Giorgio Morale, Acasadidio

20/03/2009
Chi a casa di dio ci vive davvero, di Franco Romanò

Non sempre i titoli sono azzeccati, lo si sa; a volte, invece, quando lo sono, ci si accorge della loro importanza alla fine della lettura del testo. Mi è accaduto con questo romanzo. È difficile, infatti, condensare significati molteplici che si ritrovano puntualmente nel romanzo, e che vengono assai argutamente e ironicamente richiamati dalla scelta di fare dell’espressione idiomatica una singola parola. Cominciamo dalla protagonista albanese che vive lontana dal proprio luogo d’origine e quindi ‘a casa di dio’ secondo la frase idiomatica. Teresa, altra protagonista e italiana, a casa di dio ci vive davvero, seppure per traslato metaforico; dal momento che lavora presso un’organizzazione cattolica assai riconoscibile dove la mescolanza fra ‘fede’ e affari (senza virgolette), costituisce - credo - un caso unico nella stessa prassi delle chiese cristiane: un’altra delle molte anomalie italiane!

Nella casa di dio approdano per ragioni diverse e opposte, i personaggi di questo romanzo che corre su due binari paralleli. Sul primo si svolge la vicenda che costituisce il primo piano dell’azione, mentre sullo sfondo una delle protagoniste femminili, Teresa, ricostruisce con la memoria e racconta come in una sorta di confessione a se stessa, le tappe della propria vita. L’incontro con la casa di dio, per lei, è avvenuto molto presto. Per questioni di decoro la ragazza venne infatti mandata a studiare in un pensionato religioso dove s’imbatte prestissimo nell’ipocrisia della doppia morale. Aggirandosi casualmente fra i locali del collegio, scopre la tresca fra il padre spirituale e la preside. Denuncia la cosa a una suora che le intima di tacere. Dal comportamento della religiosa Teresa comprende che tutti sanno, ma nessuno parla: l’importante non è il comportamento, ma è la facciata pubblica del perbenismo che deve essere salvaguardata a ogni costo. Niente di nuovo sotto il sole se si guarda anche a recenti scandali. Fra piccole grandi angherie Teresa passa attraverso tutte le tappe che portavano un adolescente della sua generazione all’età adulta: il distacco dai genitori, il lavoro, l’amore, la famiglia. Solo che Teresa appartiene a quella generazione di mezzo che ha conosciuto tutto ciò come parte terminale di una crescita che si stava rovesciando nel suo contrario. È così che approda al terziario sociale, lavorando in una cooperativa che si occupa d’immigrazione e collocamento al lavoro e dove conosce altri personaggi femminili: Ombretta, Martina, Vanna e altre.
Chi gestisce materialmente l’impresa sono proprio loro: dai permessi di soggiorno alla collocazione degli stranieri che arrivano s’occupano d’ogni cosa; ma sul loro lavoro sovrasta la figura del Presidente, che Morale descrive in modo vagamente kafkiano. Uso questo aggettivo perché tale personaggio non appartiene alla schiera di quelle figure sinistre, inquietanti e quasi ieratiche che popolano i romanzi del grande praghese. Il Presidente è quanto mai vistoso, presente, sia per il numero di cariche che accumula e che ricorda esempi che vanno oltre la sfera dell’ambientazione in cui l’autore colloca la vicenda, ma anche perché incombe, interviene, maneggia alla luce del sole, si fa sentire al telefonino, parlando a voce alta mentre cerca finanziamenti, confidando spregiudicatamente nell’assenza di reazione. Al tempo stesso ha bisogno del vanto per imporsi, non è la figura nascosta e terribile di un potere impersonale. Nell’alternarsi delle due storie parallele, quella intima di Teresa e l’altra che scorre nella quotidianità di una Milano in bilico fra solidarietà e degrado sociale, s’intrecciano le storie d’italiani e immigrati. Nel raccontare la propria storia personale, Teresa compie dei salti temporali: dalla memoria passa al presente, come quando, sul tram incontra un tossico che insulta i neri (pag. 26) e dal ricordo passa alla riflessione fra sé e sé su quanto accade in città. 
Uno dei meriti di questo romanzo è quello di fare i conti con l’icona del volontariato, paravento dietro il quale non ci sono solo esempi luminosi di tessitura del legame sociale, ma anche altro. In questo senso Acasadidio è un romanzo in presa diretta sulla realtà di oggi e Milano ne è uno sfondo particolarmente coerente, anche se la città è presente in sordina, un po’ lontana e intuita. Anche il grande potere sta dietro le quinte, Morale lo vede attraverso gli effetti che produce su chi sta in basso nella scala sociale. Il presidente stesso, a volte, sembra una pedina di un gioco più grande di cui lui è l’ultimo anello: un gioco di scatole cinesi. Sulla scena rimangono le protagoniste femminili di questo romanzo, che alla fine ne costituiscono il nerbo. Le due madri dai destini diversi, l’alternanza vita morte nella loro vicenda, il figlio che nasce quasi per caso, eppure comunica il senso della vita che continua, che nonostante tutto va avanti. Non vi sono eroi in questo romanzo e tutto sommato neppure eroine, anche se non mancano i gesti di grande dignità, come quella di Sonia e del marito che rifiutano una subdola e indecente proposta del Presidente: l’ennesima! Anche il male, il malaffare, però, non riescono ad avere il connotato del grande maleficio: predomina un’infezione inesorabile in questo romanzo, specchio dei tempi che viviamo, un lento sprofondare. In questo senso Morale fotografa molto bene ciò che ci circonda, senza giudizio apparente, a volte con distaccata ironia: eppure alla fine della lettura rimane dentro un sottile filo d’indignazione, persino di rabbia e anche un po’ di vergogna per tutto quello che continuiamo a subire.            
 

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