Gaetano Neri, L'uomo che aveva sempre altro da fare

01/05/2010
Francobolli da collezione, di Giuseppe Traina
 
Poche volte un sottotitolo (Romanzino nevrastenico) è così rivelatore dell’essenza di un libro come nel caso di L’uomo che ha sempre altro da fare. Il diminutivo risolve, con ironia, il dubbio se definire questo libro eccellente un “romanzo breve” o un “racconto lungo”; l’aggettivo si addice non solo alla storia di un nevrastenico alle prese con personaggi non meno strani di lui, ma soprattutto alla scrittura “nevrastenica” che lo caratterizza: sobbalzante sincopata, veloce come il pensiero ma anche attorcigliata come un pensiero, appunto, poco equilibrato.
Eppure, al di là dell’evidente understatement, il libro è un “romanzino” perché in tal modo Gaetano Neri (ottantenne artista e giornalista milanese) approda per la prima volta al romanzo senza discostarsi troppo da quella misura breve di racconto nella quale aveva dimostrato di primeggiare, pubblicando con Marcos y Marcos diverse raccolte fra l’89 e il 2000, l’anno in cui esce l’antologia Centro Buonumore.
I racconti di Neri, tutti innervati da un umorismo sopraffino ma micidiale, dimostrano peraltro non pochi punti di contatto tematici con L’uomo che ha sempre altro da fare: la normalissima, eppure quasi carceraria, dimensione matrimoniale; le sofferenze inespresse dei personaggi, condensati in tic e manie di vario tipo; la gratuità di talune scelte che sconfina, rapidamente, nell’assurdo; la solitudine della vecchiaia e i mille modi di reagire a essa.
È come se L’uomo che ha sempre altro da fare – un po’ rapsodicamente se abbiamo un’idea compatta di romanzo, ma molto piacevolmente se ne abbiamo una più “aperta” – riassumesse tali temi e li sviluppasse fino al parossismo. Narrando la storia di tale Gino, quarantenne nevrotico, ipercinetico eppure accidioso, pignolo e scoliotico, ma dall’occhio così “magnetico” da attirare tre donne nel volgere di sole 95 pagine: pur avendo “sempre altro a fare”, egli non fa nulla nella vita se non vendere, uno al mese, i francobolli della favolosa collezione ereditata dal padre. Questa situazione felice si inceppa quando la moglie, improvvisamente, lo lascia: l’equilibrio su cui si reggeva la vita di Gino non è più recuperabile, nonostante seguono altre circostanze favorevoli delle quali egli non è mai il regista, ma solo il fortunato spettatore. L’unica realtà sulla quale potrebbe, se volesse, intervenire positivamente è quella di un’anziana homeless che l’attira per la dolce dignità con cui trascina la sua grama esistenza: ma Gino sceglie di non far nulla e, in un finale assai suggestivo ma non troppo esplicito, opta forse per il suicidio dopo aver dato pubblico spettacolo di una follia sino allora abbastanza ben celata.
In un libro del genere, naturalmente, a contare non è tanto la coerenza dell’intreccio quanto la sequela delle “stazioni” dello psicodramma, che coincidono con i capitoli e riservano al lettore fantasiose invenzioni: un salmone che vola dalla finestra, una mano di piombo, un’amante “titillomane” che disossa galline faraone, una passione per le aragoste, donne che non tollerano i contatti. Insomma, un campionario di minori follie che potrebbe abitare nello spazio dentellato di un francobollo è il collezionismo, forse, la chiave dello sguardo di Neri, che infilza i suoi personaggi su uno spillo di acuminata intelligenza e li espone quanto basta al nostro sorriso, prima di riporli, pietosamente, in un classificatore entomologico.

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