Naim Kattan, Addio Babilonia

24/03/2011

Il futuro nasce a Babilonia, di Rossella Palmieri

Fa uno strano effetto Addio Babilonia di Naïm Kattan (edito da Manni con prefazione di Bernardo Valli e a cura di Daniela Bonerba, cui si deve la traduzione dal francese). Il perché è presto detto: l’affresco di Bagdad fatto dall’autore ebreo-iracheno, al crocevia tra Oriente e Occidente, va oltre qualsiasi cliché sulla città suo malgrado divenuta sinonimo di dittatura e di scontri a fuoco.
Lì il rais Saddam Hussein che guidava il paese nelle guerre contro l’Iran di Khomeini e l’America di Bush: qui l’entusiasmante e gotico labirinto della giovinezza dove, in una proustiana ricerca del tempo perduto, compagni scomparsi e dispersi – che Kattan immagina ancora – discutono animatamente di Balzc, Malraux ed Hemingway. All’orrenda modernità e alla crudele prepotenza del territorio l’autore sostituisce un’altra città, proprio quella Babilonia i cui resti giacciono sull’Eufrate a cento chilometri a sud di Bagdad.
Siamo nei primi anni ’40 e lo scrittore ricostruisce scampoli di coabitazione (possibile) tra ebrei e arabi. Sarà l’olocausto ad annullare gli effetti di questa convivenza pur non sempre armoniosa ma di certo ricca di mille passioni condivise. Come quella per la scrittura: e qui l’autore è abile nell’immaginare le piacevoli discussioni sulle sponde del Tigri, dove musulmani ed ebrei disegnavano progetti per l’avvenire magari pensando di scrivere un libro di successo sulla falsariga di Balzac o Maupassant, ma in arabo, la lingua millenaria frammista di parole turche e persiane, frutto dei numerosi contatti con pellegrini e invasori.
L’occhio acuto e indagatore non potrebbe essere focus più attendibile: intellettuale francofono tra i più espressivi, nel suo statuto di ebreo-arabo è riuscito ad indagare le tracce di una diversità unica nel suo genere, fatta di tradizione e modernità, di cadute – legate alle tragiche ripercussioni della seconda guerra mondiale – e di riprese nel segno di quella letteratura, evidentemente dotata di una certa fascinazione, che lo ha portato a fantasticare, tra gli altri, di drammaturghi greci, francesi e inglesi, in una città, Bagdad appunto, del tutto priva di teatri.
È un sentimento adulto nella sua accezione più profonda quello che pervade i racconti di quanti si sedevano intorno al cafè Yassine o passeggiavano lungo le sponde del Tigri; e Kattan,con la sagacia della sua anima di ebreo di Bagdad, riesce ancora a visualizzare quella tranche de vie degli studenti dell’Alleanza Israelita Universale chiamati a visitare, come precisa Valli nella sua lucida prefazione, i giardini pensili e le fontane dai cento zampilli esistenti un tempo, quando gli ebrei arrivarono di Nabucodonosor. È la storia stessa, infine a spiegare quel titolo così nostalgico. Addio Babilonia: tre anni dopo la nascita dello stato israeliano, nel 1951, gli ultimi ebrei lasceranno Bagdad.
Un romanzo-documentario si potrebbe definire quello di Kattan: la storia, infatti, si carica di una singolare intensità ma è anche vivificata, per così dire, dalle grandi qualità letterarie dell’autore che sa sapientemente dosare il materiale storico con quello emotivo-sentimentale. Ma soprattutto riesce nell’intento di affermare un’identità – e non solo la sua, ma quella di un’intera generazione – malgrado la lontananza dalla personale memoria storica e dalla cultura d’origine.

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