Fernando Manno, Secoli tra gli ulivi

30/01/2008
Il Salento della memoria. Luogo ideale tra fiaba e nostalgia, di Claudia Presicce

Sequenze di immagini, fotogrammi uno dietro l’altro a volte senza nesso comune, sensazioni di piccoli istanti sbiaditi, di luoghi o persone di contorno: è questa la materia dei ricordi, così conficcati profondamente nella memoria e così evanescenti al tempo stesso. Il Salento raccontato da Fernando Manno in Secoli tra gli ulivi è così.
È il Salento dei pensieri che si facevano sotto gli ulivi, degli sguardi ai tanti orizzonti di terra e di mare, del senso del lavoro e della fantasia, di una terra in cui si costruisce un campanile che buca il cielo, come quello di Soleto, e la gente ha sempre voglia di “agorà”, quando non lavora, di intessere monologhi con chi si trova ad ascoltare.
Fa effetto leggere queste parole che arrivano dal 1958, quando lo studioso, nato nel 1906 a San Cesario, pubblicò questo suo primo e unico libro con l’editore Pajano di Galatina.
Fa effetto perché intanto non descrive una società, ma ne restituisce le sensazioni, con lungimiranza e mestiere: tanto che non sono così diverse da quelle che potremmo scrivere oggi.
E poi fa effetto perché se è quasi tutto cambiato intorno, il Salento di questo libro è intatto perché “non essendo mai esistito non poteva essere soggetto a nessuna trasformazione” come spiega con parole indicative Antonio Errico che fa da curatore al testo.
«Il Salento di Secoli tra gli ulivi – dice Errico – è una pura invenzione. Un’ombra della memoria. Il souvenir di una fantasia. Il paese di una fiaba. La figurazione di una nostalgia. L’apparizione per un incantesimo. Il rammarico per una mancanza. Il rimpianto per un’assenza. Una regressione al fondo dell’infanzia. L’ipotesi di un’origine. La rappresentazione di una mitologia interiore. Una “recherche du temps perdu”.
È il racconto di chi si è distaccato dalla sua terra e la vede da lontano come per la prima volta. Perché Fernando Manno di San Cesario è stato direttore degli Istituti di cultura italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala, oltre ad aver fatto parte del gruppo di Maria Bellonci a Roma.
Così viene da pensare che in luoghi lontani in cui aleggiava la cultura con la “c” maiuscola, lui si rivolgesse verso i ricordi della sua terra e ne traesse l’essenza. Uno scrittore deve essere sempre un attento osservatore e infatti questo libro così unico nasce proprio da osservazioni, buttate giù senza la decisione di farne un testo unico e ordinato. E soprattutto ammantate di un linguaggio che non ha niente del mondo che racconta: è aulico, sofisticato, anche quando descrive “lu ppoppetu”, ermetico a tratti quando si fa pura filosofia, sempre coinvolgente come il piccolo mondo antico che ricostruisce.
È quel mondo che ti apre la porta di casa e ti invita ad entrare.
Ti racconta del contrabbando di tabacco visto da dentro, con pochi fatti concreti e molti profumi. Ti racconta le forme erotiche dei vari tipi di gineceo che in una società contadina come la nostra dei primi del Novecento erano una normalità meno ipocrita di quanto si possa pensare. Racconta presenze che come quelle di un presepe hanno il loro posto, ovunque e sempre, nel Salento: il fraticello che chiede la questua tra le campagne fino allo sfinimento, un verme ripugnante come il millepiedi e la lumaca dalla bava di alluminio, le icone sacre, il barocco e i lavoratori dei frantoi, il coribante che suona e la tarantata che balla.
Questo libro tra tanti, direi troppi, che sono stati scritti su un luogo come il Salento, è assolutamente unico per “come” parla di questa terra, per come questa terra diventa bella nelle mani di questo intellettuale d’altri tempi. E la sua riproposizione a cinquant’anni di distanza ha già un senso solo per queste caratteristiche di unicità.

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