Giovanni Russo, I lacci bianchi

09/05/2010
Lo stupore della folla, di Giuseppe Quatriglio 

Meridionale di nascita e meridionalista dello spessore di Dorso e di Salvemini, Giovanni Russo è lo scrittore delle grandi inchieste pubblicate da “Il Mondo” e dal “Corriere della Sera” e anche i volumi sulle condizioni dei lavoratori del Mezzogiorno e degli immigrati in Europa. Già nei suoi primi libri, come in Chi ha più santi in paradiso edito da Laterza nel 1964, Giovanni Russo esplorava – con il piglio del giornalista che scrive conoscendo luoghi e persone – il mondo dei lavoratori italiani non solo nei paesi del Sud, ma anche in Svizzera, Francia e Germania. E si soffermava, con partecipazione e conoscenza delle circostanze, come si leggeva nel risvolto di copertina di quel libro memorabile, su “i cafoni meridionali costretti ad andare per affermare il proprio diritto al lavoro e alla dignità”. Una delle sue ricognizioni più recenti riguarda la Roma della metà del secolo scorso, la Roma della Dolce Vita e di Via Veneto. Questo aspetto visto non come un amarcord, ma con l’occhio vigile del narratore e fermato in un libro che non dimentica Flaiano e Fellini nonché la pigra vita di allora nella capitale. Proprio come narratore Giovanni Russo si esprime in un racconto denso, I lacci bianchi, pubblicato nella piccola collana “Chicchi” dell’editore Manni che ospita scritti di grandi autori. La vicenda si svolge in un paese del Sud di cui non viene fatto il nome, nell’immediato dopoguerra, quando tutti i nodi venivano a pettine dopo le sofferenze di un conflitto devastante. E riguarda il ritorno di un ex gerarca fascista, reo di delazioni che avevano comportato molte sofferenze e il sacrificio di vite umane innocenti. Nello scorrere della narrazione si avvertono la tensione dello scrittore e la sua volontà di fermare un ricordo (forse un ricordo lontano e non dimenticato) perché quell’episodio cruento non rimanesse affidato soltanto alla memoria. La giustizia degli uomini, rotto ogni argine e ogni freno, ha il sopravvento e il vecchio delatore fa la fine che, in quel clima acceso, è l’unica possibile. Sul suo cadavere spiccano i lacci bianchi delle scarpe. È l’unica cosa che viene notata, quasi con stupore e disincanto, da una piccola folla. Narrazione forte di uno scrittore che sa inserire nel suo repertorio di inchieste anche il ricordo dolorante di anni lontani, ma non cancellati dal fluire degli anni. Come cicatrici sulla pelle.

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