Dylan revisited

20/08/2008
Un collage dadaista, di Enzo Mansueto
 
Si chiamano «dylanologi», «dylaniani» o «dylaniati», dipende dal grado del coinvolgimento: al centro del loro mondo, Bob Dylan. Icona, mito contemporaneo, culto, è quasi impossibile oramai sceverare, all’interno di quella cosa che chiamiamo «Dylan», il dato storico, la vita, l’opera, gli effetti collaterali provocati a vari livelli da una tale, come da altre, bomba mediatica. Sarà per questo che negli ultimi tempi, accanto all’inesauribile produzione di biografie, repertori, album consacrati al menestrello del Minnesota, si vanno producendo oggetti culturali che mirano a rileggerne la figura attraverso ottiche più indirette, rielaborative, creative. Segno, appunto, che di vero mito si tratta, consacrato e innervato nei tessuti profondi della nostra società.
Si veda, per fare un esempio ovvio, il recente film di Todd Haynes, I’m not There, sei «ruminazioni» su Dylan in cui sei diversi caratteri interpretano, con dubbio rigore filologico ma con persuasiva deriva esegetica, sfaccettature del mito Dylan, appunto.
L’antologia che abbiamo tra le mani (AA.VV., Dylan revisited - Racconti su Mr. Tambourine, Manni, Lecce 2008, pp. 176, euro 15) curata da Gianluca Morozzi e Marco Rossari, muove, sulla pagina scritta, da una medesima intenzione. A sedici scrittori (Ivano Bariani, Daniele Benati, Francesca Bonafini, Alessandro Carrera, Gabriele Dadati, Carlo Feltrinelli, Teo Lorini, Marco Missiroli, Gianluca Morozzi, Livio Romano, Marco Rossari, Angelina Rotolo, Francesco Savio, Fiammetta Scharf, Alice Suella), infatti, è stato affidato il compito di adottare Dylan, liberamente, come spunto, per comporre infine un collage, dadaista e arbitrario nel gesto, ma, forse perciò, illuminante nella liberata aderenza alle risonanze del mito.
Le modalità narrative adottate sono le più disparate, dalla finta conferenza, al racconto biografico di aspetti meno conosciuti della creatività dylaniana, a visioni ispirate ai testi delle canzoni, a racconti nei quali l’opera di Dylan è giusto un pretesto per alimentare il racconto in un gioco più o meno ironico di specchi. La qualità delle citazioni, biografiche e testuali, è anch’essa variabile, dal riferimento esplicito a quello più cervellotico, se non criptico.
Certo, come suggerisce Alberto Sebastiani in postfazione, in assenza di note, si richiede al lettore una conoscenza ampia dell’oggetto, per gustare sino in fondo i giochi sui titoli, sulle liriche, sui dettagli biografici. Oppure, mettiamola così, al di là del piacere della lettura, comunque garantito da queste sedici prose, il testo può essere il pretesto per un successivo approccio ravvicinato a Bob Dylan. Tra i racconti, anche quello del salentino Livio Romano, nel quale ricompare il professor Parigino, protagonista del suo ultimo romanzo, colto qui dal «trip degli anni Sessanta» e impegnato a mettere in piedi una improbabile e trasgressiva recita, firmata dai Baby Boomers Disertori, con la sua scuola media, con esiti catastroficamente divertenti.

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