Italo Testa, Biometrie

01/01/2006
Dentro le maglie rigorose di una scansione, di Giancarlo Alfano
 
Sin dal titolo il nuovo lavoro di Italo Testa dichiara assunto e stile. Biometrie: come a dire una compattazione dell’improvviso del corpo; quasi come si trattasse dell’antropometria della fine del secolo XIX, cogli emigranti fermi all’uscita del porto di New York davanti a uomini in camice con metro e bilancia. Intendo dire che c’è una dimensione propriamente distopica in questa raccolta, quasi il lettore potesse accedere allo sguardo interiore di un personaggio di Philip Dick.
Si susseguono così litanie sul bisogno (Disfiorare), raziocinamenti insensati sulla natura del demonio, ossia del Male (Legioni), visioni parcellizzate dell’organismo umano (da corps morcelé psicotico, e dunque con motivo religioso: i cinque pezzi di Penelopescannata, per i quali si farebbe volentieri riferimento a Inside di David Bowie – Brian Eno). In questo modo, sebbene si tratti di nove sezioni realizzate in tempi anche molto distanti tra di loro (1989-2004), il libro consegue una compattezza di tono più forse che d’ispirazione, la quale finisce col compaginare anche motivi e momenti diversi. Ciò che anche contribuisce a una tale omogeneità è la costante attenzione ai valori formali del fatto poetico. Italo Testa è in particolare attento gestore della dimensione metrica, giocando sia sulle misure versali sia sulle strutture strofiche. C’imbattiamo così tanto nel gioco accrescitivo della citata Penelopescannata, dove ogni shot percettivo è siglato da un verso specifico, per progressive aggiunte di un’unità (sicché il primo ‘pezzo’ sarà in ottonari, il quinto in dodecasillabi), quanto in organismi poliversali che, partendo dal sonetto di Qualcuno (senza schema metrico tradizionale, ma non privo di rimartellamento di valori fonici in clausola finale), elabora preferibilmente le misure in tre (Low-cost) o più spesso in quattro (come nell’ottimo Le cose), fino alla commistione, ancora litanica, ‘a due voci’ di il nemico, che con tre più uno versi collega le due declinazioni. Quest’ultimo componimento aiuta anche a introdurre uno dei temi preferiti di questa poesia, e forse il suo assunto di fondo. Si assiste qui infatti alla rappresentazione di una sofferenza che da uno sfondo psichico vago quanto tenace si riversa direttamente nelle fibre dei nervi e delle ossa. Ecco: quelli adibiti nella poesia di Testa sono corpi senza muscoli e senza adipe, versioni poetiche dei tronchi di Egon Schiele, le cui braccia servono tutt’al più perché vi si infili del metallo, attraverso cui si sugga fuori la linfa («chi ha sete infila l’ago nell’avanbraccio»). Ma questa tematica dell’esangue e dello svuotamento non vuol dire propaggine decadentista o da rifondazione ‘innamorata’ (un soggetto debole è pur sempre un soggetto); essa vive in evidente rapporto con un’estetica ben radicata negli ultimi decenni del Novecento innanzitutto musicale, e che va – per limitarci ai gruppi citati dallo stesso Testa – dai Joy Division ai Massive Attack. Un’estetica che muove cioè dall’esibizione del tema corporeo come luogo della sofferenza sociale (l’epilessia di Ian Curtis, fino al suo precoce gesto estremo a ventitré anni), al riciclaggio/remissaggio in cui l’elettronica recupera e rigenera suoni e ritmi perennemente desueti (proprio come i nostri poveri corpi). Questo trattamento frigido di temi e figure ad alta intensità emotiva trova forse la sua più efficace formulazione nella particolarissima ‘galleria’ barocca (e qui forse si colgono alcune matrici della filiera nella quale Italo Testa s’inserisce, e che certo passa per Frixione e Frasca) dedicata a Hopper (ma non solo: si leggano i «crediti» – cioè, discograficamente, ‘credits’ – che chiudono il libro). Qui, dove le immagini raffigurate dal pittore americano finiscono col parlare e dire ‘io’, animando la fissità acrilica di quegli scorci di corpi còlti in posture tanto abituali quanto definitive, e che proprio per questo ci parlano della inesorabilità del nostro quotidiano, dal quale, infine, quando si staglierà solo «il sole in una stanza, vuota», saremo stati esclusi. In questo modo, nel remix di forme che porta al refresh dei soggetti, «un occhio incolore» finisce col «rifrangersi» «nella luce bluastra di un monitor»: emblema di una vita oramai assorbita nella tecnologia, che fa il paio con la tradizione espressiva assorbita in un costante recupero, che implica la costante parcellizzazione, dei pezzi della Tradizione poetica e culturale in genere. Mentre i soggetti si scompongono nel riciclaggio onnicomporensivo, nella fungibilità universale di cui parlavano già Adorno e Horkheimer, si inaugura l’imperativo dell’homo novus: «devi nutrirti di organi e feticci / profilare di lattice ogni fessura». Altro che ‘corpo senza organi’, questo soggetto che obbedisce a «merci» e «carrelli» è l’unico che può scandire il tempo (come s’intitola il componimento da cui traggo questi versi e questi lemmi); è l’unico che può insediarsi nell’universo della interscambiabilità universale.
 

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