Massimo Mila, Le opere "brutte" di Verdi

04/06/2015

Fra analisi tecnica e fine ironia, di ilaria Pellanda

 

A cinquant’anni dal corso che Massimo Mila dedicò a Giuseppe Verdi all’Università di Torino, l’editore Manni dà alle stampe la raccolta delle dispense del celebre storico e critico musicale.

Le opere «brutte» di Giuseppe Verdi – a cura di Tito M. Tonietti – attira l’attenzione sin dal titolo, che a molti potrà far alzare un sopracciglio di stupore.

È vero: alcuni dei titoli trattati sono entrati oggi a far parte del repertorio, ma è vero anche che immergendosi nella lettura si viene a contatto con un saggio estremamente attuale, la cui analisi lucida e articolata prende le mosse – in quell’oramai lontano 1964 – dal «desiderio di portare i giovani in contatto con il melodramma, forma d’arte ch’essi continuano prevalentemente ad ignorare e a disprezzare, a vantaggio della musica sinfonica e da concerto, proprio mentre sembra che l’ultima moda degli snobismi intellettuali stia per trascendere nel contrario eccesso».

Per farlo, Mila decide di scegliere «ad argomento le opere brutte di Verdi. Ma lo faccio appunto perché queste opere sono attualmente al centro della polemica suscitata dagli entusiasmi dei neofiti verdiani. Con le sue assurde pretese di rivalutazione delle opere più scadenti di Verdi, questa polemica pone tuttavia una giusta esigenza, ed è che queste opere vengano studiate accuratamente e riconosciute, sine ira et studio, per quello che sono, nei loro pochi meriti e nei loro molti difetti».

Con una scrittura estremamente chiara, vengono prese in esame sei opere – sei opere «brutte», a ciascuna delle quali è dedicato un intero capitolo –, che Verdi compose in un lasso di tempo compreso tra il 1845 e il 1849: si tratta di Giovanna d’Arco, Alzira, Attila, I masnadieri, Il corsaro, La battaglia di Legnano, che – secondo Mila – si misurano fra loro per guadagnare il podio dell’opera meno riuscita. Ecco allora il testa a testa che il Corsaro ingaggia con l’Alzira nel contendersi «la palma poco lusinghiera della più brutta opera di Verdi (a parte l’infelice esperimento comico del Giorno di regno)»; o il caso dei Masnadieri, accolti dalla critica del tempo con un giudizio «generalmente negativo. Carlo Gatti trova che l’opera resterebbe a mezzo tra il fantastico del Macbeth (di cui in verità non pare vi sia traccia nei Masnadieri) e il realismo di Ernani. In essa Verdi “rinnova un po’ la forma dei pezzi... ma non riesce a creare nulla di forte e di vitale”. Né più teneri si mostrano il Roncaglia e l’Abbiati»: il parere del primo è che l’opera sia di modesta ispirazione per quasi tutti i primi tre atti, mentre per il secondo «restano all’attivo dei Masnadieri i soli effetti di maniera “appena drammaticamente riscaldati nel Finale del terzo... e nelle scene più concitate dell’ultimo atto”». E se non manca il rimando anche ad alcuni pareri favorevoli – Karl Holl, Giovanni Ugolini –, Mila li prenderà in considerazione per analizzare però «fino a che punto se ne possa condividere l’entusiasmo».

Quelli citati sono pochi cenni, che rendono solo parzialmente conto di un’opera che sposa splendidamente fra loro analisi tecnica e passi di fine ironia, un’opera dalla quale ogni buon melomane – e non solo – non potrà prescindere.
 

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