Fernando Manno, Secoli tra gli ulivi

16/02/2008

Le ammalianti storie di uliveti secolari, di Daniela Pastore

“Da secoli, da millenni forse, i salentini ordinano pietre in città, ordinano pietre in campagna. E ne hanno fatto i due volti della loro terra della loro terra”. Apre così, con una rivelazione. E prosegue in un incanto di immagini di un nitidezza esemplare. Fernando Manno ed il suo libro, Secolo fra gli ulivi), rivivono grazie all’associazione culturale Alambicco e a Manni Editori che hanno riportato nelle librerie un gioiello assoluto della letteratura salentina del ‘900.
A mezzo secolo esatto dalla pubblicazione, l’opera dello scrittore è stata ristampata e verrà presentata oggi alle 18.30 nel Palazzo ducale di San Cesario da Antonio Errico (curatore del volume), dal sindaco Antonio Girau, dall’editore Piero Manni e da Carny Manno, nuora dell’autore. Modera Giancarlo Greco (L’Alambicco). A suggellare la lettura di brani del libro, fotografie di ulivi secolari, scattate da Antonello Manno (figlio di Fernando e fotografo di fama, scomparso lo scorso anno).
Un’opera imperdibile, Un secolo fra gli ulivi, dal lessico colto e pregnante, che restituisce immagini e stati d’animo di un passato collettivo ancora vivido. Come un genetista prestato alla letteratura, Manno separa, taglia, riassocia: ed ecco il dna di una terra, di un popolo, ritratti come pochi sono riusciti a fare.
Dal dialetto «che non ha parole per esprimere concetti estremi, il dialetto di una gente di fatica paziente e d’esperienza concreta e bonaria», alle tagghiate, «miniere della povertà geologica che dà ai salentini da sempre solo pietre per costruire», dalle icone agli angoli della strada al pianto delle prefiche, emerge pagina dopo pagina il salento più autentico, «che è di senso orizzontale», scrive con sagacia Manno: «il paesaggio, la architettura arborea come la spirituale si dispiegano per spazi. O per nembi, come gli uliveti».
Non ci sono alberi di senso acuto in Terra d’Otranto: «un platano, un pioppo, un cipresso, sono ospiti vegetali, capricci esotici». Psicologia e capacità descrittiva di rara raffinatezza. Scorrono i capitoli come un florilegio di istantanee: lu ppòppetu, le torri saracene, i cacciatori della domenica, i ciottoli del greto. Un incanto è la fauna del cuore: la secàra che succhia il latte della puerpera, il geco rettile acrobata, immobile per intere giornate sotto le volte, «spesso a perpendicolo sul guanciale dove posi il capo per dormire, il ripugnante millepiedi («nemmeno San Francesco potrebbe dirgli: Frate mmannalune), la luciferina capra dalla pupilla di zolfo, in cui «ci leggi una pazienza coatta, in attesa di rifarsi violenza», le cicale che sono l’ugola degli oliveti», la tarantola. Altri acquerelli superbamente tratteggiati: il traino, la capàsa, la Domenica delle Palme. Manno scrive della sua terra con quella lucidità astrale che solo la distanza può donare: aveva diretto gli istituti di Cultura italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala e negli anni cinquanta era stato tra i protagonisti del mondo culturale della Capitale. Era partito, ma come i Greci che andavano a fondare nuove colonie, si era portato con sé «il cuore del mondo, ceneri e focolari degli aviti». Il suo dna è scritto sugli ulivi, ai quali, dice nel bellissimo epilogo a nome di tutti i salentini, «ammaliati di vita, morendo ci riconosceremo».

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