Giovanni Maurizi, Attraverso la rete

01/03/2013

Una lettura, di Salvatore Ritrovato

Occorre riconoscere che la mappa della poesia italiana riserva sempre delle sorprese in grado di mettere in discussione ogni canone definitivo, e quel che sembra a una prima lettura appartato, lontano, un giorno potrebbe anche stupire. Di questo genere è Attraverso la rete di Giovanni Maurizi (già autore, presso lo stesso Manni, di Canti essenziali, 2006, prefata sempre da Roberto Roversi), raccolta articolata in quattro sezioni (A caso, Apparizioni, l’eponima Attraverso la rete e Strofette), ma molto robusta (i componimenti sono oltre 90), i cui componimenti sono in varia misura allacciati fra loro intorno ad alcuni solidi motivi tematici, talora sovrapposti, lungo la traccia di quel sentimento dell’assenza (mai trattato in forma diaristica, tanto meno confessionale, osserva Alberto Bretoni in retrocopertina) che riporta in primo piano un tu che in più punti sembra riemergere da una intensa lettura montaliana (così in Borea, per esempio, o Negazione del giardino,uno dei testi più intensi). Ma a contraddistinguere la raccolta è la cura attentadel verso che guarda, senza alcuna nostalgia, alla più alta tradizione del Novecento, sia per quanto riguarda la testura metrica dei versi (a cominciare dall’endecasillabo), sia per quel che concerne la riproposizione, ovunque sia possibile la contaminazione di un lessico, di per sé elegante e maturo, con nuove forme assordanti («anima giovinetta» e «free flow»). Maurizi lavora lungo il solco tracciato dalla grande generazione dei Luzi, Caproni e Serini, in direzione di una musicalità più familiare, quasi rassicurante, grazie all’uso accorto della rima («La cupezza del bianco fissa/ un negativo della città/ emerge appena tra stecchi neri/ un alberello trinato- e prova/ la sensibilità del creato» Motivetto). Ma sarebbe ingiusto considerare la peculiare abbondanza della raccolta di Maurizi come un ‘limite’, sospirandone una maggiore leggerezza. In verità, la leggerezza c’è, e si svolge appunto nel verso, nella tessitura delle strofe, nell’intreccio delle immagini, che attingono ad antichi arazzi di una natura liminale, cittadina o di periferia (molti tigli, qualche «pioppo scheletrico», «platani spogli», magnolie, e «rari prati», colli e boschetti, con tutto il corredo ornitologico, a cominciare dai passeri e dai rondoni, senza dimenticare i dettagli più corruschi dei «fioriti licheni grigi e gialli» fra «coppi spezzati» e grondaie). Non sono pochi i testi che si vorrebbe segnalare, ma certamente un posto di riguardo tocca all’ultima sezione delle ventiquattro Strofette che chiudono il libro, nelle quali Maurizi tocca, con un’accorta partitura in distici, a volte con umiltà disarmante, le corde intime del suo lavoro:« la donna tira fuori dal sacchetto/ un po’ di briciole e le sparge intorno// tra le foglie e gli sterpi/ prim adi eclissarsi al margine del boschetto// Anch’io spargo un pane essenziale/ che catturi la tua immagine vera- // prima di scomparire/ al margine di una vita contraffatta e casuale».

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