C'è un grande prato verde - Secondo tempo

24/08/2013

È partito il campionato meno bello del mondo, ma quanto lo abbruttiscono gli scrittori italiani, di Antonio Gurrado

Quando si tratta di narrare lo sport, gli scrittori italiani sono a disagio perché si tratta di pura azione. E’ difficile seguire il consiglio di Hemingway in “Fiesta”, cioè che lo scrittore deve traghettare dagli atti rituali dello sport alla mitologia che sedimenta nella memoria collettiva; impastoiarsi nel rito è da grigi cronisti, strombazzare il mito da editorialisti faziosi. Ora che torna la Serie A esce “C’è un grande prato verde” (Manni), libro che dà a trentotto scrittori italiani – alcuni big, molti medi, qualche emergente – l’unico vincolo di raccontare ciascuno una giornata dello scorso campionato, lasciandoli però liberi di scegliere forma, prospettiva, ambientazione. La difficoltà del tema (cinquecento personaggi che fanno tutti la stessa cosa, tirar calci) rende il libro un ottimo termometro per individuare vizi e tic dell’attuale narrativa italiana. L’obbligo della cronaca sportiva è un efficace liquido di contrasto e in pochi casi scatena l’originalità: Aldo Nove opta per la filastrocca, Marco Malvaldi per l’interrogatorio, Gianfranco Calligarich per il dialogo e Carlo D’Amicis si rifugia nell’aldilà.
In larga parte prevale l’autofiction, con ampia predilezione per l’italiano neostandard e tutti i suoi vezzi. Si martella con le anafore (“Una pagina… Un luccichio… Un’ultima eco”, Stefano Ferrio), si ammicca col dimostrativo (“Ci siamo messi insieme tre anni dopo quel festival letterario”, Marco Missiroli) e coi segni tipografici: Alessandro Portelli riesce a virgolettare “puncicate”, “stanco”, “diretta” e “Repubblica” nel giro di un capoverso. Sfugge qualche leggerezza documentale: “Domenica 22 settembre”, inizia il racconto di Francesco Marocco; però il 22 settembre era sabato. Traspare una punta di snobismo civile di fronte a “un campionato il cui squallore ben rispecchia lo stato attuale dell’Italia” (Filippo D’Angelo), per non parlare di Daniele Scaglione che tifa contro la propria squadra quando ci giocano “portieri più che sospetti di nostalgie mussoliniane”. Ancora più immancabile è il prodotto della Scuola Holden, selezionato con apposito concorso interno vinto da Valeria La Rocca. Trionfano poi i buoni sentimenti da salotto: “omofobi” deflagra già a pagina 11, “migranti” a pagina 18, per “Boldrini” bisogna attendere pagina 180. C’è l’indignado che “come segno di disobbedienza civile verso questi giovani miliardari unti di gel e conciati di tatuaggi non ha sottoscritto l’abbonamento Sky” (Filippo Bologna) e il vittimista dal compiaciuto turpiloquio: “Lo so, sto facendo una morale del cazzo. E sono un manicheo del cazzo, e un utopista del cazzo, e quel cazzo che volete” (Alberto Garlini).
C’è anche il sociologo che ha scoperto che “il calcio è lo specchio di un paese, un modo per ripercorrere i lineamenti, arrivare a un’essenza”: è Riccardo D’Anna, il quale lamenta “il progressivo livellamento verso il basso” del linguaggio calcistico e poi scrive che un triplettista “si porta a casa il pallone per riporlo nella teca dei ricordi”. Igiaba Scego invece ci tiene a spiegare di sentirsi “100 per cento somala e 100 per cento italiana: un 200 per cento che per me era chiarissimo ma che agli altri un po’ spaventava”, e che spaventa anche i verbi transitivi. Per fortuna il resto del libro è molto meglio altrimenti, ora che la Serie A inizia e ci promette altro materiale da romanzo, bisognerebbe fare come il tifoso interista di cui narra Roberto Alajmo: uno che alla prima giornata porta a San Siro lo striscione “Andrà meglio l’anno prossimo”.
 

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