Mempo Giardinelli, Gente strana

02/07/2010
Oralità e magia. Il realismo di Mempo Giardinelli offre un nuovo modo di leggere la letteratura latinoamericana, di Filippo La Porta
 
Prendete questa similitudine: «L’affanno gli seccava la bocca, le gambe erano come cenere di sigaro che il vento avrebbe spezzato via…». Mi sembra il miglior punto di partenza per parlare dello scrittore argentino Mempo Giardinelli e dei suoi racconti Gente strana. In un incontro pubblico Giardinelli, che da noi è conosciuto soprattutto per il romanzo La rivoluzione in bicicletta, ha confessato che quell’immagine proviene in buona parte dalla sua terra, da uno dei tanti proverbi e modi di dire del Chaco, il Nord-Est povero dell’Argentina. Per capire la letteratura latino-americana non dovremmo mai dimenticare il suo legame stretto con la tradizione orale e le espressioni del popolo. Anche Pedro Pàramo, romanzo solitario del messicano Juan Rulfo, e uno dei modelli di Cent’anni di solitudine, era materiato di folklore e di fantasmi, di atmosfere oniriche, stranianti e di descrizioni minuziose, di riferimenti alla Storia e di fantastico. Tanto che si vide in lui un anticipatore del “realismo magico”. Per Giardinelli però occorrerebbe inventare una nuova categoria, diversa dal realismo magico o anche dal realismo viscerale del cileno Roberto Bolano. Suggerirei “realismo deviato”, nel senso che le sue storie molto realistiche di umiliati e offesi (fra lutti, dittature, miseria…) sono come deviate o spostate in una dimensione più nebulosa, inafferrabile – vorrei dire “poetica” -, in cui non sempre distinguiamo bene il confine tra realtà e allucinazione. Sembrano come evocate da un dormiveglia. Una figura che ritorna in queste pagine è quella del torturatore, del militare feroce, però visto nel momento della sua caduta, quando anche lui è diventato un perdente e forse è nella condizione per sperimentare una verità diversa sull’esistenza. In Là ballano, qui piangono, il cattolicesimo si fonde con rituali pagani, il lamento funebre è come accompagnato dalla cumbia e dal ritmo dionisiaco del guaganco cubano. In La stagione del raccolto, Juan Gomez, povero bracciante affamato del Chaco, entra in una fattoria dove viene malmenato, poi ruba dell’acquavite e corre per i campi. Il realismo qui si stempera in immagini vaporose, quasi denaturate. Mentre in Siesta di sangue, dove un bambino tenta di uccidere – vanamente – il proprio cane, un vecchio e artritico fox-terrier, c’è come una reminiscenza del grande poeta peruviano Cesar Vallejo. A gemere è la natura intera, le radici sporgenti del caucciù che assomigliano a vene di infinite mani rugose di anziano che emergono dalla terra. Mempo, così chiamato a scuola come storpiatura di Beppo (è di origine abruzzese), ha diretto dal 1986 al 1992 la rivista letteraria “Puro cuento”, e del racconto (cuento) mostra di conoscere bene le regole interne, il ritmo e la prosodia. Appartenente a una generazione dopo Cortazar, maestro nel genere della short-story, ne rilegge il surrealismo con minore straniamento letterario ma entro un impegno preciso a salvare la memoria storica del suo continente, che comprende anche le cause perse e le utopie deragliate.

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