-linguistiche, che sono, a ben guardare, le prime risorse alle quali uno scrittore deve (o dovrebbe) saper (o poter) attingere.

I tòpoi narrativi legati alla grande guerra sono tutti presenti nel suo libro, sin dalle primissime pagine: l’odiosità del Comandante Supremo, il generalissimo Cadorna; l’inospitalità delle terre teatro di guerra (il Carso); lo stupore e lo sconcerto quasi fanciulleschi dei fanti meridionali, che non avevano mai visto tanta neve, tanta nebbia, tanta roccia, tanto di tutto; il gelo, al quale non si può sparare e dal quale non ci si può difendere, ma che assume le fattezze del primo (vero) nemico da fronteggiare; la privazione degli affetti (madri, mogli, figli lasciati a casa); le automutilazioni (per abbondonare il fronte) e le diserzioni (con le fucilazioni sommarie); la vita di trincea; l’eroismo sincero e spontaneo della truppa e degli ufficiali inferiori (di truppa anch’essi, come il tenente Biagio Fiore), che apprendono l’arte della guerra, lì, sul campo, senza aver seguito alcun addestramento di Accademia, semplicemente facendola, la guerra, per loro stessi (e per la patria); e così via.

Il tutto reso con una prosa asciutta e con uno stile antiretorico, rapido, ironico, senza eufemismi (né lessicali e né semantici), ma evitando pure di indulgere nell’eccesso del crudo e del macabro. Con alcuni, rari (ma eccellenti) momenti lirici, come, per esempio, nelle poche pagine che precedono l’epilogo della storia (e del libro), nelle quali, la drammaticità del racconto (e della situazione) viene interrotta da una descrizione lirica del paesaggio (con il Piave, che pare, agli occhi del narratore, voler “star sotto i Savoia”, dal momento che, con le sue improvvise piene, offre un contributo contro gli austriaci), che prende i toni, nient’affatto stucchevoli, ma appropriati, dell’idillio pastorale, di una momentanea sospensione della brutalità della guerra.

Senza ostentazione alcuna, il testo del romanzo recupera e ripropone, in modo opportuno, e con la dovuta leggerezza, lessico ed espressioni letterarie, che appartengono alla memoria del lettore medio, e che provengono dai nostri autori della tradizione più alta (Verga; Ungaretti; D’Annunzio, che compare, pure, nel romanzo, come protagonista di un episodio; finanche monsignor Della Casa, per il Galateo; Hemingway, che entra anch’egli in una pagina del libro come personaggio, in qualità di volontario americano, con mansioni di autista).

Segnalo l’ultima pagina della storia, per quel silenzio (della morte) che avvolge e che accoglie Biagio, in un crescendo emotivo fatto di descrizione di gesti concitati, fulminei, disperati, eseguiti automaticamente e con naturalezza, da parte di un soldato (il tenente Fiore) ma, soprattutto, da parte di un uomo (Biagio), che tenta, con la forza della disperazione, di assolvere al proprio dovere, ma anche di non morire (non riuscendoci). Ebbene, questa pagina conclusiva manifesta una forza lirico narrativa degna di una sensibilità umana e artistica, quella di Antonella Fiore, fuori dal comune, degna di una grande scrittrice.

Per queste ragioni, credo di poter affermare che questo (bel) romanzo, dal passo breve ma dalla forte intensità espressiva e retorico-linguistica, meriterebbe, a buon diritto, di essere suggerito nelle nostre scuole secondarie (inferiori e superiori), come lettura che componga un ulteriore tassello di quella immensa narrazione della grande guerra, che, per i nostri alunni, inizia con i proclami di Marinetti e D’Annunzio, e prosegue con le poesie di Ungaretti.

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