Francesca Traìna, Linee di ritorno

05/08/2006

La poesia in prosa di Francesca Traìna, di Beatrice Monroy

È appena uscito Linee di ritorno, preziosa raccolta di racconti brevi di Francesca Traìna, poeta raffinata. Questa volta sceglie la difficile misura del racconto narrato attraverso una scansione sotterranea del verso. E il risultato è davvero eccellente. Narra di sé forse la Traìna, comunque porta a galla ricordi piombando nel bel mezzo del racconto, a giochi fatti si direbbe, saltando dettagli dei personaggi e ambientazioni, e per fare questo difficile gioco, usa con sicurezza gli strumenti narrativi. In particolare non uno degli incipit è fuori luogo, ma piuttosto, è ogni volta un colpo al cuore, se ne riconosce l’arte sottile da poeta che sa come il narrare non sia altro che un filo sottile, un gancio teso al lettore per tenerlo stretto alle proprie emozioni. Cito gli incipit perché folgorano nella loro perfezione: «Non era così che doveva andare. Non così. Eppure tutto è stato dimenticato sotto l’arco dei gelsomini e delle rose. Da gennaio in poi ruotano le costellazioni».
È una lezione di scrittura per tutti quelli che a questa si accostano credendo che basti riversare le proprie pene per creare prosa o poesia. Dai piccoli frammenti di racconti che poi non vengono narrati ma nascosti sotto il velo delle parole poetiche, la Traìna ci insegna come proprio il racconto in prima persona sia il più vischioso e difficile, perché terreno cedevole agli inutili lirismi personali mentre lei, con grazia, usa l’introspezione, la pausa di riflessione, il piccolo fatto venuto a galla nella sua memoria per creare racconto a sé perciò, ripeto, non ha importanza quanto siano ricordi personali o pura fiction ma importa il valore di questi piccoli frammenti che narrano di piccole avventure, delicati passaggi di un io narrante che si concede solo come gioco dell’anima.

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