Francesca Traìna, Linee di ritorno

23/06/2006

Un differente sentimento del tempo, di Filosofando

“E tante volte ti ho detto che le poesie non si devono capire. Bisogna ascoltarne la musica il canto per ricantarlo in noi.[…] Tu possiedi uno zelo segreto che ti conferisce severità e rigore. Non credo che la poesia ti sia incomprensibile.” Ci offre così, Francesca Traina, una possibile chiave di lettura per accostarci al suo ultimo lavoro, minuscolo e prezioso gioiello cesellato con cura e garbo inestimabili. Dopo il poemetto Il poeta muore, la raccolta Dentro gli anni e il testo poetico Neve di marzo, esce ora per i tipi dell’editore Manni Linee di ritorno (€10). Le sue pagine ondeggiano come variegata marea  - e il mare sembra esserne un protagonista ricorrente, metafora del tempo vissuto, ricordato o atteso, della coscienza, dell’avventura di esistere, cercarsi e sperdersi.  E scorre questa marea tra memorie riflessioni e liriche; tra meditazione metafisica e indignazione etica e politica; tra bozzetti narrativi che lasciano intuire incontri, tradimenti, addii e squarci di paesaggi nitidamente tratteggiati. Prima fra tutti, “la casa degli eucalipti, con il mare alla finestra e il terrazzo alle stelle”, “un luogo fisico e simbolico dove le onde del mare sembrano congiungersi a quelle dell’anima”. Ma anche il paese natale. “Il paese era quello che è. Quattro strade in pendio quattro in salita una piazza tre chiese un bar un cinema un cimitero”, scenario dove “crescemmo come gli alberi del cortile”, scenario “di madri che ti spiegavano la paura. Ti insegnavano ad averne tanta e non ti dicevano perché”. Più tardi, Palermo. “Palermo è questo scirocco che tormenta la pelle. E’ questo desiderio d’acqua che non si stacca dal cielo.” E poi Parigi, il megaschermo all’aeroporto che annuncia la strage di via D’Amelio.  “Perdemmo anche il respiro. Le braccia come ali spaiate nel vortice si afferrarono a mezz’aria. Stettero in un doloroso avvitamento.” E ancora Lisbona, melanconica di crepuscoli radenti e fado. O le minute isole estive dove accendere con le compagne i falò dei desideri sprecati. E i dolori, impressi a tinte forti in poche righe: la perdita  insensata d’un piccolo amico, il buco nero d’un abbandono.
Scrive Maria Luisa Spaziani nella prefazione: “Se il ritmo è tutto, lei non ha potuto e non potrà liberarsene”.  Dà conto in questo modo di una stesura che, anche quando si configura come prosa, ha cadenze e pause e metri, ma ha soprattutto gli slittamenti di senso, che chiedono a chi legge la delizia della fatica ermeneutica, aforismi e metafore che suggellano il periodare narrativo, suggestivo nei ricordi d’infanzia o inquietante  nella rievocazione degli anni recenti.
Queste “linee di ritorno” sono infatti “linee di restituzione”. “E c’è un tempo futuro che non rammento se non per un senso di paura che mi stringe i polsi. […] Così sono i giorni vissuti e quelli da vivere. Quelli da non dimenticare e quelli da buttare via”. Francesca Traina ci invita, nella nota conclusiva, a condividere il suo sentimento del tempo.

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