Fabio Marcotto, Masterà

22/08/2007
San Pietroburgo andata e ritorno con tante storie, di Fabio Zamboni
Si vanno esaurendo gli "incontri con l'autore" ormai diventati attrazione fissa dei calendari estivi dei centri turistici, da Comano Terme all'Altopiano della Paganella, da Brunico alla Val Badia. Il nostro giornale ha colto l'occasione per realizzare dei suoi personalissimi "incontri con l'autore" intervistando i protagonisti di questa estate: Caprarica, Camon, Colò, Della Palma... E ora nella galleria entra il bolzanino Fabio Marcotto, un autore che non poteva frequentare i salotti letterari di questa estate, per il semplice fatto che il suo nuovo libro non è ancora uscito. Il suo Masterà, edito da Manni, sarà in tutte le librerie a metà settembre.
Un nuovo libro, un nuovo editore: ma come fa un autore fuori del giro ristretto dei bestseller e dei premi letterari a trovare un editore?
«Non è facile. Ma non ci sono segreti: si spedisce il manoscritto ai grossi e medi editori, qualcuno ti risponde e molti no, e fra i quattro-cinque che si dicono interessati, come è successo a me, scegli. Io ho scelto Manni, di Lecce, perché è un editore che ha la sua storia, il suo pubblico, e anche dei grossi nomi in scuderia, come Alda Merini. È fondamentale poi che un editore abbia distribuzione nazionale e presenza alle fiere più importanti. E Manni mi garantisce tutto questo».
Masterà è un raccolta di racconti. Come Bar Duce e altri racconti, uscito nel 2001; prima, Vino dentro, romanzo di 100 pagine. Si può dire che Fabio Marcotto è uno scrittore da racconti brevi oppure che queste pubblicazioni sono quasi un training verso un"lungometraggio"?
«Penso di avere la vena del racconto breve più che del romanzo. Se scrivi un romanzo con un'ampia struttura narrativa, secondo me devi un po' trascurare la forma, la lingua, lo stile e io invece amo curare questo aspetto. Nei racconti brevi sono cruciali l'inizio e la fine, la creazione di alcuni momenti di climax all'interno, che puoi curare solo se ti concentri su alcune pagine. Certo, qualche grande scrittore come Gadda riesce a conciliare i due aspetti, quantità e qualità, forma e contenuto, a sbozzare i personaggi con una cura linguistica straordinaria, ma parliamo di poche eccezioni».
Il nuovo libro nasce in Italia ma è stato concepito in Russia. Sei anni a San Pietroburgo sono un pezzetto di vita, non una delle tante esperienze. Masterà è un diario sufficiente di quegli anni oppure c'è ancora tanta carne al fuoco, tanti altri episodi da scrivere?
«Masterà è solamente un frammento di tutto quello che avrei voluto scrivere: ci sarebbe materia per tre-quattro romanzi, avendo il tempo e l'idea giusta. E' un mondo tutto da scoprire e da descrivere, molto diverso dal nostro, iniziando dalla comunicazione alle abitudini, dalla storia al futuro, alla posizione che la Russia sta acquisendo nello scacchiere mondiale».
La figura del "Masterà", cioè dell'artigiano, attraversa un po' tutti i racconti. Tanti ambienti diversi - l'ospedale, l'università, l'officina, il tram - ma un filo conduttore, un carattere comune, retaggio di uno statalismo che fatica a cambiare atteggiamenti e mentalità. Insomma, l'artigiano russo è diverso da quello italiano...
«Le cose stanno lentamente cambiando, ma il primo impatto è con artigiani che sanno fare pochissimo, perché in Unione Sovietica tutto era pianificato: la catena di montaggio prevedeva che uno facesse la ruota, un altro le sospensioni, un altro i pistoni. Sicché è impossibile trovare l'artigiano tuttofare, dalle mani d'oro, che in Italia abbonda. Ora sta crescendo una nuova generazione stimolata dalla voglia di cambiare, dal fermento economico e turistico, ma i cambiamenti in Russia sono lenti. Il cosiddetto statalismo non è solo un sistena organizzativo, è anche una forma mentis: l'homo sovieticus esiste e ha ritmi diversi dai nostri. Inutile quindi prendersela con il cameriere che latita. Meglio mettere da parte la fretta che segna la nostra vita quotidiana».
 C'è qualche aspetto della mentalità russa che l'italiano può invidiare?
«Sicuramente uno: la profondità. Noi siamo superficiali quanto loro sono profondi. Nel pubblico e nel privato, in positivo e in negativo. Da una parte la malinconia profonda, dall'altro Guerra e Pace, la capacità di andare dentro l'animo umano, di condurre discussioni solide e profonde anche a livello interpersonale. Noi tendiamo al giochetto, all'ironia che autoassolve, che butta tutto in ridere. E che può essere una via d'uscita troppo facile».
Poco cabaret, insomma.
«Pochissimo, limitato a qualche piccolo spazio televisivo. Poco cabaret e tanto, tanto teatro. Perché quello è profondo, appunto. E letteratura: romanzi di 500 pagine».
Difficile proporre i racconti brevi di Masterà sul mercato russo.
«Beh, diciamo che sarà una cosa nuova, per loro. L'editore russo che sta già traducendo Vino dentro vuole lanciarlo abbinandolo ad un altro mio romanzo, perché teme che il lettore medio russo lo consideri quasi uno scherzo, con le sue 100 pagine».
E nell'ambiente che Marcotto conosce meglio, cioè quello della scuola, dell'Università, della cultura, quali sono le differenze?
«La metodologia didattica è sicuramente diversa, legata ancora alla tradizione. Ha però una sua identità e un suo orgoglio. Nell'insegnamento delle lingue, ad esempio, noi puntiamo sulla comunicazione, loro sulla grammatica. E poi è diverso il rapporto docente-studente: molto più formale, più codificato. Nonostante questo, la scuola non è selettiva, se non all'ingresso. Poi, lo studente è preso per mano e accompagnato senza scosse fino alla fine».
 Visto da lassù, cioè da un posto che vive una complessità di problemi esistenziali e politici enorme, come appare Bolzano e la sua complessità opulenta e spesso artificiosa?
«Appare rassicurante e imbalsamata. Io sono tornato da poco a vivere qui, e quello che mi colpisce è che qui manca l'energia che è tipica dei Paesi che stanno spalancando nuove finestre. Qui c'è tutto ma si rischia di perdere molto. Mi sembra comunque il destino di un certo Occidente che forse ha già avuto tutto. E poi, tornando, colpiscono le regole: ho quasi nostalgia di un certo disordine che fa somigliare San Pietroburgo a Napoli».
Se Vino dentro colpiva per la sua forza evocatrice - di sensazioni, di profumi - qui c'è una più terrena e meno metafisica capacità di far rivivere al lettore situazioni concrete. Dipende dalla fonte, dal fatto che il primo è pura fantasia e questo esperienza vissuta?
«Sì, anche se dietro al surrealismo di Vino dentro c'era una base di realismo e alcuni percorsi realistici. Qui ho voluto fare una fotografia realistica vista attraverso l'obiettivo dell'occidentale che non riesce ad entrare in simbiosi con la realtà russa. Con un tocco di surrealismo in un paio di racconti».
Ha già pensato ad una traduzione in altre lingue, magari in russo?
«Certo, proprio in russo. Ci stiamo lavorando. Intanto, Vino dentro oltre che in russo è stato tradotto in tedesco e presto l'attore altoatesino Georg Clementi, da anni affermatosi in Austria e Germania, ne proporrà una versione teatrale appunto in tedesco. Con Clementi, collaborerà Antonio Caldonazzi, che cura regia e interpretazione del monologo in italiano».
E a che punto è il progetto del regista Federico Vicentini Orgnani - quello che ha firmato"Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni" di realizzare il film Vino dentro?
«Sto lavorando alla sceneggiatura, anche se devo ancora capire se il regista vorrà seguire il registro grottesco-surreale del romanzo. Ci troveremo nei prossimi giorni, sono davvero curioso
di capire che cosa possa nascere da quelle pagine, una volta trasportate sullo schermo».
E il prossimo lavoro firmato Marcotto? C'è già qualcosa in cantiere?
«E già pronto un libro di racconti ancora più brevi di quelli di Masterà, racconti già tradotti in russo insieme agli studenti dell'Università di San Pietroburgo. Verranno presto pubblicati in russo con testo a fronte in italiano». 

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