Giuseppe Antonelli, Lingua ipermedia

16/12/2006
Se la narrativa italiana ama il... cazzeggio. Nella babele della lingua ipermedia, di Silverio Novelli

Nel giro di quindici anni, dal ’90 a oggi, la lingua della narrativa italiana prima è stata colpita da infezione, enfiandosi ipermedia "oltre" le dimensioni fisiologiche della lingua media; poi, si è pian piano sgonfiata (uno dei primi ammorbati, Niccolò Ammaniti, partito dal cazzeggio verbale degli esordi “cannibali”, è approdato al solido romanzo d’impianto, normo-eloquente); ora darebbe inquietanti segni di atrofia da prosa perbenista, benpensante e benparlante. In questo quadro Giuseppe Antonelli, docente di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Cassino, in Lingua ipermedia (Manni, 2006), sulla scorta di una approfondita lettura specialistica della parola di scrittore oggi in Italia (è il sottotitolo del saggio), situa, individua, analizza e interpreta tipologie linguistiche, tendenze di stile e tensioni di senso all’interno della babele di linguaggi che caratterizza la recente narrativa italiana.
Valeria Della Valle, docente di Lessicografia e Lessicologia italiana presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, Gabriele Pedullà, critico letterario e ricercatore di Letteratura italiana all’Università di Teramo, e Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore, hanno ragionato sui temi al centro del libro, presentandolo a Roma il 30 novembre scorso. Proponiamo un’ampia sintesi dei loro interventi.

Valeria Della Valle: e i non cannibali non perbenisti?
Voglio ricordare una domanda che qualche tempo fa si faceva Alberto Asor Rosa: e la letteratura, lo spazio e la lingua della letteratura, oggi, quali sono? Il libro di Antonelli sembra pronto a dare risposte, perché va a riempire un vuoto molto sentito dagli studiosi. Ogni volta che cerchiamo di affrontare gli aspetti linguistici della lingua letteraria e, in particolare, della narrativa contemporanea, della parola di scrittore oggi in Italia, siamo costretti a ripescare articoli sparsi di giornale o riviste, a metterli insieme, a confrontarli. Senza contare che alcuni dei più importanti, come La liberazione del linguaggio di Angelo Guglielmi, contenuto nell'ormai mitico Narrative Invaders!, numero unico della rivista «La Bestia» (1997), sono quasi introvabili. A ciò si aggiunga che sulla materia, in ricostruzioni che partono da lontano, possedevamo pochi punti fermi: l'affermazione di Vittorio Coletti, secondo cui gli scrittori non fanno più testo nella grammatica dell'italiano; quella di Luca Serianni, che si domandava se esistesse ancora una prosa letteraria.
Ora, Antonelli non riprende soltanto in modo organico, raccontandoli, i punti di vista altrui, ma arriva a definizioni personali innovative, direi anche coraggiose. Già soltanto il titolo, Lingua ipermedia, nasconde una originale volontà classificatoria e terminologica. Il prefissoide iper-, così come lo intende l'autore, è, come dire, giustificato dall'analisi che Antonelli ne fa in un precedente saggio, Sui prefissoidi dell'italiano contemporaneo: iper- viene adoperato nel titolo non nel significato di 'sopra' ma di 'oltre' (con riferimento alla lingua media).
Nel paragrafo Travestimenti del primo capitolo di Lingua ipermedia, il senso di questo 'oltre' riceve una prima chiarificazione. Qui si spiega come tramonti il mito della spontaneità e della verosimiglianza, del ricalco della lingua parlata. Molti autori degli anni Novanta cominciano a usare - e talvolta a teorizzare - una lingua artificiale, se non artificiosa. Si passa così, per dirla con Antonelli, dal parlato al parlato piucchepparlato, assolutamente non verosimigliante, che esaspera la cosiddetta funzione Gadda.
Un altro 'oltre' riguarda la figura dell'autore, di più incerto statuto in quanto funziona come una specie di shaker che rimescola voci, punti di vista e materiali linguistici eterogenei. Anche la parete tra autore e lettore si assottiglia, come succede in una pagina del romanzo di Sandro Veronesi Venite venite B-52, citata da Antonelli, in cui l'autore apre una finestra per rivolgersi direttamente al lettore - enfatizzazione di una tecnica già adottata da Italo Calvino. 'Oltre' la lingua media c'è lo scrittore che monta e smonta i pezzi di testo come fossero una sorta di lego (Antonio Rezza, Tiziano Scarpa); ma c'è anche la lingua che si pone in concorrenza con i nuovi media, come accade in Carlo Lucarelli, che sceglie un linguaggio di tipo cinematografico o, recentemente, nel Nicola Lagioia di Occidente per principianti, che mostra compiacimento nell'uso dell'inquadratura in soggettiva.
Mi ha colpito poi che nel prologo del libro, datato 30 ottobre 2005, stia un'affermazione in parte inquietante, in parte suggestiva che suona grosso modo così: la stagione della lingua ipermedia si è già avviata verso la fine. Il motivo di questa fine, secondo l'autore, consisterebbe nel fatto che negli ultimi tempi si è nuovamente fatto avanti un tipo di narrativa "perbene", consolatoria, linguisticamente più tradizionale: si configura, insomma, una sorta di ritorno all'ordine dopo un decennio - gli anni Novanta - di segno diverso.
Dunque, da una parte avremmo (o avremmo avuto) una produzione letteraria all'insegna della lingua ipermedia, eccessiva e parossistica, che si è consumata rapidamente ardendo sul proprio falò; dall'altra, diradati i fumi, resterebbero o tornerebbero sulla scena scrittori, anzi, soprattutto scrittrici, di bon ton linguistico. La narrativa italiana degli ultimi quindici anni sarebbe polarizzata sui due estremi. Mi chiedo allora, spostando in avanti il quesito iniziale di Asor Rosa: possibile che non esistano una letteratura e una lingua che occupino un altro spazio? Facendo dei nomi: dove si collocano autori come Domenico Starnone, Francesco Piccolo, Pietro Grossi, Valeria Parrella?

Gabriele Pedullà: chi si salva nel mare dei linguaioli
Uno degli aspetti che mi ha colpito in questo libro è la capacità di utilizzare sondaggi di natura tecnica per discorsi di analisi critica e storiografica. Lingua ipermedia ha una vocazione comunicativa, ma, sottolineo, anche fortemente interpretativa della storia letteraria italiana degli ultimi quindici o vent'anni. Attraverso la lingua, si entra nelle poetiche, nel mondo culturale e intellettuale degli autori affrontati.
La tensione filosofica, cioè concettualizzante, del saggio si può esemplificare partendo dalle ultimissime righe, quelle che concludono il discorso sul dialetto in Andrea Camilleri. Camilleri mette in bocca ai personaggi il dialetto in modo da identificarne e caratterizzarne immediatamente l'ambito sociolinguistico di appartenenza. Dice Antonelli: “Ciò che conta è la riconoscibilità: il romanesco non dev'essere davvero romanesco, ma deve suonare come il romanesco, proprio come lo spagnolo maccheronico dei milites gloriosi nella commedia cinquecentesca. È il ritorno della commedia delle lingue, la rivincita delle macchiette d'avanspettacolo, è il dialetto per diletto”.
Letta questa frase, ho pensato subito al saggio Postmodernism, or the Cultural Logic of Late Capitalism di Frederic Jameson, nel quale un discorso identico vien fatto a proposito della Storia, cioè al rapporto che la cultura postmoderna intrattiene con la storicità. Ai narratori postmoderni, dice Jameson, non interessa per esempio ricostruire fedelmente l’ambiente storico degli anni Cinquanta del Novecento; a loro interessa richiamarne l'elemento superficialmente riconoscibile. Lo stesso rapporto intrattengono con la lingua la cultura e la narrativa degli anni Novanta. Un personaggio del passato viene caratterizzato con un paio di battute stereotipate che arieggino il periodo in cui è ambientata la narrazione; o gli si fanno indossare un paio di indumenti linguistici appropriati, come nel caso di Camilleri. L'obiettivo dell'autore non è di scavare in profondità, ma di restituire la superficie.
Ma Lingua ipermedia esprime la sua tensione concettualizzante anche (anzi, soprattutto) altrove: nel quarto capitolo, centrale e propositivo, a partire dalla dissoluzione che vi si opera di una serie di binarismi propri della critica letteraria novecentesca. Prendiamo il binarismo principe, la contrapposizione tra norma e scarto: è ancora utile? Antonelli elenca da una parte i binarismi della tradizione (nuovo vecchio, semplice complesso, scritto parlato, corretto scorretto), poi passa a proporre nuovi possibili parametri come forte debole, caldo freddo, chiuso aperto, monodico corale, compatto eterogeneo, ascendente discendente. Una coppia su cui insiste molto Antonelli è finzione/funzione, vale a dire il rapporto tra la finzione linguistica e la funzione che questa di volta in volta assume a seconda delle strategie espressive perseguite ed esibite. Per esemplificare: la medietà della lingua estrema dei narratori degli anni Novanta ha un senso affatto diverso dalla medietà della lingua neo-standard dei narratori degli anni Ottanta. Fenomeni che possono essere descritti in modo simile cambiano funzione.
La semplice analisi tecnica in base al binomio norma/scarto non è sufficiente a descriverli, perché sia la norma sia lo scarto possono essere utilizzati con funzioni assolutamente opposte. Bisogna invece individuare l'atto illocutorio che il narratore ha compiuto quando ha scritto il testo, come sostiene Antoine Compagnon, citato da Antonelli. Si parte dalla necessità di valutare qualsiasi discorso per la sua capacità di agire in un determinato contesto. Sentiamo dietro le pagine di Lingua ipermedia la presenza di John Langlaw Austin e di Quentin Skinner, il quale nel 1969, con Meaning and Understanding, in polemica con tanta critica "continentale" europea che andava dichiarando la "morte dell'autore", recuperò la lezione di Austin, ponendo l'accento sull'importanza del contesto per comprendere il senso di ogni affermazione.
Tornando alla lingua della narrativa degli anni Ottanta e degli anni Novanta, il rilevamento tecnico di fenomeni linguistici identici o simili non dà conto del contesto diverso in cui essi si collocano, esercitando una funzione diversa e assumendo un senso diverso. E il contesto diverso è il passaggio dalla lingua media degli anni Ottanta alla lingua ipermedia degli anni Novanta. Qualcosa che ci permette di capire come, per esempio, uno stesso stilema presente una volta in Leonardo Sciascia, un'altra in Aldo Nove abbia un senso completamente diverso. E ci permette di respingere contrapposizioni come quella teorizzata da Carla Benedetti, tra un Pasolini che scrive col sangue (perciò eletto a modello di vera letteratura) e un Calvino artefice di una letteratura in maschera.
Dalla stilistica strategica di Antonelli deriva un implicito principio di valutazione, che permette di individuare i migliori autori degli ultimi anni (tra i romanzieri attorno ai cinquanta, con Giuseppe condividiamo una predilezione per Michele Mari e Sandro Veronesi) e di segnalare contemporaneamente il rischio che questi corrono: affogare nel mare dei tanti linguaioli "ipermedi" che brandiscono l'arma dell'ironia postmoderna come giustificazione e validazione della loro lingua in realtà semplificata, in quanto attinge con sospetta facilità a meccanismi e lessici propri di altri media.

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