Antonio Lamantea, Risorgimento, Unità, Meridione

26/09/2012

Ancora si può paralare di questione meridionale?, di Pietro Magno

In questo libro (Risorgimento, Unità, Meridione. Per un'Italia da costruire, Piero Manni editore, San Cesario di Lecce, 2012) del professore Antonio Lamantea, che è stato assistente di Letteratura italiana all'Università di Bari e per tanti anni docente di Italiano e Latino presso il liceo classico di Brindisi, l'annosa questione meridionale ha un posto di preminenza, anche se non unico. Infatti si affrontano le varie questioni sul Risorgimento, a partire dalla stessa origine del termine, ormai entrato nella terminologia comune, per poi passare all'analisi di alcune interpretazioni su di esso da parte di Manzoni, Gramsci, Gobetti, Mack Smith.
Né manca una digressione sulla lingua italiana. Pur oggetto di secolari dispute se doveva essere patrimonio comune della penisola italiana come prospettato da Dante, per il quale "il volgare illustre si trovava in ogni città ma non dimorava in nessuna di esse", oppure, più realisticamente, di matrice toscana o fiorentina, essa ha avuto il merito di far sì che l'Italia mantenesse sempre una sua unità linguistica e culturale. Ma lo studio di Lamantea non si ferma all'analisi del materiale storiografico; guarda più avanti, come indica lo stesso sottotitolo: Per un'Italia da costruire. E qui entra in gioco la madre di tutte le problematiche dell'Italia unita, ovvero la questione meridionale, da sempre considerata come l'ostacolo principale per il raggiungimento di un'effettiva unità nazionale. Il brigantaggio fu il primo segnale di questo malessere e viene perciò trattato ampiamente, così come i successivi interventi del governo centrale che acuiranno il divario tra Nord e Sud.
Tuttavia i tempi attuali esigono altre analisi, altre prospettive. Qui sta la novità della monografia di Lamantea e che permette a chi come noi la recensisce, di instaurare un confronto a distanza su tali problematiche nella consapevolezza che la questione meridionale, come era stata intesa dall'Unità d'Italia sino a pochi decenni fa, non ha più ragione d'esistere. Cambiando drasticamente la società, anche qualsiasi risvolto sociale deve essere ricondotto sotto tale ottica. Di conseguenza, come ha scritto il nostro autore a p. 99, "la questione meridionale è scomparsa per lasciare spazio a una questione italiana". L'attuale concezione federalista pare rappresentarla a livello appunto non più regionalistico ma nazionale, sia come riflesso di tale malessere che come possibile superamento. Lamantea ne fa la storia, ricollegandosi ai suoi primordi: da quella neoguelfa del Gioberti alla successiva antimonarchica e repubblicana di Carlo Cattaneo, alla più recente di stampo meridionalistico di Gaetano Salvemini o di ampio respiro europeo di Altiero Spinelli, Ma il punto di arrivo è ovviamente il confronto con la ben nota presa di posizione di Bossi e della Lega, che ha fatto sue, esasperandole, le teorie di Gianfranco Miglio. Tuttavia è sufficiente prospettare cambiamenti istituzionali, oppure deve essere il Sud a prendere finalmente coscienza che l'agitare il problema della questione meridionale, del resto, come abbiamo visto, ormai in declino, non gli è mai stato utile? Essa infatti non è sorta a causa di un'oggettiva constatazione di dati di fatto, ma come conseguenza di un processo unitario che, pur avendo tra i maggiori esponenti uomini del Mezzogiorno, militarmente, e quindi nel suo aspetto più oppressivo, è stato appannaggio solo del Nord e, in particolare, dell'unica potenza militare di allora, ossia il Piemonte.
Da qui è nato il complesso d'inferiorità del Sud. Non si può negare che esso venne favorito dal vero e proprio saccheggio che si operò da parte del Nord nei confronti del Regno di Napoli costretto a versare per la causa dell'Unità nazionale ben 443 milioni di lire oro a fronte dei quasi 180 milioni del resto d'Italia. Ma ora che si sta agitando una questione settentrionale e che la crisi dell'economia mondiale ha appiattito le differenze ataviche (vi è crisi al Nord come al Sud), non vi è più ragione di sventolare il comodo palliativo di un'inferiorità che ha portato solo al parassitismo assistenziale o allo sfruttamento con siti industriali altamente inquinanti. Il caso dell'ILVA a Taranto è sintomatico. Finalmente si è compreso, pur se sempre a fatica e con tante resistenze, che uno sviluppo basato sul turismo e sull'agro alimentare di qualità produce più benessere, non inquina e, soprattutto, non ha bisogno di materie prime destinate ad esaurirsi. Se la qualità di un libro lo si avverte anche nella misura con la quale stimola riflessioni sul tipo di quelle che abbiamo fatto a margine di esso, il contributo del professore Lamantea ha il suo giusto posto.
 

 

 

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