Giorgio Morale, Paulu Piulu

30/11/2005

30/11/2005 - Eco del Sud
Tra memoria e tradizione, di Domenica Puleio 

 

Un racconto che si snoda tra le memorie e la tradizione in una Sicilia tutta da vivere ed assaporare, con i suoi colori, con le sue stradine, con la gente pura e genuina dal profumo antico in una Avola che sa ancora di buono. Paulu Piulu, il romanzo di Giorgio Morale, pubblicato dalla casa editrice Manni (15 euro) che, nella semplicità di un racconto quasi fiabesco è riuscito a coinvolgere il lettore, a volte commuovendolo e, a volte, sollecitandolo ed incuriosendolo. La madre, il padre, la nonna, il nonno, la casa, l’orto, le feste, il collegio, i compagni, la Germania... figure distinte, nette e nitide nella mente dello scrittore che avverte il profondo bisogno della famiglia, il sentire la vicinanza delle cose belle, care, infinitamente semplici nel “Paulu” bambino. Anche la povertà, vissuta con nostalgia attraverso le pagine di ritmo sinuoso, mai incalzante o prepotente, viene vista attraverso gli occhi di chi sa ancora “ascoltare” e viaggiare con la fantasia tra le pozzanghere e l’orto, tra l’azzurro del mare confinante con l’orizzonte lontano, con le sue creature mostruose e terribili, relegate in quel buio che spaventa, ma non distrugge, che distorce, ma non oscura, e la stalla misteriosa, regno assoluto del cavallo e la madre stessa, “ladra di bambini”, figura amata ed odiata, bella e temibile... Una Sicilia, con la sua Avola di altri tempi, cristallizzata nella mente del Morale, vissuta nella lontananza del presente, rievocata nelle sue finiture più belle ed entusiasmanti, in cui il tempo trascorre doloroso e prepotente come una scure, in cui la meccanicità di ogni gesto si plasma in purezza infantile. Paulu Piulu non esiste nell’oggi tecnologico ed avanzato, ma resta preponderante tra le rime baciate della filastrocca in dialetto, tra le avventure di un
bambino che vede, attraverso gli occhi puri ed innocenti, la sua infanzia omaggiando la sua terra a cui si sente ancorato da legami sottili e profondi allo stesso tempo, in cui ogni personaggio, ogni cosa, assume l’aspetto maestoso della grandezza, divendo protagonista assoluto ed indiscusso di una Sicilia bella, che nell’odiernità si riveste di favola antica.
Da leggere.

30/01/2006 - www.vibrisse.net
Sud di giorni lontani, di Bartolomeo Di Monaco

Questo romanzo esce nell’aprile 2005 e l’autore è al suo esordio. Non è più giovanissimo, essendo nato nel 1954 ad Avola in provincia di Siracusa. Trasferitosi poi, diciottenne, a Milano, vi insegna lettere negli Istituti di Istruzione Secondaria. Un esordio che avviene, dunque, in piena maturità e con alle spalle una già significativa esperienza di vita.
Quando il protagonista Paolo, che in siciliano si dice Paulu, ricorda la sua infanzia, infatti, non è neanche lui più giovanissimo: ha quarant’anni. Ci racconta che è nato in un cortile; il suo contatto è stato, dunque, all’aria aperta in una Sicilia che ha nell’estate il suo massimo fulgore. Il padre Giuseppe è bracciante agricolo e qualche volta resta senza lavoro. Il bimbo sta spesso seduto sulla soglia di casa e quando arriva il momento della colazione “la madre imboccava Paolo sul marciapiede davanti casa.”
Piuttosto poveri, decidono di trasferirsi nell’abitazione situata all’interno di una fabbrica dove il padre va a svolgere mansioni di custode. Una bella tavola grande, che non entra nella nuova casa, viene lasciata in consegna a certi parenti e la madre spesso va a trovarli e “Chiedeva di vedere il tavolo, ci si sedeva davanti e spiegava che quando avrebbero avuto una casa loro l’avrebbero ripreso. Poi tirava fuori dalla borsa un panno e puliva accuratamente il mobile, controllando controluce che non recasse macchie o impronte.” Pur risparmiando l’affitto, tuttavia, c’era sempre da fare i conti con i soldi che non bastavano mai. Emigrare in Venezuela, come fa un cugino del padre, avrebbe potuto risolvere i loro problemi, ma la madre di Paolo si oppone, ha paura di restare sola con il bambino, ancora troppo piccolo. La difficile situazione crea continue liti in famiglia, a cui Paolo assiste confuso e intristito.
Già in queste prime pagine è disegnato, con una scrittura pulita e semplice, un tratto di vita siciliana che è ancora dei nostri giorni e accomuna tra loro non solo le famiglie povere della Sicilia. Sono i problemi che la povertà reca sempre con sé, ma Paolo, ancora bambino, avrebbe voluto dire ai genitori che “La povertà non gli sembrava il peggiore dei mali.” L’autore struttura il romanzo in capitoli brevissimi, asciutti, nei quali è disegnata la crescita del protagonista sulle tracce e sulla linea dei suoi ricordi. Un esempio tra i tanti, quello che riguarda il suo compleanno. Compie due anni: “È una mattina d’inverno, l’aria è frizzante e limpida. C’è il sole, ma non è ancora spuntato da dietro la casa. L’edificio proietta davanti a Paolo la propria ombra, ma in lontananza il creato ha colori vivissimi. La madre lo ha vestito e gli ha pettinato i capelli in boccoli di cui egli va orgoglioso. L’ha quindi messo a sedere sullo scalino.” Davanti alla casa c’è un pozzo e Paolo viene aiutato da un operaio a sporgervisi, e l’operaio gli fa anche “il verso di tirare su acqua dal pozzo”, cantandogli una filastrocca nella quale lo chiama Paulu Piulu. Ci dice l’autore che Piulu “era un sostantivo onomatopeico, che si potrebbe tradurre con ‘lamento’. Indicava il verso di un uccello notturno e, per trasposizione, lo stesso uccello, che si diceva avesse il potere di dare la chiamata della morte”.
Il pozzo, dunque, lo stanzone del fuoco a casa dei nonni (“Il forno e la cucina a legna in anni di attività avevano reso la parete nera come il cielo in una notte senza luna”) e poi la stalla, diventano i luoghi magici che segnano per sempre un’età e un modo di vivere: “A Paolo piaceva la pace senza tempo della stalla, la penombra in cui le mucche agitavano la coda, le galline razzolavano, le mosche facevano le padrone, insieme all’odore grasso e pungente delle feci.”
Poi vengono i pescatori e il mare (“I tetti erano altissimi, reti brune pendevano alle pareti come arazzi, tutto odorava di tonnina. Niente distoglieva i pescatori dal lavoro. Erano scalzi, con risvolti ai pantaloni, petto nudo – o camicia aperta, stretta da un nodo a farfalla.”), il cielo (“Anche il tramonto era un’ora interessante per cercare segni nel cielo.”), la pioggia, e sono le sue prime scoperte, i suoi contatti di bambino che sta raccogliendo suoni, immagini, colori, di un universo nel quale dovrà condurre la propria esistenza: “Certi momenti la pioggia rendeva assorti, come un lungo racconto del cielo alla terra che cercavano di decifrare. Quando, a letto, Paolo la sentiva interminabile, gli sembrava che tutto il cielo volesse scendere giù e che l’indomani avrebbe visto cosa c’era dietro, oltre l’azzurro.” Più che la scoperta dei rapporti umani: con i genitori, con i nonni, con lo zio Saro, è soprattutto la conoscenza dell’ambiente che lo colpisce e lo affascina. La notte ascolta i rintocchi del campanile, “l’abbaiare dei cani e i richiami degli uccelli notturni, che, dicevano, venivano a raccogliere l’ultimo respiro dei morenti.” Sarà così anche per il Paolo adulto che, nell’epilogo della storia, ci ricorda che quando da Milano scendeva a trovare i vecchi genitori: “A volte era più penoso lasciare i luoghi. I luoghi gli sembravano l’anima buona delle cose. In essi si erano sedimentati gli affetti e le storie, svincolati dall’altalena delle vicende umane.”
L’ambiente non manca di lanciare al bambino, dunque, anche segnali di suggestione e di mistero, così importanti, al pari dell’osservazione, nella formazione e nella crescita. Gli stessi genitori contribuiscono ad una tale spinta attraverso le loro storie che raccontano al bambino. Il nonno, carrettiere, è quello tra tutti che ne alimenta la fantasia, narrandogli avventure suggerite dal suo mestiere che lo porta in giro per la Sicilia. I racconti diventano, così, la veste con cui egli riesce ad adornare la sua piccola anima, la quale si muove e cresce nel solco delle stagioni che punteggiano, con la loro diversità, e scandiscono, il trascorrere dell’infanzia. I fiori e i frutti dell’orto, nei confronti dei quali l’autore crea similitudini molto belle (“C’era poi l’ortensia, imponente nel vaso come una duchessa in carrozza” o “le angurie, le cui fette erano l’allegria dell’estate portata sulla tavola, come una grande bocca aperta a un sorriso”), le cicale (“la vera estate cominciava quando scoppiava il canto delle cicale e vinceva ogni cosa.”), la preparazione di marmellate, sughi, conserve, vino cotto, olive in salamoia per affrontare l’inverno (“tutta Avola risuonava del paziente rimestare delle donne nei larghi piatti delle conserve sui marciapiedi e sui terrazzi, con gli abiti macchiati di pomodoro e in capo bianchi fazzoletti per proteggersi dal sole.), i temporali, i lampi e i tuoni dell’inverno, dànno la misura di una vita miracolosa, sorgente di stupore e di sentimenti prima sconosciuti. L’autore, dunque, ci narra una crescita attraverso i ritmi della natura, mettendo a confronto il succedersi di avvenimenti che si ripetono dall’origine del mondo, con una individualità che, dopo che li ha incontrati per la prima volta, non li ritrova più.
Quando il protagonista scopre che “tutti dobbiamo morire”, nasce in lui “una nuova coscienza di sé”. Scopre così che “finalmente aveva trovato nel pensiero uno spazio tutto suo.” e inizia un percorso nuovo e più profondo della sua formazione. Iniziano le domande su tutto ciò che gli accade dentro di sé e intorno: “Sentiva, nel corpo, strade che andavano e venivano. Ma nulla, proprio nulla di quanto viveva era perso per sempre, perché tutto veniva assimilato e custodito fedelmente.” La scrittura di Morale segue la crescita di Paolo, cui, sebbene ancora piccolo, la natura non offre più solo suggestioni, ma segna già delle tracce indelebili nella sua anima: “A volte restava sospeso sull’uscio di casa, come un ladro, per rubare un ultimo raggio di luna.” E ancora: “Se Paolo si ferma, la campagna si ferma con lui e trattiene il respiro in ascolto.” Paolo e la natura stanno mescolandosi nel complesso di sensazioni che entrano dentro di lui: “Corri, e con te corre la campagna.” E: “Quando Paolo risponde ai suoi e torna a casa, si porta tanto azzurro dentro e trasparenti ali da corsa.” Paolo sente che non resterà bambino, anzi desidera crescere, avverte nella crescita una pienezza che ora non possiede: “Paolo anela all’età adulta come a un sole sempre acceso. È uno struggimento fisico, un desiderio d’altezza, un’altezza da cui si attende una rivelazione essenziale.” Allorché il padre si decide ad emigrare in Germania per poter guadagnare di più e costruirsi una casa tutta sua, e Paolo resta solo con la madre, si avvia la prima sfida della vita. Nell’abbracciarlo, il padre gli dice: “Sei grande ormai.” e: “Quel giorno Paolo non prevedeva venticinque anni di emigrazione.” Le lettere del padre fanno conoscere al bimbo, ancora così piccolo, il dramma dell’emigrazione, comune a tante famiglie del Sud: “Venne l’inverno. Il padre scriveva che si era trasferito nelle baracche, molto fredde. C’erano così tanti spifferi, che sembrava di dormire all’aperto. Parlava della neve, nessuno di loro l’aveva mai vista. Diceva che durante la notte la neve sui marciapiedi diventava ghiaccio e la mattina si scivolava.” La madre commenta: “È come alla guerra. È come essere al fronte.” Ha anche un timore e lo confida al figlio: “Se si dimentica di noi?” Il fratello del padre è anche lui in Germania, infatti, divenuto un ubriacone e un donnaiolo, scordandosi della sua famiglia. Paolo ha quattro anni, anche se il padre gli ha detto, partendo, che è diventato grande. Ora che il padre è lontano, la madre lo porta ogni tanto in visita dai nonni, ma sono più numerose le giornate in cui rimane in casa solo con lei, che passa il suo tempo a pulire continuamente i mobili e ogni tanto “cantava, con rabbia. Non voleva che i vicini indovinassero la sua tristezza. Si sentiva spiata, accerchiata, reclusa.” A quell’età così minuta, ecco che si allontanano già le fresche e rasserenanti fantasie dell’infanzia. Il Sud che ha vissuto il dramma della povertà e dell’emigrazione, dunque, ha anche conosciuto, ahimè, un’infanzia breve. È anche questo che ci racconta l’autore con la sua storia immersa in una quotidianità in cui le fatiche, le ansie, le sofferenze dei grandi, si sprofondano e si assimilano troppo presto nel cuore e nel pensiero dei piccoli. Così che, quando Paolo comincia ad andare all’asilo, suor Vincenza non riesce a fare altro che restituirlo alla nonna (la mamma è in ospedale, malata): “Questo bambino non gioca, non mangia. Tenetelo a casa.”
Un anno dopo il padre viene a trovarli dalla Germania, da Colonia: “è una città, ma pare un mondo. Il padre non l’ha mai percorsa tutta. Contiene una collina, tanti prati che ospitano pic nic e scampagnate, un fiume dove transitano navi che trasportano merci e turisti.” Il racconto che fa al figlio, spalanca davanti a lui un mondo sconosciuto, in cui non sembrano abitare altro che cose belle e fantastiche, e “Le notizie fanno il giro dei parenti.”
Viene in mente lo scrittore Carmine Abate che nei suoi romanzi disegna un Sud di memoria e di sofferenza, ma anche di ideali e di sogni.
Ripartito il padre, si ricomincia con la solitudine e la tristezza. La mamma, tornata dall’ospedale dopo un’operazione chirurgica, non sta bene. È assalita continuamente da dolori e da vomito. Paolo è stordito: “In una pausa del dolore, domandava a Paolo: ‘Se muoio, cosa fai?’” È Paolo che fa le faccende di casa, ora; la madre è costretta a letto dalla malattia e perciò i suoi giochi si sono ridotti a poca cosa: ogni tanto si trastulla con qualche soldatino di plastica o con le bollicine di detersivo che gli scoppiano tra le mani. Si arriva al 1 ottobre 1960, il primo giorno di scuola. Paolo ha sei anni. Cominciano le sue prime letture. Nei libri tutto appare “bello e a posto” e, invece, ha attorno a sé “i gesti sbilenchi, le parole sbagliate, le risposte arcane, la penuria dei pasti, i vestiti sulle sedie ad asciugare, le scarpe strette, i cappotti sui letti, i bicchieri rotti, i calcoli fino all’ultima lira.” La lettura e la scrittura riescono, tuttavia, a ricondurlo nel mondo fatato e meraviglioso dei primi anni. Con esse viaggia, s’incammina ogni volta verso emozionanti avventure. Ma non fa in tempo a gustare i nuovi sogni che i genitori – la mamma si era ristabilita – decidono di andare in Germania, e di lasciare il figlio in collegio. Va incontro, così, ancora una volta, ad un’esperienza di solitudine, pur in mezzo ad altri ragazzi, i quali in qualche modo lo emarginano. Si sente senza genitori, un “figlio di nessuno”, dubita addirittura che quelli che lo hanno lasciato lì siano i suoi veri genitori. Si guarda allo specchio, si confronta con i loro visi. Ha circa dieci anni, Paolo, quando vive questo momento drammatico, quando, ossia, dubita di se stesso e della sua vita: “Era come essere in nessun luogo. Sottratto al mondo.” A scuola va male, e un giorno viene chiamato in Direzione e vi trova la mamma. È venuta a prenderlo per portarlo con sé in Germania. “Ve ne andate tutti”, dice la nonna Maria. Il ragazzo non vorrebbe andare: “I suoi amici sono i libri”, dice la madre. Allora il nonno ha un sussulto, si commuove, indica il soppalco alle sue spalle: “Sarà la tua reggia”, gli dice. La scrittura di Morale è sempre controllata, anche nei momenti più amari del protagonista, limitandosi a delineare i fatti e lasciando sorgere da essi le emozioni. Sono gli anni più teneri dell’infanzia quelli che vengono passati al setaccio ed essi ci offrono uno sguardo d’insieme su di una vita che non è frutto di fantasia, ma è scorsa nelle vene di tanti bambini del Sud. L’autore ha conosciuto questa vita e Paolo altri non può essere che il bambino che lui stesso è stato in quei luoghi e in quei giorni lontani.

31/01/2006 - La Repubblica - Palermo
C’era una volta un bambino, di Massimiliano Mineo 

Dobbiamo esser grati a Giorgio Morale per il suo Paulu Piulu, debutto letterario dello scrittore avolese, che l’editore Manni pubblica nella collana Pretesti. Grati per questo delicato amarcord di una Sicilia che probabilmente non esiste più, ma che pur nella durezza di una povertà gravosa ma dignitosissima, resta per il protagonista terra amata e odiata al tempo stesso. Di Paolo, evidente alter-ego del Morale, ci viene raccontata la primissima infanzia, sino ai giorni del collegio, in un rapido susseguirsi di brevi e intensi capitoli. Abbiamo così modo di gustare, attraverso l’alone del ricordo, la
scoperta del mondo da parte di un bimbo che sogna l’America come terra di benessere irraggiungibile, ma per il quale invece la fuga si identificherà con un ben più triste trasferimento dei genitori in Germania, dal quale all’ultimo momento lo salverà un insperato aiuto del nonno. Molto ben tratteggiate le figure dei parenti di Paolo, descritte nella loro profonda sicilianità, come assai riuscita sembra la descrizione dell’edipico rapporto con la madre.

01/02/2006 - Letture  
Un nome, una vicenda, una Sicilia viva, di Giancarlo Pandini

I turbamenti e i desideri, le tribolazioni e le gioie sono il compendio di una vita, nell’età in cui sembra di vivere sospesi nell’aria, ma spesso con alti e bassi di un’esistenza che scopre lacrime dolorose, mischiate a qualche sorriso rasserenante: si potrebbe indicare così la trama del bel romanzo di Giorgio Morale, Paulu Piulu (Manni, 2005, pagg. 176, euro 15,00). Se non che nelle pagine del romanzo il lettore scoprirà anche uno stile personale, rafforzato da una filosofia contenuta seppure capace di riscattare la caducità del quotidiano. 

27/02/2006 - www.emilianet.it
Libri di plastica e libri del cuore, di Vincenzo Piccione

Ci sono libri di plastica, intercambiabili, sovrapponibili, indistinguibili; ci sono libri capaci di costruire un mondo, che trasmettono emozioni, creano figure e linguaggio; ci sono poi alcuni libri "originali", nel senso che hanno un rapporto talmente forte con l'origine, che la vita circola per sempre nelle loro pagine, come se fosse ancora in fieri e si svolgesse attualmente sotto i nostri occhi. Libri magari non urlati dall'industria culturale, ma che, quando ti ci imbatti, ti accorgi che esprimono un sentire comune, in cui, per un tratto o per un altro, ti riconosci. Libri che accetti così come sono, con asprezze e bellezze, perché di fronte alla loro verità i discorsi su forma e contenuto, impegno e disimpegno, creazione e rappresentazione e simili diventano poco significativi. Uno di questi ultimi libri è Paulu Piulu di Giorgio Morale (Manni 2005, pag. 176, euro 15).
Leggendolo si ha l'impressione che in esso non ci siano invenzioni, ma solo verità e sincerità estreme: il Narratore si cala totalmente nei panni di un'infanzia non facile, inconsapevole e innocente, i cui fatti, duri e pesanti come pietre, si incidono talmente nella memoria, da poter dire che siano destinati a rimanervi, in modo indelebile, anche dopo mille anni.

1. Paulu Piulu è la storia di un'infanzia in Sicilia negli anni 50. Il protagonista, il piccolo Paolo (in siciliano Paulu), assorbe in sé tutte le insicurezze, le speranze, i tormenti della madre e del padre, che vivono i primi difficili anni della loro storia coniugale con l'ansia dei soldi per vivere e per concretizzare il miraggio di avere una casa propria. Il miraggio si avvera, ma le spese e le cambiali costringono i due all'emigrazione; un vero calvario che segnerà tutta la vita di Paolo.
L'azione della narrazione si svolge ad Avola, in Sicilia, dove è nato l'autore, tutta attorno al pensiero e allo sguardo attento e profondo di Paolo, che costituisce l'unità del racconto di circa 10 anni di vita.
Nelle pagine di Giorgio Morale il lettore avverte, stranamente e magicamente, nelle sue carni, le stesse sensazioni di Paolo: il caldo siciliano che toglie il respiro e il sonno; il freddo, la povertà e l'umidità della casa nella fabbrica, con lo stillicidio dal tetto di canne e gesso; le dolcezze e le durezze della madre; l'amore silenzioso e il carattere sommesso del padre; l'egoismo e la tirchieria dei parenti paterni; il dolore e la desolazione dopo la partenza del padre per la Germania; il disagio e il disadattamento di Paolo all'asilo e poi più tardi all'Istituto Umberto I di Siracusa; l'affabilità della Mamma Maria e la figura estrosa del nonno materno, il favoloso carrettiere; la religiosità tutta personale e domestica della madre; la situazione di disagio morale per gli ingenui furti ai grandi magazzini ("Gesù perdona i poveri, perché i poveri sono santi!"); poi, infine, assai vividi, gli odori, i colori, i sapori e le immagini della natura e dei quartieri di Avola.
Alla fine della prima parte di Paulu Piulu, l'opera di Giorgio Morale, nel racconto doloroso della partenza del padre di Paolo per la Germania, raggiunge il massimo del pathos. C'è un pianto dell'anima, c'è tutto il vivo bruciore di una ferita che non si risana e non si rimargina: c'è la sacra celebrazione di una memoria che non si cancella, ma che con ritmo liturgico si riattualizza e si ripete nel tempo, per tenere nel perenne humus le radici della propria identità e della verità della propria storia.
Il libro si conclude con il mesto ricordo del richiamo della "piula", del verso superstiziosamente malaugurante di questo volatile della notte e della morte, nell'area della fabbrica di Avola, ricollegato, stranamente, al canto della "piula" sui tetti di Milano, ove Paolo ormai si trova da anni.

2. Paulu Piulu si presenta come un libro scritto da un narratore esterno col cuore di un bambino, per dare una storia alle verità che costituiscono i cardini di un "inizio" e di un "farsi" dell'uomo nelle vicende del tempo. E' una rivisitazione delle verità della fanciullezza, rivissuta nelle tante immaginazioni e nei pensieri surreali che affollano, anche, in maniera abnorme, la mente del piccolo Paolo.
Alcuni di questi pensieri abbracciano situazioni esistenziali e tormenti interiori, per certi versi assai simili ai disincanti e alle visioni pessimistiche leopardiane. A essi si lega un senso evanescente di religiosità, un bisogno di capire il trascendente, il divino che ci sovrasta dai Cieli, l'attesa di capire cosa c'è in Paradiso, come e cosa pensa Dio di noi quaggiù sulla terra, di spiegarsi il perché della morte: qui, Paolo, le risposte non le trova tutte; c'è la voce religiosa della madre che a volte lo soccorre in questi pensieri "teologici".

La poesia dell'infanzia in Paulu Piulu c'è, perché a crearsela è lo stesso Paolo: il cane Diana, il prato nella fabbrica, i giochi solitari, le corse, il vento, la magia delle feste, gli indovinelli del padre, la raccolta delle lumache insieme al padre, le sporadiche visite al mare. Sono brevi e intensi momenti di poesia, di giocosa spensieratezza, di candore infantile e di fantasie preadolescenziali, di luci e di ombre. Al contempo Paolo vive sempre e drammaticamente i rigori eccessivamente protettivi della madre, le ermetiche chiusure col mondo esterno: nessuno deve entrare nei sacri drammi della famiglia. Lo stesso dramma della partenza del padre in Germania si consuma tutto tra le gelide mura domestiche; così la malattia della madre, le paure, i crucci, l'insorgenza di tante domande, le non-risposte, i silenzi cupi, le penombre di una casa che si chiude al mondo. Anche le assurdità della vita, i bisogni non capiti, i desideri naufragati si consumano tra Paolo e la madre, tra i bianchi muri della casa.

3. Sono da segnalare, tra i pregi dell'opera di Giorgio Morale, gli straordinari bozzetti pittorici costituiti da tante figure e situazioni: per citarne solo alcune, il trasloco notturno alla casa della fabbrica, il richiamo mattutino del bombolonaio, le usanze culinarie nei quartieri popolari avolesi, il rito della pettinatura della Madre Grande, i giochi con la bambina brava, le corse con l'altro Paolo, il compagno poliomelitico; la paura degli scarafaggi, i discorsi con Rosario, il ragazzo orfano; la "Nascita" nella notte di Natale, il lungo bacio tra i genitori prima della partenza.
Anche l'emigrazione italiana in Germania, rappresentata indirettamente attraverso i racconti di chi torna, rivive in quadri molto efficaci, che trasmettono la concretezza e l'urgenza dei problemi del lavoro e la suggestione dei favolosi paesi lontani.
Nella scrittura narrativa di Giorgio Morale, di grande unità stilistica ma nello stesso tempo capace di varietà, ora irta, ora dolce di ricche e diffuse descrizioni, ora ispida, ora rotta, ora sofferente, c'è la terra siciliana con le sue tradizioni, con le sue feste, col sole bruciante e le piogge insistenti, con il mare luccicante e con le campagne e i monti odorosi, con le sue contraddizioni e le sue glorie, con i suoi profumi e i suoi odori, con i sapori marcatamente isolani, con le mandorle, le carrube, le conserve di pomodoro e di mele cotogne, con gli orti assolati e rigogliosi di peperoni, melanzane, con i gelsomini profumatissimi e le arance rossastre come la luna. C'è la Sicilia degli anni '50, il suo profondo Sud, con Noto e i suoi palazzi barocchi, con Cassibile e il castello della Marchesa; e, poi, c'è Siracusa, col suo porto e il suo fascino di isola nell'isola. C'è tutto questo che fa da cornice poetica, luminosa e fascinosa, all'infanzia di Paolo, pur sempre bella e piena di vita.
C'è ancora nel romanzo di Giorgio Morale un catalogo caratteriologico dei siciliani. C'è il mondo suburbano di un grosso paese di braccianti, ci sono i ceti dei piccoli proprietari egoisti e individualisti, ci sono i poveri senza coscienza di classe che votano DC e le classi subalterne di Avola, con i loro pregi, i difetti e le contraddizioni. Risalta, dalle tante descrizioni che impreziosiscono la narrazione, l'abile tecnica dell'autore nello sbozzare le figure, i vizi, le virtù e le psicologie dei tanti personaggi che animano il mondo infantile del protagonista.
Le descrizioni, nella narrazione, non trascurano nulla: c'è il desiderio di salvare le sensazioni e le scoperte della prima infanzia e nello stesso tempo di documentare, con sguardo quasi antropologico, tutti gli aspetti della nuda e cruda realtà, fonte di umane verità, su cui Paolo ha costruito, poi, la sua vita. Inoltre, autentiche gemme di cultura orale siciliana costellano la narrazione; si tratta degli indovinelli del padre, i proverbi della madre, le filastrocche e gli accenni di canti della tradizione popolare.

5. Paulu Piulu è un'opera assai singolare, la quale, nel groviglio di una scrittura curata ed elegante nello stile, con strozzature sintattiche che danno quasi il ritmo di un pianto a singhiozzo, avvince il lettore per la narrazione vivida di una storia individuale che diventa l'epopea di una famiglia di emigranti, piccoli-grandi eroi, né vinti né vincitori, ma custodi gelosi delle loro verità e del senso profondo della loro dignità di uomini.
C'è nello scritto di Giorgio Morale la spregiudicatezza della verità e il non-senso del pudore nelle descrizioni, ora surreali, ora documentarie, ora di mera osservazione, della natura, delle cose, dei moti dell'anima umana e delle umane miserie, una genuinità di sentimenti al naturale, senza ammiccamenti, sinceri, rudi, tragici, troppo umani. C'è la dolcezza dell'amaro in bocca! E' una scrittura della memoria, dolorosa e dolce, di una vita difficile, ma completa, vissuta intensamente, osservata nelle minuzie.
Lo stile della scrittura è elevato, ma non è sempre lineare e facile; spesso il discorso si rompe o si mozza di colpo. Ma non si tratta di un vezzo di tipo modernistico, bensì di una precisa scelta stilistica, mirante a rendere, attraverso una scrittura che procede per immagini, i momenti alti del vissuto.

01/02/2006 - Il Quotidiano della Basilicata
Paulu Piulu alla ricerca dell’infanzia, di Giuseppe Lupo

Con Paulu Piulu (Manni, Lecce 2005) romanzo dallo stile talmente ilare e leggero da apparire il resoconto di un poeta, Giorgio Morale (siracusano trapiantato a Milano) celebra l’infanzia come stagione felice, a cui ritornare in segno di rispetto e con un atteggiamento di estasi.
Si può dire quasi che il libro sia una sorta di recherche in un mondo ormai inesistente, ma che continua a lanciare messaggi all’io narrante: un mondo a colori, da dove giungono gli echi ancestrali di indovinelli, filastrocche, proverbi (perfino il titolo è desunto da uno di essi: “Paulu piulu caccarazzu/s’infilau jntra n’ cannizzu,/si jinciu ri privulazzu/Paulu piulu caccarazzu”).
Per attraversare questa vichiana età dei miti l’autore sceglie l’archetipo del lamento (“piulu” in dialetto siracusano significa “pigolare”, “lamentarsi”) e come genere quello del romanzo di formazione: la storia di un bimbo che scopre il mondo attraverso i cinque organi di senso (c’è una stagione degli odori, alla fine della quale riapre la stagione dei suoni, che a sua volta cede il passo alla stagione del gusto e poi a quella del tatto) e facendosi accompagnare dai genitori e dai nonni, che assurgono al ruolo di divinità pagane o magno-greche.
Alla dimensione di conflitto generazionale che tragicamente inaugura il Novecento come il secolo dei figli schiaffeggiati dai padri (basti osservare il celebre passo della Coscienza di Zeno in cui si descrivono gli attimi immediatamente precedenti la morte del padre di Zeno Cosini), qui prevale una situazione di dialogo: l’io narrante diventa uomo non in contrasto con il padre, semmai proponendosi in continuità con lui, nonostante i processi di emigrazione costringano la sua famiglia a dividersi, consentendo al figlio di rimanere l’unico uomo di casa.
Non è casuale, infatti, che il libro si apra con un capitolo intitolato “Il padre” e che nelle ultime pagine il protagonista raggiunga il padre in Germania, annullando i lunghi anni di separazione.
Il Nord Europa, infatti, è la “terra promessa” dei padri, allo stesso modo in cui gli Stati Uniti erano stati considerati l’eldorado dei nonni (“l’America fu una cometa dalla coda luminosa” scrive a un certo punto l’io narrante).
E proprio intorno al tema dell’emigrazione, che non viene vissuta quale condanna della modernità ma come esperienza conoscitiva, il romanzo di Morale interseca un segmento di felice vitalità espressiva.
Da storia individuale si eleva a storia collettiva, assumendo – come era giusto che fosse – i tratti di un racconto sociologico e dichiara apertamente la sua identità di “struttura aperta”: il protagonista abbandona il Sud senza ritornarvi.
E’ un Ulisse, dunque, che ha smarrito Itaca.

31/03/2006 - Diario
Esordienti, di Pietro Cheli

L’emigrazione dalla Sicilia per chi resta. Un bambino negli anni del boom economico vede il genitore partire dopo un “bacio che avvinse il padre e la madre e li tenne ambedue con gli occhi chiusi (…) lasciando Paolo per la prima volta escluso da un loro abbraccio. A domandarsi come nella loro vita potesse realizzarsi una scena tanto bella quanto imbarazzante”. La scoperta del mondo nel bene e nel male e poi la propria emigrazione adulta. Intenso nei sentimenti, asciutto nello stile.

06/04/2006 - www.libroblog.it
Quadretti d'infanzia, di Paolo Giussani

Ho fatto leggere il romanzo di Morale ad un amico, che ha reagito con “Ecco un altro Bildungsroman!”. Nulla che possa essere più fuori luogo. Il Bildungsroman, come ad es. il Wilhelm Meister di Goethe o l’Enrico il Verde di Keller, è un genere che non esiste più da tempo immemore, anzi è esistito solo nel XIX secolo e solo in Germania, legato com’era all’esigenza degli artisti ed intellettuali tedeschi dell’epoca, chiusi in una società assai meschina, di far vedere a se stessi ed al resto del mondo che con sforzi e con tempo erano tuttavia in grado di raggiungere il livello medio (o minimo) della cultura del resto d’Europa, ossia di quella francese ed inglese. Cercare di riprodurre un genere legato ad un tempo e a condizioni storiche particolari normalmente conduce ad effetti disastrosi se non proprio comici, come quelli della tragedia “classica” francese e dello (pseudo) dramma epico del XIX secolo.
Paulu Piulu (Manni 2005) non risponde a nulla del genere; l’autore non ha nulla da mostrare o dimostrare, soltanto rievocare in una serie di eccezionali quadretti impressionistici la propria infanzia in particolare, la propria vita in generale, quando questa si svolgeva altrove, nel luogo delle origini, la Sicilia della vita dura e povera dei primi decenni del dopoguerra, che da Morale non è vista e riprodotta come un luogo peculiare ma solo come l’ambiente dove la parte iniziale della vita si è svolta. Egualmente bene, il romanzo avrebbe potuto essere ambientato, poniamo, in Friuli o in Sardegna – se l’autore fosse stato originario di questi posti – l’unica condizione essendo che l’ambiente di origine debba essere molto diverso da quello del presente, la Milano di questi tempi per l’appunto.
Volendo aderire alla perversa mania delle etichettature, Paulu Piulu si potrebbe definire un “romanzo esistenziale”; ma in realtà non è neppure questo, è di più: un’elegia sulle perdute infanzia e fanciullezza, ché quando queste vengono superate per l’età adulta è del tutto impossibile che questa “ch’anco tardi a venir, non ti sia grave”. E di questi tempi, specialmente per la nostra generazione – quella dei nati nei mitici anni ‘50 – essa può essere molto ma molto grave.
Paulu Piulu è una collezione di brevi quadretti narrativi di stampo impressionistico, che raccolgono cinquantaquattro singoli episodi della vita del ragazzino Paulu, raggruppati in due sezioni, “Mosca cieca con il sole” con ventisette momenti e “La torta di sabbia” con ventisei, separate dal duro momento dell’emigrazione del padre di Paulu in Germania, più l’epilogo fatto di un singolo episodio ma nell’età matura del protagonista. In ciascun quadretto, ciò che conta non è tanto quello che accade, il fatto su cui l’episodio fa perno, ma l’azione del fatto sull’animo del protagonista, e non per farci vedere un qualche progresso nella “formazione” del ragazzo, ma solo per ricordare e rimarcare l’assoluta irreversibilità del tempo e della vita, quindi in realtà l’effetto del fatto antico sul ricordo che ora l’autore ha di esso o meglio sul ricordo che ora l’autore ritiene di avere del come il fatto agì al momento sul proprio animo. Sotto questo aspetto, tanto perché la scelta degli episodi è grandemente singolare e quindi efficace quanto perché la riproposizione delle sensazioni e degli stati d'animo è ben costruita, Paulu Piulu è un’opera assai riuscita; il romanzo commuove nel vero senso della parola, ossia muove il lettore all’unisono con l’autore, lo spinge a fare la stessa cosa, a riandare, a rivivere in senso proprio la prima parte della propria vita, quella che tutti tradiscono invecchiando, l’unica felice e l’unica che in realtà è costantemente necessario rivivere, come il grande recanatese ha cercato di insegnare, forse non sempre inutilmente.

03/07/2006 - www.vicoacitillo.it
Un “cantico delle creature”  in una Sicilia bifronte, di Ugo Ronfani

Paulu Piulu è un romanzo di Giorgio Morale (Manni 2005) che mi ha conquistato per la sua preziosa innocenza, perciò considero un dovere e un piacere segnalare questo felice esordio letterario, in mezzo alla paccottiglia di tanti libri superflui che impone il marketing editoriale.
Paulu Piulu è un libro autobiografico ambientato ad Avola, in Sicilia, presso la costa ionica, ai piedi dei monti Iblei, dopo il secondo conflitto mondiale. Qui vive Paolo, il piccolo protagonista. La sua è un’infanzia povera, quale può essere quella del figlio di un operaio che andrà poi a lavorare in Germania e che vive in un seminterrato attiguo alla fabbrica, la quale malgrado le fatiche non sfama la famiglia; ma attraversa un’infanzia ricca dei doni inestimabili di una vita a contatto con la natura, nutrita di semplici e solidi affetti, fra i parenti e nel mondo di prima della conversione della società agricola degli anni Cinquanta alla società del cosiddetto benessere economico degli anni Sessanta. E siccome questa “ricerca dell’infanzia perduta” (come potremmo dire, parafrasando Proust) si nutre di una straordinaria capacità, da parte di Morale, di ricomporre il puzzle delle sensazioni, degli impulsi e dei ricordi, negli spazi – strade, case, campagne – dov’era annidata la memoria dei suoi primi anni di vita, ne risulta alla fine non soltanto un’opera di reinvenzione del passato nella chiave di un realismo magico, ma da un lato una sorta di “cantico delle creature” in una Sicilia bifronte tra passato e futuro, e dall’alta un documento antropologico sul Mezzogiorno d’Italia, su come esso cambiava nella seconda metà del Novecento.
Un libro, dunque, nel solco della storia del nostro Mezzogiorno che ha avuto i suoi riferimenti letterari, per fare qualche nome, in Verga e negli scrittori del realismo sociale come Jovine nel romanzo o in poesia Scotellaro, e nei saggisti dell’impegno meridionalista come Danilo Dolci e Compagna nel secondo dopoguerra. Aggiungendo, ovviamente, Vittorini, e Quasimodo, e Consolo. Anche se il romanzo di Morale, pur se inserito nel quadro della letteratura meridionalista del Novecento, ha questa particolarità: che rappresenta una Sicilia vista con gli occhi di un bambino, e le problematiche socio-economiche sono, naturalmente, soltanto sullo sfondo. Il che, però, poco o nulla toglie all’autenticità del quadro della società siciliana degli anni Sessanta: perché Morale sa ricordarla – ed è uno dei pregi del libro – come l’aveva scoperta nella sua prima infanzia.
Il romanzo è introdotto da una massima di Marina Cvetaeva, che afferma che nell’infanzia si trovano tutte le verità della vita. Morale ne è convinto; ritrova con scrupolosa oggettività ciò che il piccolo Paolo vede, sente, percepisce e comprende nel suo microcosmo infantile, badando a non intervenire nei suoi modi di inventare il mondo; e il risultato è davvero suggestivo, per spontaneità e chiarezza.
Ho trovato altrettanta verità nel descrivere il rapporto tra l’infanzia e il mondo adulto, come in quel classico della letteratura sull’infanzia che è Pel di carota di Jules Renard, ma con una differenza sostanziale. Il piccolo Lepic di Jules Renard è un bambino che soffre per il disamore che lo circonda, mentre il piccolo Paolo di Morale, pur nella povertà in cui vive e anche se sono tanti i “perché” ai quali non sa rispondere, e i tremori e le paure del suo quotidiano apprendistato alla vita, conserva e anzi rafforza, crescendo, la fiducia nel mondo e negli adulti; e sa percepire la  bellezza e la ricchezza dei doni con cui la natura gli intona ogni giorno l’ “inno alla gioia” del vivere. Tanto che le sue giornate nello scantinato che è la casa provvisoria dei suoi, gli affanni dei genitori in guerra con la povertà, le fatiche del padre, operaio sfruttato, gli scoramenti della madre e la lontananza dei parenti facoltosi; e il tormentoso miraggio di una emigrazione in America di cui sente ragionare in casa, e che si trasformerà per il padre in una cieca avventura di lavoro in Germania, lontano dalla famiglia; e la malattia che coglie la madre con il marito lontano; e nelle ultime pagine il congedo dalla fantastica libertà dei primi anni di vita con l’ingresso nella scuola elementare, dove il sillabario e la bacchetta della maestra scandiscono i ritmi di una nuova disciplina; tutto questo – che alimenta una cinquantina di agili capitoli – si configura alla fine come un intreccio di cronache famigliari e di fantasie fiabesche, di fatti reali e di emozioni a volte imperscrutabili, di domande senza risposta e di illuminazioni.
La scrittura di Morale aderisce, per semplicità e per chiarezza, alla visione delle cose di Paolo; e la sua pagina sa tenersi a mezza strada fra realtà e favola. Sentite come è nato Paolo, e come si muove nei primissimi suoi ricordi come in un liquido amniotico:
“Paolo ha una bussola per la memoria dell’infanzia: sono gli spazi in cui ha vissuto, le case e le strade; ognuno reca impressa una data. Una porta, una finestra, una lampadina su cui si sono posati lungamente i suoi sguardi sono segnavia – e quegli occhi gli permettono di vedere ancora. Quasi quella primissima infanzia giacesse in fondo a un oceano, in essa agevolmente Paolo s’immerge, come un palombaro, per trarne fuori inattesi reperti.
Paolo nacque in un cortile. Alla sua nascita, spiritello mobile, svolazzava nei cieli della stanza, sfiorando le pareti, scendendo a sorvolare il letto grande, la culla dove c’era il corpo piccolo protetto da un velo, i mobili con i confetti offerti ai visitatori. Nacque alle undici di mattina: silenzio, voci, fruscii, frastuoni, la penombra del velo che, nei giorni seguenti, volentieri avrebbe strappato. Altre volte avrebbe voluto alzarsi in volo, ma non c’è più riuscito”.
Lo stile è questo, sempre attento a non tradire la “verità dell’infanzia”. Allineando frammenti minimi di questa infanzia – che non ha nulla di straordinario o di magico se non il fatto che compone la storia di una nascita al mondo: quella di ognuno di noi, rivissuta da un adulto che non vuole, assolutamente, intorbidire l’acqua chiara dei ricordi. Morale rivede se stesso mentre gioca a costruire il mondo. E’ come se ogni pagina lo sorprendesse a erigere la sua piccola cattedrale, come fa ogni bambino giocando con i tasselli colorati del Lego o con le sbarrette di metallo di un meccano: mai osando intervenire, da adulto, per dirigere, correggere o alterare il suo gioco, attento a non disturbare il personaggio in questo lavoro di piccolo architetto della propria esistenza.
E la costruzione cresce; rischia di franare qualche volta come un fragile castello di carte per i tanti misteri della vita; ma alla fine resiste. Basta a Paolo guardare, prima di addormentarsi, la parete di carta di giornali con cui, nella povera casa, il padre ha alzato un muro divisorio, per fantasticare come se nella stanza ci fosse un cantastorie. Gli basta ascoltare il frinio di una cicala che gli ha catturato il padre per capire che il sole, negli esseri viventi, si tramuta in canto. O che la canzone nervosa, arrabbiata, della mamma quando fa i mestieri di casa vuole nascondere lo smarrimento per il marito lontano in Germania. Vede uno scarafaggio che striscia nella povera cucina, odia i topi che si muovono sotto le tegole del tetto, ma poi gli basta guardare in alto, vedere il cielo – con la luna che una filastrocca imparata dal padre paragona a un’arancia – e s’immagina che gli angeli giochino a correre fra le stelle; e così può scacciare la paura e addormentarsi. Una spedizione con il padre in cerca di lumache si trasforma in un’avventura fantastica, così come un pomeriggio al mare con lo zio Saro, a smarrirsi guardando la linea lontana in cui terra e acqua si congiungono nella luce, lo porta a immaginare i mostri negli abissi.
Ci sono poi, in Paulu Piulu, le voci e i rumori della città di Avola, le domeniche di festa, la cacofonia famigliare dei pomeriggi e delle serate nelle case dei parenti; ecco la figura gigantesca del nonno carrettiere dal ventre grande come il vasto mondo che percorre; la figura minuta della nonna sempre in attività come una trottola; e il loro modo di litigare su chi dei due dovrà morire prima, che è il loro modo di scambiarsi tenerezze. Nella commedia umana del piccolo Paolo c’è la “bambina brava” che lo porta ad acchiappare le cavallette e con cui morde spicchi di limone: quasi il presagio di un primo innamoramento, come una Yvonne de Galais alla festa del castello del Grande Meaulnes di Alain Fournier; c’è la suora dell’asilo che cerca di sostituire, senza riuscirci, la mamma malata in ospedale; ci sono gli amici nella nuova casa fra i cantieri di periferia, e l’altro Paolo, che arranca all’uscita della scuola, per i postumi della poliomelite.
Ma c’è soprattutto, evocata dal libro, la grande sinfonia delle stagioni: e qui mi permetto di fare il nome di un grande del Novecento purtroppo quasi dimenticato, il marchigiano Fabio Tombari, che in Tutta Frusaglia ha come Morale il dono di fare sentire in chi lo legge la felicità di vivere a contatto e in armonia con la natura. Basta al piccolo Paolo incontrare i segni della primavera nel minuscolo orto di casa, fra le insalate tenere e le nuvole in fuga; sentire che il sole d’estate induce la madre a cantare; farsi cullare dalle lunghe piogge d’autunno, quando le mosche sembrano addormentarsi in volo, e d’inverno consumare i giorni nel raccoglimento della cucina dove la pentola bolle, crepita il fuoco e l’attesa delle stelle fredde conclude nella notte le corte giornate, basta questo sentimento del tempo, questo grande gioco fra la luce e le tenebre, e il giro della grande ruota che fa maturare il grano e porta i temporali, e il respiro della natura che si mescola al suo respiro, perché Paolo si senta il bambino più ricco e fortunato del mondo. Le pagine sulle stagioni, come le percepisce l’anima del bambino avida di sensazioni, sono fra le più belle del romanzo. La scrittura è di una virgiliana chiarezza. Morale ha saputo restituirci l’incanto della natura come premeva sulla sensibilità del suo piccolo protagonista.
Un altro pregio di questo libro è che ci aiuta grandemente a capire il mondo segreto dell’infanzia, la psicologia del bambino. Ed è un libro che ristabilisce, in un mondo turbato da tante incomprensioni, corretti e solidali rapporti fra adulti e giovani.
05-10-2006 - Radici delle isole
Il “tempo salvato” nella scrittura di Giorgio Morale, di Alessandra Paganardi
 
Lo sfondo del romanzo di Giorgio Morale Paulu Piulu (Manni editore, 2005) è una Sicilia meridionale che non rivela immediatamente la sua identità: le prime pagine del libro, infatti, ci consegnano un paesaggio rurale piuttosto generico, non particolarmente connotato. Il cambio delle stagioni, immancabile staffetta della natura, accompagna la variazione dei luoghi, che sono inizialmente soprattutto interni o circoscritti da un perimetro: il cortile natale, la casa e la stalla dei nonni materni, la drogheria della nonna paterna, chiusa dalla saracinesca inesorabile della morte; i traslochi d’abitazione in abitazione e poi la fabbrica, dimora e lavoro insieme negli anni decisivi della seconda infanzia di Paolo.
Da questo momento, fino all’emigrazione del padre e poi di entrambi i genitori in Germania, la prospettiva si allarga: strade anguste accompagnano il lettore alla tonnara e alle case di pescatori della Marina vecchia, dove il protagonista scopre «il mare come un cane» (pag. 34). L’isola si rivela qui, nello strano azzurro intermedio fra cielo e massa equorea. Allora le stagioni s’individuano e ognuna ha i propri frutti e riti, tipici di quest’angolo di Mediterraneo. C’è l’insalata selvatica della primavera, cresciuta nel prato adiacente la fabbrica, presto trasformato in orto; ci sono le movimentate attività autunnali di preparazione delle conserve, il rumore secco delle mandorle e delle carrube rotolate sui marciapiedi. D’inverno gli stessi monti Iblei diventano isole nella pioggia, verde humus per la cattura collettiva delle lumache. Sembra davvero di sentire l’odore del mare, di assaggiare il succo acre e terroso di quei frutti. La scrittura di Morale è marcatamente sensoria, in grado di raccontare con intensa figuralità la minima impressione, dal sapore di una cipolla al tintinnare delle posate in un cassetto. Anche la trasparenza delle montagne immerse nella pioggia è somma algebrica di colori; persino il silenzio, che chi ha visitato una sola volta questi luoghi non può più dimenticare, è assordante. Così il buio, che cala sulle cose fino a confonderne i contorni, è la risultante improvvisa di uno stupefatto eccesso di luce.
Ogni capitolo, scardinando la normale successione cronospaziale, si presenta come il tassello di un mosaico, che forse non è scopo del libro ricomporre per intero: infatti i ricordi, come i discorsi, «sono rimasti tutti lì» (pag. 59). Come lo spazio, così il tempo di Morale non è né perduto né ritrovato: piuttosto esso riceve in pieno tutte le sfumature impresse dalla sua sensibile macchina da presa. Talvolta la focale si serve di un teleobiettivo: spazio e tempo si rincorrono l’uno sull’altro, le distanze si accorciano. A volte prevale la tecnica del grandangolo e i luoghi si fanno più spaziosi, i particolari si allontanano, la prospettiva diviene diradata e policentrica: come la città d’Avola, «mondo vario e accidentato» dove «le distanze risultavano moltiplicate, e allora appariva assai grande. I suoi confini si prolungavano nella città dei morti del camposanto e nelle grandi case dei pescatori» (pag. 52). Nella visione di Paolo bambino i punti cardinali si confondono «fino alla perfetta coincidenza di sud ed est» (ibidem), fino a quell’oriente assoluto che la Sicilia rappresenta, perché tutto vi ha inizio: l’isola è nascita, madre, infanzia, sole e scoperta della vocazione alla scrittura. Ogni cosa comincia da qui ed è rivelazione: come il primo stupore, suscitato dalle precoci lezioni materne, di fronte allo strano abbinamento fra lettera e significato, che abbatte la corsa ad ostacoli delle parole, fino a spianare la via al senso, all’immaginazione. Così svelata, così primigenia, ogni esperienza acquista un retrogusto animico e la Sicilia diviene davvero, come si legge nella quarta di copertina, «il paese dell’anima». Non solo l’isola, ma anche tutto ciò che, pur individuato nei suoi contorni, per profondità e mistero non può nascondere il proprio carattere archetipico: in primis la madre, non a caso nominata sempre con l’appellativo universale “madre” e mai col nome di battesimo. Il nome del padre, invece, è colto in poche annotazioni indirette e attraverso i suoni inospitali della traduzione tedesca “Joseph”. Proprio nei capitoli maggiormente dedicati alla madre, specialmente in quelli centrati sulla di lei malattia (che costringe il piccolo Paolo ad affrontare responsabilità prima sconosciute, come l’aiuto domestico e la preparazione dei pasti), la focale è per così dire adattata a cinquanta millimetri. Il tempo torna adesso alla sua durata naturale, quella dei piccoli gesti, della quotidianità concreta, che parla ai sensi vigili del futuro scrittore: « (...) pulendo i mobili per scacciare la polvere dalle più piccole fessure, gli sembrava di scoprire i segreti del legno; ne imparava la superficie, il calore.» (pag. 124).
Una prospettiva ancora diversa è quella che ritrae la sagra del paese e gli abitanti in festa. Forse anche questo distingue l’infanzia dall’età adulta: la capacità d’essere qualcosa di nuovo e di speciale nei giorni festivi. «Paolo le riconosceva nel calendario dai numeri in rosso, per correre ai quali avrebbe voluto strappare tutti gli altri fogli.» (pag. 47). Per il bambino la festa non è una mera astensione dalla scuola, un semplice e un po’ malinconico non fare; non è “libertà da”, è libertà assoluta. L’intera descrizione è improntata ad un realismo caldo, non certo minimalista ma neppure sovraccarico di quel barocco così vicino allo “spirito della festa”, che intitola il capitolo omologo, forse uno dei vertici del romanzo. Lo definirei piuttosto un “realismo vitale”. Il tempo qui torna ad essere reale, ma in senso bergsoniano: è il tempo dell’attesa, la perla speciale della collana; l’aspettativa, amplificata dal desiderio, che sembra afflosciarsi ben presto come un coriandolo avvizzito. Con queste parole l’autore esprime il proprio personale sentire sulla “sera del dì di festa”: «Ancora più triste, tra poco, sarebbe stato vedere da lontano il paese: un mucchietto di case, sopra cui avrebbe aleggiato, in un alone di musica e luce, come un coro angelico, lo spirito della festa.» (pag. 49). E ancora: « (...) il treno della festa partiva come un accelerato, ma proseguiva come un rapido. Sarebbe finito arenandosi tristemente in un binario morto, come una locomotiva d’altri tempi.» (pag. 51).
Lo scrittore è in grado di conservare tale prospettiva sfumata e cangiante del tempo, anche quando nulla più è nuovo e si deve «guardare le cose con lo sguardo dell’adulto» (pag. 73). Lungi dal somigliare ad un improponibile fanciullino romantico, però, il protagonista è pronto ad affrontare questo passo, perché sa che soltanto così ci si avvicina «alla vita vera» (ibidem). E’ lo sguardo adulto che guida la penna di Paolo-Morale e lo fa tornare negli ultimi capitoli, con coraggio e nostalgia, a far visita ai genitori anziani, in un’isola che intuiamo profondamente cambiata. Eppure in essa si sono «sedimentati gli affetti e le storie, svincolati dall’altalena delle vicende umane» (pag. 169). Il protagonista stesso si è fatto tutt’uno con i luoghi, quasi trasformandosi in loro: « (...) in seguito, quando perfino l’eco avrebbe faticato a risalire, sarebbe subentrata la certezza di essere egli stesso impastato di quei vissuti, non più parte, ma sostanza di lui.» (pag. 72).
Credo che la forza di questo libro stia proprio nell’omologia sottile fra sostanza e scrittura, fra poetica e luoghi, ormai indistinguibili dall’autore come il suo primo nutrimento, assimilato nel corpo e nello spirito. Non fredda né intellettualistica, ma assorbita attraverso i profumi e incarnata nei gesti, questa poetica si scrive con la naturalezza controllata di un respiro e si decifra a partire dal medesimo codice che identifica il vivente: caldo e pulsante, ma al riparo da ogni eccesso e per così dire autoregolato, essenziale. Perciò, forse, il tempo magico dell’infanzia non ha qui bisogno di essere riattivato dallo stimolo accidentale di una madeleine: si è semplicemente salvato, rimane.

 

20/01/2008 - www.radicidelleisole.wordpress.com
La prima voce della terra
, di Sebastiano Aglieco    
 
È con emozione che si legge un libro così profondamente legato alla propria terra e alle origini, fin dalla descrizione di quel paesaggio in cui anche noi abbiamo mosso i nostri primi passi; i monti che circondano la terra, le grotte scavate, i fiumi aridi, i pellegrinaggi a san Sebastiano di Avola. E poi l’infanzia feroce e malinconica; l’adolescenza già carica della promessa della diaspora. Tappe della nostra crescita umana e spirituale.
Impastati di origine come siamo, i nostri pensieri, la nostra voce, assorbono dalla terra e dall’aria e dall’acqua e dal fuoco un colore che non dimenticheremo, che porteremo con noi nei remoti angoli del nostro peregrinare. Per sempre. E soprattutto sono le voci che conserviamo, nel contatto con la dura sostanza dei riti della Comunità ancestrale. 
Questa la natura della terra, di ogni terra: essere la prima voce che ci parla con le sue immagini potenti. E vorrei aggiungere, per una sorta di ineluttabilità dell’essere isolani, e per giunta esuli con la mitologia della borsa di cartone, che questa caratteristica appartiene alla Sicilia più che a ogni altra terra. Nel bene e nel male.
Paulu Piulu è libro scritto nella ricostruzione a distanza del ricordo della stessa terra che io ho abitato, da bambino. Paulu vive lì vicino, ad Avola. Giorgio Morale lo rievoca nell’ascesa del suo presentarsi al mondo, con l’innocenza dello sguardo pronto a cogliere di ogni visione il dono disinteressato della scoperta; ma anche delle impennate del male: l’assenza di pedagogia, lo spintone a un bambino, i debiti pagati e rimessi; le partenze, gli abbandoni, i ritorni.
Il libro è costruito sull’equilibrio di una scrittura chiara, sospesa tra il romanzo di formazione e quello della favola in cui, ciò che accade nel mondo reale, vuole senso misteriosamente e contemporaneamente in un altro luogo. Per Paolo questo luogo è, già da subito, appena scoperto il meccanismo della lettura, quello della formazione letteraria. Così le avventure del bambino – il prato della casa con tutti i suoi misteriosi abitanti, gli anfratti delle case, il viaggio al buio o quello per vedere per la prima volta il mare - caricano la parola del compito della creazione; quella che non dimentica la materia, il peso delle cose, i passi difficili per le strade del mondo. Creazione come sguardo che sa cogliere e concentrare, senza mai dimenticare l’odore che abbiamo respirato per la prima volta, la luce che ci ha accecato gli occhi. Il poeta sente che la ferita della Storia, dentro la quale si costruisce ineluttabilmente la propria storia privata e collettiva, è il destino stesso della scrittura come tramite, mai come segno astratto del reale.
Scrittura matura questa, in cui il dato, pur mantenendo la forza del reale, mai diventa fredda cronaca. Giorgio Morale sottopone i fatti alle sottili maglie di un doppio setaccio: prima ci sono gli occhi del bambino che vedono e trasfigurano il dato dell’esperienza; poi è l’adulto a convogliare l’esperienza del bambino - senza mai censurarla - nella forma del romanzo di formazione in cui ogni cosa ha senso solo nel rapporto pensato e controllato, col mondo. L’interesse del libro è in questo tentativo di trasformare la favola, il realismo magico dell’infanzia, in esperienza del senso attraverso le forme della letteratura e della visione dell’adulto. Incombe in tutta la storia l’immagine della piula che annuncia sventure e che rappresenta l’incapacità di sottrarsi all’ineluttabilità del proprio destino personale. Questa dimensione pessimistica è da interpretare nel senso della scarica emotiva che dà origine alla parola come tentativo di controllare l’ineluttabile, e infine di liberarsene. Chi vive la condizione della distanza sa bene che si può scrivere solo in due modi: o nella forma del rimpianto di un’infanzia meravigliosa e perduta, o in quella, ben più insidiosa e matura, del riconoscere le stimmate della propria terra nelle periferie del mondo, impastandola con l’esperienza di tutti i giorni.
Questa condizione del rischio è quasi sempre presente in tutti i grandi scrittori siciliani nella cui opera sempre parla la musa del dio che ha per occhi la malinconia, il male nero, la melas comé dei greci. Lo spaesamento di ogni scrittura di confine deriva dal vivere la periferia come condizione dell’essere, nella laison con l’altro, con l’oltre della distanza. Rimane sempre, a ogni latitudine, un’immagine di noi fissata in un tempo e in un luogo che non possiamo più cancellare. Che continua ad alimentare le parole, chiedendo precisione e un segno senza compromessi. Così nella scrittura di Giorgio Morale, il mito acquista la purezza e la chiarezza di un classicismo privo di chiaroscuri in cui i ricordi del bambino si fanno nitidi, quasi presenti, a malapena velati dal senso misterioso del linguaggio degli adulti. Ogni bambino, mentre costruisce la sua lingua, edi

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