Elia Malagò, Calende

01/12/2019

Letture nel tempo, di Luigi Manzi

Se c’è un luogo dove la poesia non può fare a meno di attingere, è il nucleo originario della lingua laddove le scaturigini trovano cassa di risonanza persino nella corporeità del poeta allorché egli tende l’orecchio, come in uno stato di grazia. Calende lo si può leggere e interpretare nella giusta misura, a condizione che la raccolta venga esplorata con dedizione, affidandosi a una struttura linguistica sobbollente, sempre in fieri per rappresentare i propri oggetti perennemente sfuggenti. Non a caso nella raccolta emergono molteplici direzioni lessicali (il linguaggio materno, il dialetto, la poliglossia, i neologismi) che talvolta danno la sensazione di allontanare il lettore ove sia incapace di ritrovare la sorgente carismatica da cui scaturiscono i versi del poeta. In questo senso Calende rimette in discussione molta della poesia delle neo-avanguardie – compreso il zanzottismo – cui non si è data ancora una definitiva sistemazione. Ciò soprattutto a causa dell’atteggiamento ambiguamente laico, spesso fondato su pregiudizi ideologici, che i promotori hanno utilizzato per tentare di rigenerare pedagogicamente quanto lasciato in dote dalla poesia del Novecento. Il libro di Elia Malagò è un’occasione assai interessante e importante per riaprire il dibattito rimasto aperto proprio nel punto di biforcazione della poesia negli anni Sessanta e Settanta, finendo in tal modo per farla arenare nelle secche dell’insignificanza minimalistica, se non addirittura dell’afasia.


 

Cerca libro

News