Antonio Errico, Viaggio a Finibusterrae

14/06/2014

 

Un Salento di poesia, arte, mistero, di Alessandra Peluso
 
Fascino di una terra che talvolta genera confusione, rappresenta il caos dell'origine, dove il mare si confonde, ingarbuglia le correnti, impasta i colori, amore per una terra nella quale la vita e la morte sono confusione: Antonio Errico si fa guida come Virgilio quando accompagna Dante nel girone dell'inferno (canto III) in “Viaggio  a Finibusterrae” (Manni). 
Si scopre un Salento di poesia, arte, mistero, passione, ossessione, odio e amore. Sembra di percorrere i gironi danteschi: ci si muove dall'Inferno, al Purgatorio, sino al Paradiso e viceversa, dove ogni momento è un inizio o una fine di tutto. Non solo, si assiste ad un linguaggio sublime che segue un ritmo cadenzato, armonioso, stridente e sorprendente allo stesso tempo come la terra dei due mari.
Viaggio a Finibusterrae” viene donato da una guida d'eccellenza per “Lecce capitale europea della cultura 2019” a chi ha l'ardire di percorrerlo: intenso, suggestivo, miracoloso. É più di un viaggio, è la testimonianza di una terra che pochi conoscono, o forse no.
Chi può conoscere “Finibusterrae” se non chi viene da lontano?  
C'è Otranto “l'incipit e l'explicit di ogni racconto”, una città nella quale il silenzio si apposta in ogni angolo come un'ombra, che acquieta i tumulti del pensiero, sembra che tutto sia un dipinto e un affresco. Poi c'è Castro: «La luce a Castro è un altro mare. È fatta di onde, ha profondità, increspature. Castro quando albeggia ha tempeste di luce. … Santa Cesarea invece appare malinconica se non hai un amore». (pp. 11,12)
Non è un'apologia del Salento, non è un'esaltazione menzognera di questa terra che tutto nasconde e tutto racconta, Antonio Errico narra di una terra, la sua, la nostra che ha vissuto, pianto, goduto intensamente da bambino sino all'adulto che ora è e la offre così com'è, e non come appare, regalando immagini spaventosamente reali che rendono unica “Finibusterrae”.
Personalmente mi è sembrato di vivere in città descritte con un indicibile maestria che solo un poeta, uno scrittore, uno storico può fare, perché Antonio Errico è tutto questo e molto di più: è figlio e padre di “Finibusterrae”.
È rappresentato il fenomeno e il noumeno totalmente: anima e corpo. L'autore parla del Salento come dell'anima di ognuno, sfonda i sensi e la ragione senza chiedere il permesso di entrare. Eh sì, e così il Salento: terra di passioni e la passione non si può fermare, irrompe finché c'è vita e ti trascina in un vorticoso mare tra Ionio e Adriatico, impossibile non farsi conquistare poi dal ritmo frenetico e vertiginoso delle onde che richiamano la danza, il rito, il duello nella “Terra del rimorso” come ha scritto Ernesto De Martino e Antonio Gramsci in una lettera dal carcere.  
«Il corteggiamento è una danza col coltello. Un passo leggero, un corpo proteso, ricurvo sull'ombra che si allunga dalle dita simulando coltelli, sfide ancestrali. Nel ritmo sfrenato del tamburello, nella calura afosa del quindici di agosto, si rinnova il rito, l'eterno duello». (p. 17).
Si prosegue il viaggio oppure lo si inizia giungendo o partendo da Lecce: «Lecce, città senza alture, dove la luce del meriggio che esplode genera miraggi, una visionarietà che frantuma le immagini e poi le ricompone in una forza astratta, senza tempo, senza spazio, frammentata, distorta, dilatata (p. 39); … città che concettualizza la bellezza: usa la pietra per elaborare l'incanto, la meraviglia di un Seicento capace di riverberarsi fino a questo nuovo millennio, capace di colmare di bellezza ogni senso di vuoto e forse - talvolta - anche l'assenza di senso». (p. 43).
Sono pagine di impagabile verità, per nulla barattabile; sono pagine che esprimono ogni particolare denso di storia, poesia, arte: le piazze, i fari, le chiese. Ci sono Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Antonio Galateo, addirittura la descrizione di un viaggio Milano-Lecce compiuto da Roland Barthes.
Il viaggiatore sarà estasiato, perso, illuminato, alla penombra di “Finibusterrae”: luogo del mito, terra del rimorso, del passato che non fu scelto, che torna e rigurgita e opprime col suo rigurgito, del ballo che sfrena, che ossessiona, del rito che guarisce, che arrovella. (p. 75).
“Viaggio  a Finibusterrae” di Antonio Errico non si dimentica. Appena concluso, il viaggiatore è già pronto per ripartire oppure restarci per sempre perché cattura e da ospite si diventa immediatamente parte integrante di una terra di conquista, sconfinata, magica, generosa - alle volte abbandonata al suo destino - ma che ha bisogno di un amore smisurato quanto le rare bellezze che la contraddistinguono.     
 

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