Giancarlo Tramutoli, Uno che conta

17/06/2007
Uno che osserva, di Bartolomeo Di Monaco

Di questo autore lucano (vive a Potenza), laureato in lettere moderne a Napoli, cassiere di banca (ossia, uno che conta, ma anche uno che osserva) e con la passione della pittura, ho già parlato nel libro Generazioni a confronto nella letteratura italiana (Marco Valerio editore, Torino, 2006), e qui, a proposito del suo precedente romanzo: La vasca da bagno (Fernandel, 2001). Si può affrontare il mondo da dietro il vetro di uno sportello bancario? Lo si può vivere, lo si può capire? Con una scrittura dinoccolata, moderna, condita con il sale dell’humor e dell’ironia, Tramutoli ci risponde di sì. Perché ciò che conta è l’interesse che noi nutriamo per il mondo. Anche se può non risolvere i nostri problemi esistenziali. Ma se il mondo ci interessa, allora poco importa se non ci piace così com’è e lo mettiamo alla berlina, deformato da un personalissimo e raffinato senso dell’umorismo. Un umorismo che, a mano a mano che nel romanzo l’indagine va avanti, si colora sempre più di nero, giacché la vita non è mai quella degli altri, ma unicamente la nostra, quella, ossia, che sta rintanata dentro di noi: qualche volta perfida, cinica, pronta all’agguato e alla nostra distruzione. Ho parlato di scrittura dinoccolata, un po’ alla Paolo Nori, ed eccone l’esempio forse più significativo: si parla di un libro che sta per essere pubblicato: “A meno che… a meno che non glielo compri tu, e glielo fai trovare aperto alla pagina giusta con evidenziate le frasi sospette che lui si avvicina al leggio dove ci arriva su un tappeto rosso che tu gli avrai srotolato con cura in modo che dopo lui può finalmente venire a giustiziarmi che io, lo sai, te l’ho sempre detto e scritto e telefonato, io, non opporrei resistenza alcuna, che anzi mi fa un favore se m’ammazza, in questo momento, un vero piacere mi fa, se ci riesce, che io, in effetti, morto lo sono già.”Il protagonista (che altri non è che l’autore) ama scrivere; è, questa, un’altra delle sue passioni; trasferisce nella scrittura, oltre che nella pittura e nell’ascolto della musica, le vibrazioni e gli impulsi che riceve dal mondo che si affaccia nel suo lavoro. Un suo romanzo, proprio il giorno nero, in cui aveva vinto su di lui la disperazione e stava per impiccarsi nella sua casa, è accettato da Mondadori, il numero uno dell’editoria. Gli arriva una telefonata e lui, ancora col cappio al collo e la seggiola sotto i piedi, ascolta nella segreteria la voce della donna al telefono che gli da la notizia. Il mondo che si affaccia durante il suo lavoro, dunque, si sta muovendo, si fa sentire e prende forma. Tramutoli ci ha abituato alla sua ironia. Leggere un suo libro è riflettere attraverso il piacere del gioco e del divertimento: “lo slogan mio è: osa e getta!”. Alla Maraini, che lo chiama alla Rai per intervistarlo, confida che la sua aspirazione è quella di “fare il postino, per essere un vero uomo di lettere.” Sembra che l’autore voglia dirci che se si riesce a vedere l’aspetto caricaturale e grottesco delle cose, se ne trasuda, ed esso riempie di sé tutto ciò che facciamo. Tramutoli è già noto per i suoi umoristici e frizzanti aforismi, apparsi sul Corriere della Sera. Ma anche frasi come questa sono significative di un certo modo di fondere tra loro i propri strumenti di analisi e il mondo: “Mi faccio una doccia pensando alla faccia che faccio quando allo specchio mi spaccio per uno che c’ha la spocchia.” Aforismi e frasi simili appaiono come le luci che illuminano un percorso in fondo al quale temiamo di incontrare sofferenza e delusione: “Fare il morto, galleggiare infingardamente invece di partecipare alla gara sbuffando e mulinando e schiumando.” E anche: “risucchiato dalle particelle tossiche dell’ufficio sono diventato freddo, arido, pietrificato.” Ma soprattutto: “Un giorno uscirò direttamente dalla vetrata vicina al mio box, lasciando la mia sagoma, come un

monumento alla libertà.” È un Tramutoli diverso, infatti, quello che ci consegna il nuovo romanzo.
Se la solitudine (si ritira spesso nella mansarda) lo ha allenato agli incidenti della vita, non ve lo ha assuefatto: è il caso dell’abbandono di Carla, una bella ragazza conosciuta allo sportello, che si è stufata della sua sessualità priva di ogni sentimento, e specialmente di Valeria, conosciuta nel corso di una presentazione del suo libro.
“Scrivere. Dipingere. Leggere.” sono i punti di riferimento della sua vita. Se li porta dentro la banca, e se li porta fuori imbevuti del mondo che si è affacciato lì, davanti allo sportello: “Quando le versano, le banconote dei clienti hanno spesso l’odore della loro attività. Quelle del macellaio non fanno proprio un buon odore. Quelle del pasticciere, profumano di dolci alla crema.” Allorché scrive o quando dipinge, la mente e gli occhi sono nutriti da questo mondo: “E non frequento praticamente nessuno. A parte Gaetano, che con lui non ci sono transazioni utilitaristiche, che ci si vede senza terzi fini, che abbiamo lo stesso vizio di scrivere e di leggere e di parlare della bellezza tenendoci per noi tristezze e angosce varie, facendo finta che tutto va benone e che non accadrà anche a noi, prima o poi, di morire.” Il Gaetano che ricorre spesso nel racconto è lo scrittore Gaetano Cappelli (di cui mi occuperò qui nella prossima lettura), uno dei più bravi di questi anni, anche lui di Potenza, amico sin dall’infanzia dell’autore.Il libro, dunque, è stato pubblicato dalla Mondadori, vende, l’editore è contento e lo sollecita a scriverne un altro. Le presentazioni lo portano in molte città: “Faccio fatica a prenderli ‘sti pullman, a staccarmi dal mio borgo selvaggio, dalle mie pigre abitudini, dal calduccio confortevole della mia tana. Ma poi quando arrivo, son contento.” Ossia, il libro, ora che si è materializzato, lo ha preso per il bavero, gli ha fatto saltare il bancone dietro il quale si era rintanato ad osservare la vita, e lo trascina fuori. Incontra persone nuove, anche scrittori come Paolo Nori, Sebastiano Vassalli. I suoi aforismi pubblicati e pagati profumatamente dal Corriere della Sera, hanno aggiunto fama alla fama già conseguita con il libro, che sta scalando le classifiche: “in qualche mese m’è successo tutto quello che ho sempre sognato e sono pieno di donne”. Si è perfino innamorato di una di loro, Valeria.Allo sportello sembra che non sia cambiato nulla: “la trentenne carina mi chiede il saldo del suo conto. Ma in realtà dice soltanto: ‘Mi fa il conto?’ E io le rispondo: ‘Allora, di primo cosa ha preso?’ Ha riso per un minuto d’orologio. Di che altro sennò?”In realtà, il libro ha prodotto un mutamento. È riuscito a far emergere il suo male oscuro: “Io e il mio vuoto d’amore.”Il romanzo, sotto la scorza sarcastica che lo ricopre, nasconde, dunque, la sofferenza che produce la solitudine, quando manca di amore.Fuori nel mondo o dietro i vetri di uno sportello bancario, non riusciamo mai ad essere veri, riusciamo soltanto a deformare, giacché della realtà, quella che ci riguarda direttamente, quella con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni, abbiamo paura: “Io sparo sentenze a destra e a manca. Io reagisco, mica cazzi. M’indigno. E dopo che mi son sfogato mi ritiro nel mio cantuccio a sanguinare piano. A leccarmi le ferite e le palle da me. Nel mio limbo. Nel mio rassicurante nulla.” Con le varie donne della sua vita non è mai riuscito a comunicare oltre un certo limite. Ogni volta, anche con Valeria, all’improvviso l’amore s’inceppa. I passaggi continui tra il suo lavoro in banca e la propria vita all’esterno sono, in realtà, l’espressione di una fatica a vivere e a riconoscersi: “Perché non si può vivere con più leggerezza. Perché tutto deve essere possesso assoluto, gelosia, invidia, pensieri asfissianti… camminare in centro, in Via Pretoria, da solo non ci puoi camminare per mezz’ora che qualcuno che ti giudica disperato lo trovi sempre.” Un forte desiderio di far cadere la maschera, di cercare il se stesso che non riesce a manifestarsi e a comunicare, dà il via a una crescente disperazione che ad un certo punto s’impone su tutto il resto, quasi annullandolo: “Non si riesce a vivere né a morire. Al più si galleggia. Si fa il morto e la corrente ti porta dove vuole. Mentre te ne stai abbandonato a occhi chiusi. Senza più voglia di niente.”Allorché anche Gaetano va a lavorare a Roma, nella sede della Rai (“curerà una rubrica di musica e letteratura”) il protagonista confessa: “Adesso mi sento davvero solo. Mi telefona spesso. Non gli faccio capire quanto mi pesa la sua lontananza. Poi penso che anche questo va in una direzione precisa. Addirittura utile. Una direzione di disperazione assoluta.”Non ridiamo più, ora. Il tempo della maschera, del divertimento e dell’ironia, è finito. Davanti a noi sta un uomo costretto dalla vita ad una nudità tragica, ad una resa definitiva, privato di illusioni e di speranza.

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