Ciotti-Vendola, Dialogo sulla legalità

23/11/2005

Incontro Ciotti-Vendola e la "pizza della legalità"


Luigi Ciotti Voglio incominciare questo dialogo con alcune notizie che testimoniano che la mafia si può sconfiggere.
Ieri sera (30 luglio 2005, ndr) eravamo in tanti, come siamo in tanti questa sera, ad assaggiare per la prima volta la “pizza della legalità”, una pizza fatta da Giovanni Impastato, fratello di Peppino (nella sua pizzeria ripresa anche nel film I cento passi) con l’olio, i pomodori e la farina frutto di terre restituite alla gente, a delle cooperative di giovani che oggi lavorano sui beni confiscati ai mafiosi. È un piccolo segno di grande valore, ha un’importanza enorme che va sottolineata con forza. Ieri abbiamo toccato con mano come sia possibile diventare protagonisti di un cambiamento storico. Esattamente come faceva Peppino Impastato, che ha sacrificato la sua vita per affermare i valori della legalità e della giustizia fino al sacrificio della morte per mano di mafiosi che non potevano sopportare questo affronto.
Purtroppo questa notizia dal valore immenso non ha avuto grandi riscontri sui quotidiani. Nonostante ciò è la dimostrazione che unendo le forze, le energie, mettendoci passione e impegno e avendo a disposizione strumenti legislativi adeguati è possibile voltare pagina.
Un altro esempio a New York. Qui, all’indomani della violenza del terrorismo che ha causato 3.500 morti, alcuni cuochi e camerieri sopravvissuti all’attentato delle Torri Gemelle hanno aperto un ristorante, nel quartiere di Manhattan. Bene, in quel ristorante newyorkese si usano i prodotti delle cooperative di Libera.
Contemporaneamente, sempre negli Stati Uniti, la mafia si riorganizza e cambia pelle. In questa nazione così protetta dagli stranieri, così barricata dietro a sistemi di tutela e sicurezza solo teoricamente invalicabili, le famiglie mafiose italoamericane fanno entrare clandestinamente manovalanza reclutata in Sicilia. Negli ultimissimi tempi, oltre 400 giovanissimi “picciotti” hanno superato quelle barriere di difesa per andare a costituire i gruppi di fuoco della mafia d’oltreoceano che manda i figli a studiare nelle università più prestigiose per imparare a gestire gli affari di famiglia. Così ha bisogno di qualcuno che si sporchi le mani di sangue, qualcuno che faccia il lavoro sporco. Giovani siciliani che, pur di guadagnare soldi e a causa della grande crisi del mercato del lavoro italiano, sono disposti a diventare clandestini e ad usare strumenti di forza e di violenza.
Il 28 luglio è stato il ventesimo anniversario della morte del Commissario Montana. Il giorno dei suoi funerali, nel 1985, il quotidiano “La Sicilia”, il giornale più importante dell’isola, si rifiutò di pubblicare 15 necrologi a pagamento perché nel testo compariva la parola mafia.
Il 28 sera, a vent’anni di distanza, c’era tanta gente a Catania, nella sua città, per ricordare il sacrificio di Beppe Montano; tanta gente come qui e come a Cinisi. Ma neppure questa volta, così come nell’85, “La Sicilia” si è degnata di riportare un rigo sulla manifestazione.
Un’anno fa, Libera e Arci hanno lanciato una campagna nazionale dal titolo “Spazi per la musica”. L’idea, nata da me e da Tom Benetollo, è quella che se esistono in Italia dei beni adeguati da confiscare alla criminalità e alla mafia, possono diventare spazi di cultura, di animazione, di musica per i giovani.
Due giorni dopo la presentazione dell’iniziativa, Tom è morto. Era un gigante per la sua grande capacità politica, per la sua generosità, per il suo impegno, per la sua coerenza.
Alla fine del suo funerale, con ancora impressa negli occhi l’immagine del manifesto della nostra iniziativa, io e il sindaco Veltroni ci siamo detti che il primo bene da destinare a questo progetto, al sogno di Tom, doveva diventare la sua casa. Così, un ex cinema a luci rosse (sequestrato alla banda della Magliana), su sollecitazione dei ragazzi del quartiere dove il cinema è collocato, sarà destinato a contenitore culturale per la musica e restituito alla gente e ai giovani. Quest’anno si è aperto il cantiere e sono iniziati i lavori e il cinema è diventato la casa di Tom.
A Mesagne, in provincia di Brindisi, il Comune ha consegnato ad un’associazione un bene confiscato alla Sacra Corona Unita, mentre 20 ettari di terreno e di vigneti confiscati ai boss presenti in questa terra verranno restituiti alla collettività perché si possano costruire percorsi di lavoro e di dignità per le persone.
Dobbiamo confiscare la mafia, questa è la legalità.


Nichi Vendola Io sono molto contento delle presenze che ci sono qui stasera, però sono anche angosciato delle assenze che ci sono. Avevano il diritto di poter essere qui anche Paola e Daniela. Ve lo dico perché guardo alcune facce di voi più giovani, loro coetanei, e mi vengono in mente le foto sulle due bare questo pomeriggio a Casarano (Paola e Daniela sono due ragazze uccise nell’attentato terroristico di Sharm El Sheikh del 23 luglio 2005, ndr).
Non possiamo minimamente correre il rischio di assuefarci a quello che accade, perché l’assuefazione è uno dei pilastri della cultura mafiosa. Non dobbiamo abituarci a convivere con quelle che sono cose inaccettabili e impedire che questa inaccettabilità evapori o svanisca.
Tutti i sistemi totalitari sono stati costruiti con questo meccanismo dell’assuefazione. C’è una grande scrittrice ebrea, una grande filosofa, Anna Arendt, che ha spiegato l’ascesa del nazismo usando un’espressione molto interessante, utile anche a capire i fenomeni mafiosi: la “banalità del male”.
È una categoria che ci coglie impreparati, perché noi siamo abituati ad una rappresentazione cinematografica del male, cruenta, e collochiamo il male in una sorta di iperuranio, di alcova dove noi non entriamo.
Cosa significa “banalità del male” allora? Significa che un regime, che per alcuni decenni programma la Shoah e mette in atto per una porzione il suo progetto di sterminio, riesce a farlo perché maschera la drammatica e inaccettabile violenza dei suoi obiettivi dentro ad una grande operazione burocratica, una specie di burocrazia dello sterminio che aveva i suoi bravi funzionari e le sue carte, i bolli e le pratiche da compilare. Questa quotidiana alienazione burocratica è stata spinta fino al punto di annullare, dentro il suo marchingegno, la percezione del male.
Cito don Tonino Bello che diceva che il male non è l’esercizio del “mostro” ma è l’esercizio del “nostro”, abita dentro i nostri recinti, si nutre delle nostre assuefazioni, vive delle nostre codardie, delle nostre rinunce.


Questa per me è l’occasione di ringraziare il Salento che, nella mia geografia immaginaria, è una delle capitali di quella che io ho chiamato “rivoluzione gentile”. Vorrei ringraziare per il fatto che abbiamo condiviso un sogno e portarvi ora a condividere questo impegno di governo, perché i sogni hanno bisogno di fatti.
Ed in questo nostro impegno, sono convinto, non potremmo rinunciare a fare della lotta alla mafia un punto centrale.
Don Luigi ci ha già messo in allarme con un’avvertenza sulle parole, sul loro significato. Mi trova molto d’accordo questa sua sollecitazione a rifiutare gli inganni semantici, come ci ammoniva anche Orwell (che pure non aveva ancora conosciuto l’ultimo governo italiano) in un suo bel racconto: c’era un paese in cui i cartelli avevano dei nomi che dicevano qualcosa ma stavano a significare esattamente il contrario; si diceva “verità” e significava “menzogna”, si diceva “pace” e significava “guerra”. È ciò che succede ancora troppo spesso.
Un pomeriggio in Parlamento un leghista un po’ rozzo, un po’ più rozzo degli altri, ha detto “facciamo una guerra di pace”. Io gli ho risposto, gridando un po’, che questo era un ossimoro. Lui avrebbe voluto aggredirmi perché pensava fosse un insulto.
Vi racconto questo perché la prima mafia, la più pericolosa, la più insidiosa, è la mafia delle parole. È la mafia che vive di processi di disidentificazione delle cose. E noi, invece, abbiamo bisogno di indovinare la realtà e abbiamo bisogno di procedere ad una nominazione che è figlia del principio di verità.
Nella Bibbia, la Genesi è la grande opera della nominazione del mondo; noi non possiamo esistere e non possiamo distinguere il bene dal male se non siamo in grado di dare il nome alle cose. La mafia è innanzitutto un trucco delle parole, un gioco, un’insidia, un inganno, è una mafia da vocabolario.
Prima questione: combattere la mafia sul piano culturale, sul piano simbolico, sul piano dei valori di fondo. La mafia cerca di contendere allo Stato il monopolio della violenza; si dice, a volte esagerando, che la mafia è in ogni Stato. Perché si dice questo? Perché non sarebbe stata così forte se non avesse goduto di tante lunghe protezioni all’interno dello Stato.

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