Mario Massimo, La morte data

05/02/2010
La filosofia della morte da Roma ai giorni nostri, di Flavia Palomba
 
Capire la vita attraverso la morte. La fine che torna al principio nel suo andamento ciclico. Tematica difficile quella con cui si é ambiziosamente cimentato Mario Massimo (in foto), classe 1947, professore di letteratura presso il Liceo Scientifico Marconi di Foggia ed autore del libro La morte data.

L´opera é stata presentata giovedí 28 gennaio presso la libreria Ubik, dove ad intervistare il professore é stata la giornalista Stefania Labella. Il volume, edito dalla casa editrice Manni, si compone di dieci racconti il cui filo conduttore é, appunto, la morte. Violenta, inferta, inevitabile. Un viaggio attraverso tutte le epoche, dalla Roma di Valeriano al Rinascimento toscano fino ai giorni nostri. Tuttavia é una storicità soltanto apparente, infatti il passato interloquisce col quotidiano. Riemergono i grandi ed insoluti interrogativi che accompagnano l´uomo sin dalle origini; come il senso degli eventi e la sottomissione all´ineluttabile.

Lo stile del racconto é complesso, il costrutto di ciascuna frase rischia di rimanere patrimonio di pochi addetti ai lavori. Vi é l´utilizzo della retorica, non mancano spunti di linguaggi locali e datati come il fiorentino del '300 o il dialetto veneziano di goldoniana memoria. Alla luce di questi presupposti é necessario che il lettore possegga già quel bagaglio di cultura umanistica che gli permetta di intercettare e decodificare il messaggio dell´autore. L´atmosfera é quella conviviale, tanto cara ai padri della filosofia, dove si era soliti porre a confronto due o piú saggi con visioni della vita diametralmente opposti tra di loro. Si soleva dar inizio ad uno scontro dialettico dove ognuno metteva in luce le proprie verità. Una scelta rischiosa ed azzardata, quella di Massimo, che potrebbe sfiorare l´impopolarità.

Un libro di elite? Tuttavia l´autore foggiano si difende elogiando la complessità, sostenendo che il mondo che ci circonda non sia semplice e rivendica la sua scelta di non filtrare la realtà ma di fornirne una cruda istantanea. 'Perchè dovrei fingere?, esordisce con piglio squisitamente provocatorio, mi rivolgo a chi vuol mettersi alla prova e suggerisco di rileggere piú volte ciascuna pagina'. Approcciarsi al testo per andare oltre il tenore letterale delle parole, scoprendone l´intima connessione. Ogni novella é una scatola aperta, ed il lettore puó dargli il senso ed il finale che vuole. Una trovata originale, ma forse l´unica che ben si coniuga con la filosofia, la scienza che non mette mai il punto.

L´entusiasmo del pubblico si indirizza in particolar modo sull´ultima parte dell´elaborato, che vede protagonisti due uomini ed un omicidio, il tutto condito da un pizzico di mistero. Non ci é dato scoprirne il finale in ossequio alla volontà dello scrittore che vuole regalare al prossimo l´ultima parola. Una crociata combattuta a suon di erudizione ma i grandi, pensiamo a Dante, sarebbero divenuti tali se avessero snobbato il volgare?

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