Emilio Jona, Un posticino morale

15/10/2007

Il "Savona" rivive nel posticino di Jona, di Marco Neiretti

Un romanzo breve, e per soggetto e per stile, molto diverso dalla narrazione giovanile. Qui incontriamo una nuova poetica, nell’atmosfera rarefatta delle “Edizioni del Pesce d’Oro” di Scheiwiller in cui comparve in pochi esemplari vent’anni fa. Da Vanni Scheiwiller, scomparso di recente, sono passati nomi di primo piano della letteratura italiana, soprattutto innovatori, dei quali basterà ricordare Antonio Pizzuto, che le antologie “alte” della letteratura italiana annettono nelle loro pagine. Oltre al Posticino morale, il catalogo di Scheiwiller comprende di Emilio Jona raccolte di racconti, e poi il volume di poesie La cattura dello splendore che portò il nostro autore nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2005 del premio Viareggio (anzi, egli entrò nella finale contesa a due). E alcune composizioni de La cattura dello splendore, che Gian Luigi Beccaria, autorevole critico e letterato, ci ha offerto la chiave di interpretazione del romanzo, la chiave del «realistico intimismo sociale». Quasi uno sviluppo del “realismo magico” in filigrana a “Inverni alti”, come altri autorevoli lettori avevano detto un paio d’anni fa presentando quel libro a Palazzo Lamarmora.
Dal Piazzo al “Porto di Savona”. Il tempo del Posticino morale corre, al Piazzo di Biella, ai giorni della liberazione – l’aprile-maggio 1945 – ai primi anni ’50, giù ai piedi della funicolare, al “Porto di Savona”; un locale molto ampio ed accogliente all’angolo della via Amendola e della via Pietro Micca. Fino agli anni ’60, al “Porto di Savona” si ritrovavano artisti, intellettuali, giornalisti, sempre in chiacchiera, spesso in polemica, nell’andirivieni socialmente multicolore dei dintorni del mercato, dei beoni più o meno professionali, e delle donnine di strada in concorrenza con “Il Dodici”, la casa chiusa della città. Nella trattoria, bar, piola e quant’altro la fantasia suggeriva, tutti avevano diritto di parola, di opinione, di contumelia. Immersi nel fumo di sigari e sigarette. Sui muri era incollata la carta-vetro per accendere i fiammiferi, le cicche finivano in terra, ma per gli scaracchi c’era la prescrizione della sputacchiera a coperchio ribaltabile. I vapori della cucina in perpetuo travaglio di busecche e cavolume ammorbidivano le disseccate corde vocali dei fumatori e dei baccaglianti, nell’esercizio (finalmente…) della riconquistata santa libertà di parola, che a tutto si concedeva – e con forti linguaggi personali! –sempre al riparo da ogniqualsiasi facoltà di querela.
Per contrasto, ogni tanto nei frequenti monologhi dei personaggi più accreditati, entravano le notizie – e si discutevano – su ciò che avveniva nel paludato insieme di due o tre altri locali cittadini, rappresentativi dell’ufficialità borghese di Biella. Diciamo del Caffè Magnino, principe della via Umberto appena ribattezzata Italia, con i cin-cin al vermouth Carpano a orari fissi, con gli immancabili intercalari di «ossequii professore, dottore illustrissimo, saluti ragioniere oh caro geometra». E poi l’aristocratico Ferrua nella diramazione di via Italia verso via San Filippo: servizio inappuntabile, storica famiglia, rassicurante conversatorio di dame e di anziani titolati nei salottini di velluti tané. Però la vita che viveva, l’alito della città, il vero campionario di quella Biella si manifestava, esplodeva, soltanto al “Savona”.
Tra i personaggi mitici il Sandrun, il Cirio, lo scrittore di regime. Al “Savona” potevano esprimersi personaggi mitici, dentro lì veri e propri leader, come il sovrabbondante Volpone, dalla facondia fragorosa di racconti, ingiurie, invocazioni. Il Volpone del “Savona” è facile coglierlo nella penna di Jona: ecco Francesco Barbera, meglio noto come Sandrùn: l’artista dalla vita sfrenata, l’omaccione rapsodico, capace di raggiungere vette di colore e di forme per altri solo velleità, l’artista che veristicamente aveva legato un poveraccio a mo’ di modello su una rozza croce per spremergli l’essenza del soffrire e scolpire il “suo Cristo”, ma che poi l’aveva dimenticato per lunghe ore, mentre se ne stava per una copiosa bicchierata con un amico che non incontrava da tanto tempo. Il Sandrun in certe ore fumigante di sulfureo satanismo, ma che avrebbe amato la mansueta figura della Vergine fino a scolpire la ben nota “Madonna del Piumin”. Di Sandrun, Emilio Jona, giovane avvocato nelle Biella del tempo ma soprattutto uomo tra gli uomini, ancora definisce tratti essenziali: «Mai visti soldi nelle sue tasche e la fame è sempre autentica di prima mano (…). Dorme in una casa diroccata, stagna altre tre dita, tra le febbri reumatiche che frequentemente lo addentano vaneggia per giorni avvolto in stuoie, mancando di coperte, mentre temporali rimbombano nel cerebro con rumori centuplicati dalle febbri e dall’immaginativa. Quando ne è scacciato dal proprietario, manesco per l’indebita occupazione, condivide il dormitorio con Milano, vagabondo immerso in un’ubriachezza cronica e mite».
Nel clima ribollente del tempo politico-sociale e dell’ambiente cittadino tiene cattedra al “Savona” anche Cirio, uomo di molteplici esperienze, artista del ferro, dialettico di rara retorica, che sottovoce ogni tanto racconta un’intima storia di collegio. E, ancora, rammemora gli amori dannunziani dell’era fascista, quando un industriale padano, già legionario a Fiume, gli commise l’onore di forgiare una spada poi offerta in omaggio al Vate d’Italia, nel bengodi del Vittoriale.
La critica al Circondario miope e il pettegolezzo della città. Ogni tanto sullo scenario del “Savona”, soprattutto col maltempo, comparivano le “belle di notte”, con le loro storie più pubbliche che private. La più nota era la claudicante ex mantenuta d’un noto “laniero”. La poveretta, vittima delle scarpe troppo nuove, era scivolata alla stazione di Torino sui binari al sopravvenire del treno. Amputata e rieducata al “Rizzoli” di Bologna (ovviamente a spese del patron), per lunghi anni si sarebbe trascinata da un bar all’altro per tirare a campare nei piani bassi della società. Ma il “Savona” non era tutto regno di gente strana, di originali, di qualche balordo. Nel fumigante salone, tra il conflitto di bottiglie e di vivande, assai spesso si parlava seriamente, si allargava l’orizzonte, ci si intratteneva sul Biellese conservatore, intontito nel vivere il giorno per giorno del fugace profitto, senza aver testa per altri valori, senza elaborare qualcosa per l’avvenire. Dal macro al micro: lo sguardo critico degli “opinionisti” del “Savona” entra nei cunicoli degli uffici di fabbrica, dove i principali – oggi si chiamano quadri dirigenti – dettano legge e lettere: «Scrive signorina: Facciamo seguito alla ns. telefonata con il Vs. sig. Puroso e al colloquio intercorso con l’egr. Vs. sig. Giorgitto (…)» e via di seguito nella celebrazione della gloria delle lane. Altre volte dal Circondario miope si scendeva alle bazzecole della società, nell’esercizio di quella specie di “controllo sociale” altrimenti detto pettegolezzo urbano. Si spiava, si spiava anche tra le pieghe della vita privata di questo e di quello, e buon per chi arrivava ad acciuffare nottetempo un nome noto striminzirsi nei molti vespasiani del parco Zumaglini. Oggidì ci si consolerebbe: almeno non c’era la droga, non c’era l’Aids. Era la penicillina, nuova panacea, che rimediava a tutti gli incontri pericolosi di chi “offriva del suo”.
Il “Savona” era dunque una grande tribuna. Da quel rostro – e con quanta efficacia! – anche prendeva la parola lo stranito, anziano scrittore, a suo tempo stacanovista della narrativa a puntate su “Illustrazione Biellese”, rivista periodica dei fasci biellesi di combattimento. L’esimio personaggio moraleggiava, s’indignava, si sfogava, gettava benzina sul fuoco delle discussioni, per poi cadere in silenzi profondi e di difficile interpretazione.
Altre volte i discorsi vertevano sulla fenomenologia del quotidiano. Ad esempio sulla sanità cittadina, dominata da cinque o sei baroni del camice bianco: «Il professore è un re, la sua poltrona un trono. Il suo potere si estende dall’ultimo piano allo scantinato ospedaliero, un suo sorriso o rimprovero può modificare il curriculum della vita». Dalle caverne del sistema sanitario si evocava la malattia mentale nella spettrale realtà degli anni in cui Foucault a Parigi ne studiava la storia e Basaglia a Trieste la complessità della clinica.
Ma perché “morale” quel “posticino”? il quadro esistenziale di un tempo (ma possiamo dire anche un documento) viene oggi a costituirsi nel libro rinnovato di Emilio Jona, un “posticino morale” della Città, che – per quanto chiusa – da qualche parte sapeva discutersi e tollerarsi senza falsi pudori e con la sensibilità dei plurali percorsi di uomini, che il velo letterario non impedisce tuttora il riconoscimento ai contemporanei d’allora. La Città era un luogo preciso e consolidato nella molteplicità dei suoi valori tradizionali e di quelli nuovi della riconquistata libertà. Certo nella dinamica storica della lotta di classe, nella lotta politica conflittuale, ma sempre per uno scopo ben preciso.
Nelle forme odierne della città, ove più ove meno, le vitali sostanze comunitarie sono in corso di estinzione, si dissolvono nella fluidità sociale, nell’immagine senza scopo e, spesso, senza verità. Basta “apparire” e far apparire. Pure nel caso nostro, non è forse vero che non si lotta più come un tempo contro le crisi, perché le speranze appaiono sempre più deboli, e le identità soffocate, adatte nei “racconti mediatici”. E qui si fanno i conti con il resoconto di Jona, con un suo “realistico intimismo sociale”, ben espresso nell’aggettivo del titolo del Posticino morale.

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