Laura Bocci, La Seconda India

17/10/2012

Un’autobiografia indiretta. L'intervista di Giovanni Zambito

L'11 ottobre scorso a Roma, alla Casa internazionale delle donne, è stato presentato La seconda India romanzo di Laura Bocci pubblicato da Manni editore (pagg. 288, € 18,00), il cui filo conduttore è il viaggio come conoscenza e come educazione sentimentale del protagonista Giuliano visto e narrato anche attraverso l'esperienza della stessa autrice in un viaggio realizzato alcuni anni fa come spiega a Fattitaliani che l'ha intervistata. All'incontro hanno preso parte Francesca Koch, Lidia Ravera e il dr. Giuliano Castigliego, psichiatra e psicoterapeuta.
 
Partiamo dal titolo: "seconda" a chi...? o dopo di chi? o perché?
L'India del mio romanzo è "seconda" perché nel romanzo si racconta un episodio della vita giovanile di Giuliano, il protagonista, che rappresenta la sua prima, vera iniziazione indiana; ma è seconda anche perché emerge un'India dimenticata dalla stampa internazionale, che si affanna a glorificare il "grandioso boom" indiano, senza mai mettere in luce né nominare chi ne paga le spese: circa 7/800 milioni di sub-poveri, abbandonati nelle campagne, o deportati e ammassati negli orrendi "slums" intorno alle megalopoli indiane. L'episodio della bambina mendicante/madre, il suo "esodo al contrario" dai marciapiedi di Mumbai alla cooperativa agricola di donne dell'Andra Pradesh vuole essere una sorta di apologo di come dovrebbero andare le cose, naturalmente non solo secondo la mia personale opinione (che non conta quasi nulla) ma secondo le indicazioni delle organizzazione "dal basso" che stanno cercando di imporre la loro visione dello "sviluppo possibile" non solo in India ma in tutti i paesi emergenti del mondo.
Molto spesso il viaggio in letteratura è sinonimo di iniziazione: anche il suo lo è in un certo senso?
Ma anche questa India "seconda" è certamente per Giuliano un'altra e diversa iniziazione, forse un tentativo del protagonista di affrontare la propria incapacità (fisica, mentale e psichica) di amare. L'innamoramento per tanti versi "impossibile" che Giuliano vive in India, lo confronta per la prima volta violentemente con il dolore, la mancanza, l'assenza, gli fa vivere la passione nel corpo fino a un punto insostenibile di sofferenza.
La dimensione on the road di Giuliano l'ha vissuta personalmente o è un sogno che insegue da tempo?
Sì, si tratta di un viaggio che io ho fatto in India per sei settimane tra il 2007 e il 2008, all'incirca nelle stesse modalità e con una compagnia molto simile a quella del "gruppo misto" del romanzo. In India, ospite di una vecchia amica germanista indiana conosciuta a Heidelberg alla fine degli anni '70, sono vissuta in un ambiente di intellettuali, uomini e donne, molto impegnati nella complessa vita politica indiana e con forti propensioni per i gruppi Naxaliti (i "maoisti" di cui si parla nel romanzo). Il viaggio ha seguito lo stesso itinerario di quello raccontato nel romanzo, dunque le esperienze sono già state vissute prima da me stessa, in quella sorta di "autobiografia indiretta" che secondo me è quasi sempre un romanzo.
Che cosa permette di valorizzare e gustare di più un viaggio "organizzato così"?
Per un viaggio del genere in India è necessario, indispensabile, un discreto spirito di avventura, una forte curiosità e una grande adattabilità a condizioni di alloggio (ad esempio, gli alberghi indiani medi sono più che accettabili per chi sia disposto ad adattarsi, e tuttavia molto lontani da una situazione media occidentale) e di viaggio che non sono quelle abituali in Occidente. Come racconta il romanzo, gli spostamenti sono tutti difficili e faticosi, e anche molto pericolosi, in particolare per quel che riguarda tutti i viaggi in taxi, in condizioni di traffico veramente inimmaginabili. Anche il treno, di giorno o di notte che sia, presenta varie difficoltà, del tutto simili a quelle descritte. Naturalmente ci sono dei vantaggi, come è ovvio: ci si avvicina molto di più agli usi e costumi, al vero cibo indiano, e alla gente, che è sempre desiderosa e curiosa di chiacchierare con gli stranieri, di farsi fotografare, di raccontare. Purtroppo, data l'infimo grado di scolarizzazione che si riscontra nella popolazione, in genere è piuttosto difficile trovare persone che parlino un inglese minimamente articolato, la maggior parte degli indiani - contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare dopo la lunghissima epoca coloniale inglese - farfuglia qualche parola ma non è in grado di intrattenere una conversazione complessa, e questo purtroppo è tanto più vero per le donne.
Giuliano resta sempre "altro" dall'India oppure riesce ad immergervisi del tutto alla fine del percorso?
Giuliano in realtà è sin dall'inizio piuttosto "interno" alla cultura indiana, è un appassionato studioso di diverse lingue indiane e della letteratura (specialmente in lingua bengali, del resto una delle più importanti e famose), poi l'amore per Anuja pur se infelice o forse proprio per questo, crea in lui una vera "simbiosi indiana". Certo, Giuliano è pur sempre un occidentale e tale è il suo sguardo (e il mio) su quel mondo: ma è uno sguardo molto empatico, capace di mettersi nei panni dell'altro e di capirlo a fondo, e poi di far sua l'esperienza indiretta vissuta.
Indiani e occidentali del romanzo che cosa si scambiano principalmente fra loro?
Se non temessi di apparire pretenziosa, direi che nel mio romanzo indiani e occidentali si scambiano "l'umano", quel che di profondamente umano e dunque condiviso da tutti, sotto qualsiasi cielo, hanno in comune gli esseri umani. L'amore, il dolore, lo smarrimento, la perdita, l'abbandono, la gelosia, la solitudine sono sentimenti umani, e per questo forse banali, scontati, tranne che nella singola esperienza personale di ciascuno di noi, perché qui, invece, ogni cosa ci appare unica, irripetibile, preziosa. Poi, naturalmente, c'è lo scambio di opinioni, da quelle politiche e sociali a quelle personali e più intime, e le diverse "visioni del mondo". E poi c'è l'amicizia, nel libro è assolutamente centrale, i legami elettivi sono più forti di qualsiasi altra cosa.
Lei è anche una traduttrice letteraria: ha avuto dubbi sull'uso di termini o di descrizioni in lingua italiana per rendere "visibile" un Paese come l'India?
Sì, da traduttrice letteraria, le mie preoccupazioni e i miei dubbi linguistici sono stati infiniti e costanti, anche se ho cercato attraverso l'uso di un italiano forse complesso, ricco di aggettivi e di avverbi, di non banalizzare l'intensità delle emozioni, delle sensazioni e dei pensieri che l'esperienza indiana ha suscitato in me, e di rendere viva per il lettore l'Erlebnis, l'esperienza vissuta, dell'India nelle sue infinite apparizioni. L'India in un certo senso presenta al viaggiatore tutta insieme e di colpo la totalità della storia umana, con tutte le sue infinite stratificazioni, a partire dall'età della pietra (con i santoni indù nudi, avvolti nei lunghissimi capelli cosparsi di cenere, che persino nelle periferie delle città vivono da eremiti lungo i marciapiedi e si cibano di quel poco che trovano o che viene offerto loro) fino alle nanotecnologie delle cybercities. Sono visioni di una tale complessità che è impossibile anche solo pensare di poterle rendere fedelmente, ci si deve fin da subito rassegnare alla relatività della propria esperienza e della propria capacità di rappresentarla per gli altri. Nel romanzo ci sono molte lingue, Giuliano è uno studioso di lingua indiane, ma ha anche un retroterra dialettale siciliano, poi è un germanista, ogni tanto appare il tedesco, e l'inglese è una lingua d'uso costante... ho cercato sempre di dare una spiegazione, tra le righe, di ciò che viene detto in altre lingue. Insomma, un tentativo arduo e complesso, nel quale spero di essere riuscita almeno in parte. Ma è evidente che questa, prima di ogni altra cosa, è "la mia India".
 
 
Foto della presentazione dell'11 ottobre 2012 di Federico Ridolfi
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