Mempo Giardinelli, Gente strana

27/11/2010

Argentinazo 8: Tre argentini della generazione dolente. Giardinelli, Argemí e Dal Masetto, di Alberto Prunetti

Prende avvio su Argentinazo la segnalazione di opere argentine pubblicate in Italia negli ultimi mesi con tre titoli di scrittori che hanno attraversato gli anni bui della dittatura: Mempo Giardinelli, Raúl Argemí e Antonio Dal Masetto. Tre libri accomunati dalla sensibilità politica degli autori - appartenenti a quella generazione che ha superato con molte ferite la temperie degli anni Settanta - e da un'ambientazione che sfugge alla focalizzazione prospettica concentrata su Buenos Aires. Tre libri, tre scrittori argentini. Raúl Argemí, nato nel 1946, ha militato in una formazione guerrigliera e ha scontato 10 anni di carcere (detto per inciso, oggi, a ragione, è uno dei più apprezzati scrittori argentini, assieme a penne di valore come Miguel Bonasso o Horacio Verbitski: fosse vissuto in Italia, paese che non ha fatto i conti con la memoria e la repressione giudiziaria del radicalismo politico degli anni Settanta, lo chiamerebbero ancora “terrorista”). Mempo Giardinelli (1947) ha trascorso in esilio a Città del Messico gli anni della dittatura di Videla e complici (1976-1983), mentre Antonio Dal Masetto (1938) è uno scrittore italo-argentino emigrato in Sudamerica all'età di 13 anni che in Italia, suo paese d'origine, meriterebbe una conoscenza più approfondita.
“Gente strana” di Mempo Giardinelli (Manni, 2010, traduzione di Arturo Zilli)
Cominciamo col libro di Giardinelli. Gente strana raccoglie una serie di racconti ambientati fuori dagli scenari “argentini” più noti ai lettori italiani, che spesso fanno coincidere il paese australe con Buenos Aires e la Patagonia. Lo scenario delle trame narrative di Giardinelli si sposta nella zona del Chaco, di Corrientes e nelle terre rosse di Misiones, dove lo spagnolo si mescola con il guaranì e talvolta col portoghese. Siamo in quella terra di frontiera tra Argentina, Paraguay e Brasile, nota forse per la vicinanza con le cascate di Iguazú, quest'ultima sì meta di viaggi organizzati dai tour operator europei, forse terra di traffici di contrabbando spicciolo (addirittura di improbabili intrighi di terrorismo internazionale, secondo fonti gringhe poco credibili). Ma la penna di Giadinelli, amara e anticonsolatoria, non ci manda certo cartoline subtropicali inflazionate. Tutt'altro. E se il racconto “Il libro perduto di Jorge Luis Borges”, peraltro bellissimo, sta ancora – ironicamente - dentro l'immaginario delle finzioni e dei labirinti libreschi borghesiani, il timbro diventa più realistico quando l'autore sposta lo scenario in una mensa popolare autogestita di Resistencia (nel Chaco) o negli orrori della repressione istituzionale con “Il castigo di Dio”.
Il racconto che ho apprezzato di più (e ci presenta un contesto che i turisti che viaggiano a Iguazú potrebbero trovare familiare) è “Natale a Iguazú”. Evito di parlarne perché è costruito attorno a una rivelazione/colpo di scena e non voglio anticiparne la trama. Mi limito a dire che dà un'immagine “geriatrica” della banalità del male e che da solo merita l'acquisto del libro. Ma i temi si sommano. La sessualità adolescenziale ne “La notte del treno”, poi la storia di un peón migrante che viene linciato, un racconto che trasuda realismo e violenza (uno di quelli che ho apprezzato di più nella raccolta),e poi ancora la storia di un guerrigliero infame raccontata con uno straniante cambio tra prima e terza persona (“L'altra forma della spada”). E ancora la storia di un bambino che per pietà decide di ammazzare il proprio cane, o quella di un medico che si ritrova nella guerra di bande clandestina della dittatura, con le inquietanti Ford Falcon che si muovono per strada, e ci riporta a Buenos Aires.
Un gran bel libro, di rapida lettura, che cerca di fare i conti con gli orrori della storia argentina. Un libro infine ben tradotto, ma solo per feticismo da bevitore appassionato di mate devo segnalare una imprecisione nella nota del traduttore a pagina 56: la “bombilla” non è il contenitore tradizionale per bere il mate, ma la cannuccia, metallica o talvolta in bambù, con cui si beve l'infuso di Ilex paraguayensis. Il mate nel lessico originale è solo la zucca scavata che fa da contenitore all'infuso, sorbito appunto attraverso la “bombilla”, mentre l'erba mate si chiama colloquialmente “yerba”. Un'inezia, comunque.

 

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