Mascoli-Papeschi, Fanny Mendelssohn

01/03/2009
Un ritratto suggestivo, di Silvia Mori
Da lungo tempo molti sostengono la presunta inadeguatezza delle donne a dedicarsi con successo a discipline che richiedono una profonda capacità di astrazione, quale appunto la musica.
Non è nelle loro corde, non rientra tra le loro attitudini – dicono – sono più portate per attività a carattere organizzativo, didattico, comunicativo. Ottime insegnanti, medici, persino letterate, ma mai si è vista una importante musicista; buone esecutrici, nel migliore dei casi, ma compositrici mai!
C’è del vero purtroppo in questa constatazione, ma sarebbe forse il caso di chiedersene il perché. Se fosse giusto affermare che abbiamo scarse capacità di intuizione e di astrazione, come spiegarsi il fiorire negli ultimi anni di tante giovani matematiche che nelle facoltà universitarie stanno ormai superando il numero dei maschi? Non è forse la matematica, così vicina alla musica, la scienza esatta per eccellenza?
La spiegazione si ottiene semplicemente considerando quali furono le condizioni in cui le ragazze vennero allevate ed educate nel periodo d’oro della grande musica europea, il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo. A chi afferma che a tutte le fanciulle di buona famiglia si insegnava a leggere le note e a suonare uno strumento, di solito il pianoforte, senza che si sia prodotta una sola emula dei grandi maestri dell’epoca, bisognerebbe far leggere il bel libro che due appassionate musicologhe hanno dedicato a Fanny Mendelssohn.
Partendo dai diari e dalle lettere di Fanny, sorella maggiore del più celebre Felix, Mascoli e Papeschi hanno ricostruito con vivacità e immediatezza l’ambiente familiare dei Mendelssohn, collocandolo nel quadro più ampio della Prussia nella prima metà dell’Ottocento.
Nel testo, scritto con garbo e accuratezza, si alternano le parole di Fanny a quelle delle autrici che inseriscono in una esauriente cornice storica e sociologica le riflessioni e i racconti della protagonista.
Affascinante è il ritratto della famiglia Mendelssohn, formata dal padre, ricco mercante di origini ebraiche da poco convertito al cristianesimo, dalla moglie, devota e tradizionalista ma non priva di personalità, e di cinque figli, tutti dotati e fortemente stimolati dai genitori allo studio e all’impegno personale.
Dalle pagine di Fanny emergono dinanzi agli occhi di chi legge le condizioni di vita dei ragazzi, la ferrea disciplina a cui erano sottoposti se pur da genitori amorevoli, i pregiudizi e le difficoltà d’inserimento cui il padre Abraham deve sottostare senza che la figlia adolescente se ne renda pienamente conto, il puritanesimo e la repressione che governano i rapporti tra i sessi. Soprattutto però colpisce la condanna definitiva che in nome del buonsenso e della morale comune Abraham emette nei confronti del talento musicale di sua figlia, che pure riconosceva e che aveva lui stesso coltivato. Scrive infatti nel 1819 a Wolfgang von Goethe che avendo avuto sentore della bravura dei due ragazzi chiedeva di incontrarli per ascoltarli suonare: «Mi permetto di avanzare una leggera rettifica, personalmente credo che l’invito dovrà limitarsi a mio figlio Felix, in quanto Fanny, sebbene maggiore di lui di quattro anni e pur egualmente dotata, dovrà iniziare a ridurre progressivamente gli impegni musicali per dedicarsi a occupazioni domestiche e di amministrazione, molto utili alla sua persona nel futuro che per lei si va preparando».
Ciononostante Fanny continua nello studio, dà concerti, compone Lieder, organizza serate musicali fin anche dopo il matrimonio col pittore Wilhelm Hensel, ma tutto ciò viene considerato quasi alla stregua di un passatempo per signore. Persino il suo amato fratello Felix, che più degli altri doveva essere consapevole delle sue doti, le scrive nel 1830: «Non pretendere che io ti auguri nuove idee musicali, questo non posso farlo. Non voglio più sentirti lamentare che la tua produzione è rallentata… il tuo piccolo non ha ancora sei mesi e tu vorresti avere altre idee all’infuori di lui? La musica deve essere messa da parte, non c’è posto per essa o vuoi diventare una madre snaturata?».
Sarebbe stato quindi possibile per una donna continuare a lavorare serenamente, sottoposta a simili pressioni, condizionata da tutto il suo entourage? E tutto questo, ricordiamo, avveniva in uno degli ambienti più evoluti e progressisti d’Europa, in una colta famiglia berlinese in cui si intrecciavano le radici delle tradizioni giudaiche e luterane, più di altre consapevoli della dignità femminile. Pensiamo quindi a quel che poteva essere altrove!
Fanny morì all’improvviso a soli 42 anni, seguita dopo poche mesi dall’amato fratello minore: due morti precoci, anch’esse segno di quei tempi difficili di cui questo piccolo pregevole libro ci offre un ritratto suggestivo e originale.
Adriana  – Marcella , rc. di Silvia Mori su “Leggere Donna”, marzo-aprile 2009, n. 139, p. 13
 
Da lungo tempo molti sostengono la presunta inadeguatezza delle donne a dedicarsi con successo a discipline che richiedono una profonda capacità di astrazione, quale appunto la musica.
Non è nelle loro corde, non rientra tra le loro attitudini – dicono – sono più portate per attività a carattere organizzativo, didattico, comunicativo. Ottime insegnanti, medici, persino letterate, ma mai si è vista una importante musicista; buone esecutrici, nel migliore dei casi, ma compositrici mai!
C’è del vero purtroppo in questa constatazione, ma sarebbe forse il caso di chiedersene il perché. Se fosse giusto affermare che abbiamo scarse capacità di intuizione e di astrazione, come spiegarsi il fiorire negli ultimi anni di tante giovani matematiche che nelle facoltà universitarie stanno ormai superando il numero dei maschi? Non è forse la matematica, così vicina alla musica, la scienza esatta per eccellenza?
La spiegazione si ottiene semplicemente considerando quali furono le condizioni in cui le ragazze vennero allevate ed educate nel periodo d’oro della grande musica europea, il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo. A chi afferma che a tutte le fanciulle di buona famiglia si insegnava a leggere le note e a suonare uno strumento, di solito il pianoforte, senza che si sia prodotta una sola emula dei grandi maestri dell’epoca, bisognerebbe far leggere il bel libro che due appassionate musicologhe hanno dedicato a Fanny Mendelssohn.
Partendo dai diari e dalle lettere di Fanny, sorella maggiore del più celebre Felix, Mascoli e Papeschi hanno ricostruito con vivacità e immediatezza l’ambiente familiare dei Mendelssohn, collocandolo nel quadro più ampio della Prussia nella prima metà dell’Ottocento.
Nel testo, scritto con garbo e accuratezza, si alternano le parole di Fanny a quelle delle autrici che inseriscono in una esauriente cornice storica e sociologica le riflessioni e i racconti della protagonista.
Affascinante è il ritratto della famiglia Mendelssohn, formata dal padre, ricco mercante di origini ebraiche da poco convertito al cristianesimo, dalla moglie, devota e tradizionalista ma non priva di personalità, e di cinque figli, tutti dotati e fortemente stimolati dai genitori allo studio e all’impegno personale.
Dalle pagine di Fanny emergono dinanzi agli occhi di chi legge le condizioni di vita dei ragazzi, la ferrea disciplina a cui erano sottoposti se pur da genitori amorevoli, i pregiudizi e le difficoltà d’inserimento cui il padre Abraham deve sottostare senza che la figlia adolescente se ne renda pienamente conto, il puritanesimo e la repressione che governano i rapporti tra i sessi. Soprattutto però colpisce la condanna definitiva che in nome del buonsenso e della morale comune Abraham emette nei confronti del talento musicale di sua figlia, che pure riconosceva e che aveva lui stesso coltivato. Scrive infatti nel 1819 a Wolfgang von Goethe che avendo avuto sentore della bravura dei due ragazzi chiedeva di incontrarli per ascoltarli suonare: «Mi permetto di avanzare una leggera rettifica, personalmente credo che l’invito dovrà limitarsi a mio figlio Felix, in quanto Fanny, sebbene maggiore di lui di quattro anni e pur egualmente dotata, dovrà iniziare a ridurre progressivamente gli impegni musicali per dedicarsi a occupazioni domestiche e di amministrazione, molto utili alla sua persona nel futuro che per lei si va preparando».
Ciononostante Fanny continua nello studio, dà concerti, compone Lieder, organizza serate musicali fin anche dopo il matrimonio col pittore Wilhelm Hensel, ma tutto ciò viene considerato quasi alla stregua di un passatempo per signore. Persino il suo amato fratello Felix, che più degli altri doveva essere consapevole delle sue doti, le scrive nel 1830: «Non pretendere che io ti auguri nuove idee musicali, questo non posso farlo. Non voglio più sentirti lamentare che la tua produzione è rallentata… il tuo piccolo non ha ancora sei mesi e tu vorresti avere altre idee all’infuori di lui? La musica deve essere messa da parte, non c’è posto per essa o vuoi diventare una madre snaturata?».
Sarebbe stato quindi possibile per una donna continuare a lavorare serenamente, sottoposta a simili pressioni, condizionata da tutto il suo entourage? E tutto questo, ricordiamo, avveniva in uno degli ambienti più evoluti e progressisti d’Europa, in una colta famiglia berlinese in cui si intrecciavano le radici delle tradizioni giudaiche e luterane, più di altre consapevoli della dignità femminile. Pensiamo quindi a quel che poteva essere altrove!
Fanny morì all’improvviso a soli 42 anni, seguita dopo poche mesi dall’amato fratello minore: due morti precoci, anch’esse segno di quei tempi difficili di cui questo piccolo pregevole libro ci offre un ritratto suggestivo e originale.

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