Giorgio Morale, Acasadidio

26/02/2009
Il coraggio e la limpidezza, di Francesco Sasso

Vale la pena, innanzi tutto, di fermarsi su Giorgio Morale, scrittore siciliano, ma che da anni lavora e vive a Milano, schivo, profondamente classico per sensibilità e per intelletto, che sa tenere in prodigioso equilibrio gusto e partecipazione civile, senso del concreto e rigore poetico. Ha esordito tardi nella narrativa, nel 2005 con Paulu Piulu (Manni), romanzo in cui, tra i ricordi idealizzati di giorni felici, egli evoca un irraggiungibile mondo di pura bellezza, invoca l’unica speranza: l’infanzia dell’uomo. Di tutt’altra specie è il nuovo romanzo Acasadidio (Manni), da pochi giorni in libreria.
Acasadidio è una sorta di romanzo intimo e di denuncia. Ambientato nella Milano di questi anni, racconta due storie intrecciate fra loro: la vita occultata di un importante Centro di volontariato che fa soldi con il dolore degli immigrati, trovando loro lavori impossibili, e dirottando in altri lidi i finanziamenti pubblici; e la vita privata di una donna trentaquattrenne che scopre d’essere incinta e decide di portare avanti la gravidanza nonostante l’amante l’abbia abbandonata.
Iniziamo con una domanda: perché Acasadidio?
“Una volta squilla il telefono e Teresa risponde. Una persona chiede l’indirizzo del Centro. Teresa dà le indicazioni e la voce attraverso il filo commenta:
«Che lontano!»
«Sì, siamo a casa di Dio» è la conferma.
Quando mette giù Teresa vede Martina sorridere.
«Involontariamente hai detto una grande verità. Siamo proprio a casa di Dio.»
Infatti dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta incorniciate. Perché chi arrivi capti all’istante che aria tira, pensa Teresa. Aria cattolica: un po’ di gioia, un po’ di penitenza.” (pag.17)
La materia su cui si esercitano felicemente gli estri caricaturali e satirici del linguaggio di Morale è quella sociale: una Milano squallida e viziosa che smentisce la retorica della  «Milano da bere». Al vertice della storia, un losco personaggio: il Presidente, anima avida di denaro e potere, cattolico per opportunità, impantanato con la politica regionale lombarda.
“Per il lavoro usano la stessa logica. Indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega - per essere più forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di più sono pagati dallo Stato perché trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento morale perché fanno del bene e li premiano con l’Ambrogino d’oro.
Anche la Regione. Pubblicizza bandi e appalti tardi perché un comune mortale possa fruirne, e prima della scadenza convoca le associazioni amiche per decidere le parti.
«Ci chiameranno quando è ora» il Presidente dice a Teresa. «Non stare a chiedere a destra e a manca»” (pag. 42-43)
Il Presidente non ha nome proprio, “Dirige quattro associazioni no profit, cooperative, una finanziaria [...] «Solo io posso fare questo» dice.” (pag. 47). Inoltre, “Per lui la legalità non esiste, è un trucco dello stato per imbrigliare l’individuo - salvo che lui invoca l’individualità solo per sé. Ha elaborato una teoria, ha creato - come si dice? - un apologo.” (pag. 69)
Intorno a questa figura ruotano, come innocui satelliti, i suoi dipendenti. Fra di loro emergono le figure di Martina, la vicepresidente, “seria, dura, esecutiva”, cattolica bigotta, che “ha la fama di essere l’anima del Centro” ed è l’unica che può tener testa al Presidente; poi c’è la segretaria Teresa, a mio vedere ‘il grillo parlante’ del romanzo, colei che non si piega facilmente alla logica del Centro, ossia alla logica profittatrice del Presidente. Tuttavia, i personaggi messi in scena da Morale sono tanti, difficile qui restituire ogni fisionomia e ogni storia. Desidero comunque far notare che sono i personaggi, con la loro vita e i loro dilemmi, a condannare il “sistema”, non lo scrittore. Il “sentire” dei personaggi di Acasadidio è fatto di sensazioni epidermiche, è un tutt’uno col loro essere ed esprimersi, un modo di rappresentare: è vissuto.
In un’orbita allargata, invece, Morale descrive il mondo degli immigrati, risultato molteplice di storie di dolore, di sopraffazione, di umiliazione e violenza. Storie di donne condotte in Italia con l’inganno e costrette con la violenza a prostituirsi. Storie di immigrati assassinati e senza nome. Storie di ‘ordinaria’ delinquenza. Anche qui, si potrebbe fare degli esempi concreti che rimando solo per economia della pagina. Lascio che il lettore scopra da sé la profondità e la ricchezza descrittiva dell’opera che restituisce intera l’esperienza degli uomini che emigrano.
A far da contrappeso narrativo alle vicende del Centro - e quindi della storia, tourt court, d’Italia-   c’è la storia di una donna e dei suoi rapporti affettivi: la famiglia, l’amore, l’amicizia. L’autore procede per flashes, giustapponendo quadretti personali della protagonista a quelli del Centro, facce della stessa medaglia, si scoprirà dopo. Ma mi fermo, necessariamente, non desidero rovinare il piacere della lettura e della scoperta.
Di questo romanzo mi colpisce, inoltre, il lucido vigore con cui Morale rappresenta la crisi della società milanese, precipitata nell’inerzia e nella violenza. Ecco, nell’opera, i personaggi emblematici di quel mondo al tracollo: politici pseudo-cattolici e cinici, italiani indifferenti e sfibrati, immigrati criminali od oppressi, impiegati fannulloni.
Ad ogni modo, la descrizione psicologica dei personaggi è descrizione di sfumature diverse di una stessa Weltanschauung, di una concezione del mondo affaristica, di falsa coscienza o di falsa visione organica della realtà.
Il coraggio con cui lo scrittore siciliano ha denunciato, attraverso questo spaccato sociale - il Centro di volontari ‘del profitto’- le deficienze morali della classe politica milanese (e nazionale) di questi ultimi anni, è il primo titolo di merito del libro.
Gli altri titoli sono di natura specificamente artistica: sono la limpidezza e l’asciuttezza del linguaggio, l’ironia, il perfetto equilibrio fra personaggi e ambientazione, l’aver trattato una materia così difficile con la lama leggera del fioretto. Ma lascio ad altra sede l’analisi strettamente letteraria.
E’ chiaro che ogni tentativo di interpretazione critica di Acasadidio è riduttivo, poiché l’opera d’arte è un movimento verso l’ignoto, che è insieme quello della creazione e quello per cui esso si manifesta a ogni lettore. Quindi, il mio è un invito: leggete Acasadidio, soprattutto ora che viviamo un momento storico assai difficile.

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