Dale Zaccaria, Inedito per una passante

28/06/2009
Le parole emigranti nell’aere, di Jacqueline Spaccini

S'affannano, i poeti.
Se i danzatori debbono piegare il corpo per esprimere il proprio concetto di danza, i poeti hanno che fare con le parole. Ma le parole sono tante e diseguali, neppure appartengono alla stessa categoria. E come le note musicali vanno distribuite e poi occorre eseguirle, le note-parole.

Alla stregua delle parole, i poeti non sono uguali: c'è il pianista come Alessandro Iovinelli, il violoncellista alla maniera di Mia Lecomte. Poi c'è Dale Zaccaria che io leggo e ascolto come un flauto traverso.

 
Io t'amo.
T'amo nell'amore
che t'amo.
Nel seno dell'anima
t'amo.
Cosparsa violenta
fantasia, mai mia
io t'amo.
Nella bocca casta -
nel corpo che cadde -
nel lucente,
come luce e congiuntura,
nell'oblio, io t'amo
e non t'amo e poi t'amo.
 
Limpida fredda e brillante nel timbro, la sua poesia si abbandona ad accostamenti audaci e felici (una stoffa di vento chissà / un quadrato di gigli) talvolta troppo cerebrali (l'ossessiva invenzione delle parole valigia: nottetarda, biancoseppia, cosìsia, pesanteleggera nonché dei sostantivi), ma così è il flauto traverso quando vuol essere tamburo.

La musicalità di Dale si avverte più sincera quando chiede ausilio al romanticismo mai rinnegato nell'amore: getta le ginestre ti prego e chiudi gli occhi, negli inviti ma anche nelle interrogazioni: Dimmi, forse è questo / tremito della carne / il passo dell'aquilone /...?
È nella felice soluzione dei capelli stretti al tempo, quei bei capelli sbriciolanti, nella metafora densa del cuore (il suo), mucchio d'acqua nella cisterna.

E se la parola anima ricorre almeno otto volte non è un caso.
Dale giura (parafraso) di non voler toccare né l'abisso né l'anima, quella che l'oggetto del suo scrivere fa precipitare, quando non si fa essa stessa leggera, a tratti insouciante (uno sbadiglio); anime tutte al femminile, facili a frantumarsi, esigibili ed esatte, se è vero che il suo morire è l'altrui splendere...

A ben guardare, allora, nel sostrato della poesia di Dale Zaccaria vi è non già un rincorrere la sua anima, bensì la ricerca di uno statuto per essa. Della sua affermazione. Anche se poi si può accettare che venga calpestata, insieme con un cuore aperto sul polso per uno stormo di capelli.

È una lingua poetica in divenire quella di Dale Zaccaria, cui occorre solo che si irrobustisca come quei vini rossi che necessitano del tempo che passa. Così come il cielo per farsi gravido ha bisogno di nuvole gonfie di pioggia. Null'altro.
Questa è a lirica da me preferita:
 
Togliendoti non ti do che
la poesia del silenzio
la poesia che non vedi
forse quella che non senti
la poesia che si sta arrampicando
senza un nome
lungo il morso del mio viso.

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