David Bargiacchi, Mea culpa

26/02/2006

David Bargiacchi, lo spaesamento della colpa, di Gilda Policastro


Michelangelo vive nella Firenze «mezza vetrina e mezza museo» dei turisti. «Persone», corregge da un ascensore bloccato la voce della pittrice dublinese Ruth: l’incontro con una donna «magnifica e nuova» segna così la prima tappa della Building, come nella più classica delle tradizioni romanzesche. In realtà Mea culpa, esordio semiautobiografico (teste il risvolto di copertina) di David Bargiacchi (Manni, pp. 101, € 11,00), partiva alla maniera di un picaresco aggiornato, dove le necessità materiali, in condizioni storico-sociali privilegiate («bella casa lussi pochi miseria nemmeno […] condannato a fare la brava persona»), cedevano alle emergenze interiori. Subito, allora, l’invenzione insieme linguistica e tematica maggiore: il senso goduto e insieme sofferto di spaesamento, che scandendo il ritmo del récit marca lo snodo della trama, è quella culpa di essere altro dai suoi coetanei, dagli adolescenti della scuola come dagli animatori dei collettivi all’università, cambiata in colpa nelle parole di Ruth, a compimento del percorso di conoscenza. L’accresciuta consapevolezza generazionale («ci hanno messo», e però ora, corregge la voce narrante, «ci siamo e ci stiamo»), storica («i cattivi […] Auschwitz, i buoni Hiroshima») ed esistenziale (la macchia visibile senza la colpa, come nell’hamartía tragica), non approda però a uno scarico di responsabilità soggettive, ma anzi, a un esito di tipo «morale».
Bargiacchi-Michelangelo divaga, precorre, ritorna, racconta la storia come fosse cosa sua e parla di sé come fosse la storia, con quel tono remissus e humilis che ne farebbe un suo coetaneo di maniera post-cannibale, se non si avvertisse in lui una nota di onestà maggiore, a leggerlo tutto d’un fiato seguendo quel ritmo libero, pausato solo dall’urgenza di dire qualcosa che preme, che fa male, senza svelare poi nulla. Ne deriva un romanzo di formazione aperto, come nella tradizione novecentesca sveviano-pirandelliana, in cui il personaggio tipico dell’inetto (ma qui si direbbe, meglio, del disincantato) misura il passo del mondo col proprio e si scopre inevitabilmente più lento («e tante cose me le perdo a muovermi così piano»), senza compiacimento ironico, solo la consapevolezza discreta che anima la generazione dei trentenni oggidiani: «mia madre dice sempre non starai mai bene figliolo le vedi tutte ti danni troppo. Messo così sembra un problema di vista».
Il finale forse troppo atteso del viaggio conferma però in netta evidenza la natura «formativa» del romanzo, con quella sorta di negazione freudiana nel ripetuto «non sto scappando», a eco del tardivo «ho imparato» che il Renzo del finale dei Promessi Sposi cantilenava a mo’ di «sugo» della storia. Li correggeva Lucia, con la morale dei guai inevitabili, e qui lo stesso protagonista «multivocale» riferisce un altro possibile punto di vista, al solito adulto: «almeno potevi laurearti prima di andare». Ma loro sono «a una fermata del capolinea» e noi adesso «per la strada con mille bivi davanti».

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