Mempo Giardinelli, Gente strana

01/11/2010

Racconti di frontiera, di Anna Boccuti

Mempo Giardinelli torna a esplorare la realtà di un’Argentina contemporanea che fa i conti con il suo passato recente e con i drammi sociali che ancora lacerano il paese. L’autore, già noto al pubblico italiano per i romanzi Luna calda (1987), Finale di viaggio in Patagonia (2001) e La rivoluzione in bicicletta (2003), in un sapiente equilibrio tra invenzione letteraria e compromesso con le vicende storiche, i poli entro i quali oscilla tutta la narrativa dello scrittore argentino e un ricco filone della letteratura ispanoamericana dal Novecento in poi, racconta con prosa agile ed esatta quattordici storie che è possibile definire di “frontiera”, e non solo perché prevalentemente ambientate tra le province del Chaco, Corrientes e Misiones, nella regione povera a nordest del paese di cui lo stesso Giardinelli è originario e dove ora risiede, dopo l’esilio messicano negli anni della dittatura militare. I personaggi di queste pagine, infatti, trasformati in vittime o carnefici da situazioni paradossali, si muovono nei territori più oscuri ed estremi della coscienza. Tra questa “gente strana” figurano, ad esempio, un distinto signore condannato a una “desolazione quasi aggressiva” per il suo passato da torturatore, un implacabile generale antisovversivo che assiste impotente alla morte del figlio perché ha costretto alla fuga l’unico medico della provincia in grado di operarlo, un bambino abbandonato dal padre che cresce nella miseria e una volta adulto, quasi per caso, consuma la propria vendetta contro il genitore quando l’uomo bussa di nuovo alla sua porta.
Non si tratta, tuttavia, di un universo – né di un libro – opprimente e monocorde: Giardinelli, scandagliando l’ampia gamma degli istinti umani, alterna alle atmosfere cupe quelle più torbide vitali dell’erotismo nell’incontro clandestino tra una giovane zia e il nipote adolescente, oppure diverte con le parole ingenue di un bambino che descrive la lite fra i genitori, divisi da una banale questione di scarpe. La narrazione si distende ulteriormente e i tonici fanno ancora più lievi quando, all’urgenza della realtà, l’autore preferisce il gioco con la finzione: spunta allora persino la vicenda di un misterioso romanzo trafugato di Jorge Luis Borges (al quale il racconto Il mio nome è Rogelio Bundman, sul tema del sognatore-sognato, rende omaggio), che il narratore Giardinelli avrebbe ricevuto in lettura personalmente dall’autore, in un volo da Buenos Aires a New York, prima della sparizione.
Racconti di frontiera in una terza accezione, infine: tesi fra immaginazione letteraria, vocazione autobiografica e denuncia sociale, superano consapevolmente i confini tra i generi; oscillanti tra la parola detta e quella scritta, creano una lingua che risuona delle voci di chi queste storie, secondo lo stratagemma del racconto nel racconto, riporta oppure riferisce in prima persona.
La narrazione sopra ogni cosa, dunque. Perché, come si legge in Pilín, racconto sull’attività delle “nonne cantastorie” nelle mense popolari, dove più forte si riconosce l’esperienza vissuta di Giardinelli, “le letture (…) sono un alimento meraviglioso”: se a tratti sembra negare la speranza in un riscatto sociale, l’organizzatore del Foro Internacional por el Fomento del Libro y de la Lectura, già fondatore della celebre rivista “Puro Cuento”, dimostra invece di nutrire una fede incrollabile nella necessità della letteratura, nel potere rivoluzionario delle storie, nel diritto ad ascoltare e nel dovere di raccontarle, che felicemente trasmette al suo lettore.

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