Cetta Petrollo, Il salto della corda,

01/11/2010

Identità di donna, di Loredana Magazzeni

C’è un’età della vita delle donne in cui si fanno i conti con il presente, si riprende in mano il passato mentre si mettono in moto con estrema e rinnovata energia progetti per il futuro. È la poliforma potenza del materno quella per cui, dopo una vita spesa a fare i conti col proprio essere figlia ed essere madre, le donne si partoriscono di nuovo, accudendosi con la tenerezza che negli anni hanno speso per altri più che per sé.
Questo libro, che io ho trovato carico di forza fremente, emozione e poesia, parla dunque di un “salto”, “il salto della corda” cui allude il titolo, come di un momento di passaggio alla cura, all’accudimento anche letterario di sé, mentre si lascia che le persone, le cose, le case, le città, che ci hanno attraversato dentro gli anni, ci permettano non già di scrivere bilanci, ma di passare un testimone fervente.
Questo libro mi ha molto commossa perché mi sono ritrovata, vi ho trovato le orme di un’identità di donna che narra se stessa attraverso cose, persone, città. Una scrittura densa, dunque, ma anche lieve e allietata da un filo di ironia, dove un’umanità debordante e vitale viene ritratta in rapidi flash, piccole scene, mentre si riaccendono fuochi che illuminano percorsi di vita vissuta. È la scrittura femminile per eccellenza, quella dell’esperienza, che vive in queste pagine e si porta dietro le luci, i colori, le voci, i profumi, i cibi e i sapori che l’hanno accompagnata. Per vitalità ed esaltazione, questa scrittura odorosa e palpabile può disegnare la mappa di una città precisa, Roma, ma può anche sembrare una finestra spalancata su una città qualunque, altra, una Napoli ortesiana, comunque un sud, in cui il vitalismo inquieto diviene la cifra degli anni e il termometro di una febbre di vita che non smette di emettere calore.
Cetta Petrollo ci invita ad entrare nel rito della ciclicità del tempo, la scansione dei capitoli misurata sul susseguirsi delle stagioni: estate, inverno, primavera e autunno, cui corrispondono fioriture e abbandoni, incontri e perdite. Costellano queste stagioni i personaggi e i luoghi di una memoria sapida di odori e ci accoglie col primo racconto, Indaco, l’odore sottile delle «case delle donne», quando «essere donna voleva dire vivere la casa da cui nessuno si sentiva escluso, l’odore dei gomiti freschi delle bambine mischiandosi con il sudore delle grandi, con il dolciastro delle mestruate e il borotalco di nonne e bisnonne». In questo primo racconto, che è un po’ la chiave da cui partire è la propria «desiderabilità di donne», quel piacere a se stesse che non è seduzione ma seducente pienezza. Nel desiderio,come al centro di un mare non ancora percorso, campeggia come una nave la cui «gomena è tagliata» il letto berbero, che naviga fra «il caldo dei limoni e delle viti basse, la muffa della cantina, la carota ed il tiglio della notte in campagna, la libertà dei papaveri».
Sono visioni di libertà, quelle che si susseguono, racconto dopo racconto, nella bellezza dei gesti semplici e quotidiani, in cui la percezione della pienezza della vita diventa ritmo, esercizio di volontà e gestione virtuosa di sé, ripetendo, «come da bambina sull’asse d’equilibrio un andare verso mete attraverso continui piccoli aggiustamenti del caso».
Questo libro invita ognuno di noi a ritrovarsi. A compiere piccoli aggiustamenti di percorso, brevi soste per capire, riprendere in mano, guardare indietro, meditare, consolare. In esso si accendono all’improvviso, come istantanee di luce, i racconti di costume, la piccola Italia degli anni ’60, l’improvvisa felicità del benessere, le vacanze in riviera, i fanghi, le cure termali. Ma è la capacità di nutrire ed essere nutriti, di governarsi e di governare che introduce alle due figure femminili più profondamente presenti, quelle della madre e della figlia. Nel loro doppio legame si esprime la nostra stessa doppia identità di donne, per sempre madri o figlie, ed è il gesto della pasta fatta in casa o del recupero di una dolorosa eredità che ci costringe a fare i conti con noi stesse, a diventare «madri di noi stesse, porto e rifugio per gli altri per i quali «vorremmo lasciarci andare e non possiamo». Il rapporto madre-figlia è centrale per la scrittura delle donne mentre il distacco dalla figura materna diventa qui paradossalmente l’ultimo dono che la madre ci fa affinché nasciamo, come da “una diversa nascita”. “Io preparo lo stacco ed armo il cuore”, scrive Petrollo in Compleanno, così come in Anniversario è la figlia stessa ad essere davanti ai fornelli “dritta, perfetta, a girare la cotognata”, non più controfigura della madre.

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